Il catalogo di Francesco Piccolo racconta quell’allegra tristezza che siamo

Nelle ore successive a un lutto familiare, quindi in un momento di infelicità seria, per tutti, anche per lei, mia figlia mi ha chiesto un po’ imbarazzata (ma solo un po’): papà, mi faresti una ricarica?”. E un giorno qualcuno ha detto, riferendosi a un oggetto in vendita “che è vero che costa molto
Il catalogo di Francesco Piccolo racconta quell’allegra tristezza che siamo

Francesco Piccolo

Nelle ore successive a un lutto familiare, quindi in un momento di infelicità seria, per tutti, anche per lei, mia figlia mi ha chiesto un po’ imbarazzata (ma solo un po’): papà, mi faresti una ricarica?”. E un giorno qualcuno ha detto, riferendosi a un oggetto in vendita “che è vero che costa molto, però dura un sacco di tempo”. In momenti diversissimi come questi si prova una trascurabile infelicità, come una tristezza divertente, qualcosa che non avremmo voluto vedere o sentirci dire (“ti potevi vestire meglio. E io mi ero già vestito meglio”), un piccolo strazio interiore che può passare velocissimo oppure lasciare un segno, ma non cattivo, non profondo: è un attimo ripetibile, un fastidio che a volte rovina la giornata, mai la vita, ed è qualcosa di molto vicino, perfino, alla felicità. Le sta accanto, le regala un’allegria diversa, un po’ penosa, ci chiede di sorridere degli altri ma soprattutto di noi stessi. Perché a vederci lì, impacciati, nervosi, fare benzina con il fai da te mentre avevamo sperato nel benzinaio, viene contemporaneamente da ridere e da urlare.

 

E succede di affezionarsi a un momento infelice, ad esempio alla consapevolezza che, alla domanda gassata o naturale?, la risposta sarà quasi sempre: leggermente. Francesco Piccolo, scrittore e sceneggiatore, autore di “Momenti di trascurabile felicità” (Einaudi), pubblica oggi il libro fratello, sempre con Einaudi, i fantastici e liberatori “Momenti di trascurabile infelicità” che costruiscono e a volte distruggono le nostre giornate: contrattempi, delusioni, speranze fallite, ossessioni, frasi fatte, imbarazzi, il fastidio disperato e quindi quasi commosso per le feste di compleanno dei bambini, che durano tantissimo e quando si sta coraggiosamente per andarsene, quando ci si è già infilati il cappotto, al proprio figlio e a se stessi, arriva il genitore del festeggiato e dice: “Ma c’è la torta!”. Non si può più andare via, bisogna togliersi di nuovo il cappotto, ricominciare a guardare l’orologio, ripensare a tutte le cose della vita, sentirsi in trappola. Ma in quel momento ci si sente anche uniti a tutti gli altri esseri umani adulti in trappola a una festa di compleanno. Per questo ridiamo, felici di riconoscerci e di ritrovare le nostre minuscole infelicità, di ricordarci quanti pianti ci siamo fatti davanti a “C’è posta per te”.

 

[**Video_box_2**]“Chiunque dica: io sono sempre me stesso. Chiunque ti dica: non cambi mai, sei sempre lo stesso”. E anche “gli inviati che inseguono per strada le persone e gli chiedono di ridare indietro lo stipendio o la pensione”. Il fastidio che si prova di fronte ai luoghi comuni, e nel leggere sui giornali, la mattina, molto spesso, la frase “sull’orlo del baratro” è accompagnato da un’allegria speciale, data dalla conferma che siamo così, diciamo anche “quando mi prendono i cinque minuti, non ci vedo più”, e agitiamo prima dell’uso, e a volte flirtiamo limitandoci a flirtare. Prendiamo moltissimo sul serio la mozzarella di bufala e un giorno cominciamo a leggere il residuo fisso sulle etichette dell’acqua minerale. E’ un’allegra tristezza che racconta chi siamo, e scombina e ricompone la nostra vita.

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