Ovvio dei popoli

Appello urgente e molto sentito per salvare Piccolo dai suoi improvvisi momenti di trascurabile banalità. Il mito della rivoluzione è l’oppio degli intellettuali, diceva Raymond Aron, e lo diceva in tempo utile (i carri sovietici non erano ancora entrati a Budapest). Ben vengano dunque le terapie di disintossicazione, anche le più abborracciate e ritardatarie.
Ovvio dei popoli

Francesco Piccolo (foto LaPresse)

Il mito della rivoluzione è l’oppio degli intellettuali, diceva Raymond Aron, e lo diceva in tempo utile (i carri sovietici non erano ancora entrati a Budapest). Ben vengano dunque le terapie di disintossicazione, anche le più abborracciate e ritardatarie. Prendiamo il caso italiano. Quando, negli anni Ottanta, si esaurirono le riserve d’oppio rivoluzionario, si prospettò il rischio di un’astinenza di massa, con tutti i sintomi connessi (paranoie, allucinazioni, suicidi). Ci si affidò allora all’oppioide sintetico della questione morale e della diversità comunista, assunto così a lungo e in dosi così massicce da generare a sua volta dipendenza. Oggi, finito anche il metadone del dottor Berlinguer, alcuni medici caritatevoli somministrano un surrogato ancora più blando, quello che Berselli chiamava l’ovvio dei popoli.

 

Nel 2012 Roberto Saviano rimase folgorato da un saggio su Gramsci e Turati e lo prescrisse agli ex oppiomani: “Consiglio questo libro a chi si sente smarrito a sinistra”, annunciò su Repubblica. Che cosa aveva appreso di tanto eccitante? Che era esistita, un tempo, una sinistra riformista e tollerante. Con soli novantun anni di ritardo, arrivava per Saviano la commovente scoperta della scissione di Livorno. Di questa sinistra buona si erano perse le tracce, a quanto pare doveva essere stata una corrente clandestina, finché il suo spirito non è tornato a vivere nel Pd. Chissà cosa accadrà quando, nel 2051, Saviano s’imbatterà nella “Storia del Psi” di Antonio Landolfi, che da Turati arriva fino a Craxi, o nella “Breve storia del liberalismo di sinistra” di Paolo Bonetti. Nel frattempo, meglio cercare i propri modelli altrove, dove capita, perfino nella sinistra cilena ai tempi del referendum del 1988.

 

Ma il più loquace dispensatore dell’ovvio dei popoli è, da qualche tempo, Francesco Piccolo. Lo scrittore ha fatto una scoperta taumaturgica degna del grande Massimo Catalano, e la ripete a ogni occasione: la politica richiede compromessi, bisogna uscire dalla riserva della purezza ideologica, sporcarsi le mani e parlare con tutti. C’è la sinistra riformista (oggi Renzi) che governa, e c’è la sinistra reazionaria (oggi Landini) che vive di idee inermi. Caspita. Lo ha ribadito qualche giorno fa all’Huffington Post: “Un paese riformista è un paese che fa un sacco di cose insufficienti, anziché un paese che non fa niente perché tutto è insufficiente” (e qui perfino lo stile ricorda Catalano: “E’ meglio innamorarsi di una donna bella, intelligente e ricca anziché di un mostro, cretino e senza una lira”). Anche per questo epocale approdo – che tale senza dubbio sarebbe stato nel 1959, ai tempi di Bad Godesberg – bisogna cercare precedenti illustri, e Piccolo li cerca ovunque, fuorché nel posto dove potrebbe trovarli, ossia nella storia socialista e radicale. Invita a riscoprire Togliatti, simbolo di una sinistra capace di trovare soluzioni condivise. Arriva ad allucinare un Berlinguer “riformista”, quello del compromesso storico, da preferire al Berlinguer spacciatore d’oppio moralistico.

 

Alla faccia del desiderio di essere come tutti, Piccolo alimenta un dibattito a circuito chiuso dove nulla di rilevante accade fuori del proprio mondo e dove nulla esiste davvero finché un postcomunista non se ne accorge. Ma il problema non sono questi momenti di trascurabile banalità; il problema è che siano elogiati come linee guida della sinistra del futuro, quando dovrebbero essere appena il primo passo in una comunità di recupero per oppiomani.

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