Smisurati ombelichi. Gli insulsi scrittori-mondo e i loro adepti-lettori

Non so se sia un’illusione ottica, o meglio temporale. Ma più nelle discussioni su arte e letteratura, anziché il ruolo dell’enfant, mi tocca quello inadatto del fratello anziano, più mi sembra che i miei nuovi interlocutori parlino delle loro opere preferite non da lettori, spettatori o studiosi, manichei.
Smisurati ombelichi. Gli insulsi scrittori-mondo e i loro adepti-lettori

Roberto Bolaño

Non so se sia un’illusione ottica, o meglio temporale. Ma più nelle discussioni su arte e letteratura, anziché il ruolo dell’enfant, mi tocca quello inadatto del fratello anziano, più mi sembra che i miei nuovi interlocutori parlino delle loro opere preferite non da lettori, spettatori o studiosi, ma da fan manichei, o da idolatri placidi e sinistramente inscalfibili. Dopo secoli in cui è apparsa incerta perfino la grandezza di Dante, i canoni universitari insegnano a non dubitare di Frasca o Tabucchi. Del resto, abbiamo alle spalle un secolo in cui il fanatismo estetico non è stato da meno di quello politico. Ma oggi le poetiche del Novecento sono morte, o ridotte a decorazioni vintage. La lotta non è più “ideologica” nell’usurato e impreciso senso del termine: non riguarda intellettuali organici, torri eburnee cariate, convinte ribellioni del significante. Gli autori che, anziché un pubblico ragionevole, mobilitano sette di adepti, sono magari cresciuti tra quelle vicende, o le parodizzano più o meno volontariamente: ma il loro attuale appeal ha altre origini. C’è, in particolare, una famiglia artistica che meriterebbe uno studio antropologico girardiano. E’ la famiglia degli autori aprioristicamente “smisurati”, spesso in senso letterale (la loro fecondità farebbe invidia a Bacchelli), ma soprattutto nel senso che eludono ogni limite, divorano ogni alterità, e in ogni loro pagina o sequenza restituiscono un “etimo” monolitico e replicabile all’infinito. Sono narratori, filosofi o anche registi di differente qualità e storia, che però provocano una comune ricezione acritica (nell’adesione come nel rifiuto). Lo stesso sguardo entusiasta e bellicoso elettrizza chi mi parla di Bernhard e Busi, di Gadda e Derrida, di Lynch o Von Trier e di Moresco, di Wallace e Bolaño, della prosa mantecata di Manganelli e del suo epigono Mari. E’ uno sguardo ipnotizzato da una vastità onirica o viscerale, da una serialità grottesca e sublime che esige da noi un credo ut intelligam, ammonendoci a non scindere il grano del Testo dal loglio. Se oggi il Personaggio-Autore prende il sopravvento sull’opera, qui l’opera diventa essa stessa un personaggio mostruoso.

 

Questi funamboli di parola e immagine non si accontentano di esibire lo scarto tra scrittura e mondo, o la virtualizzazione del reale, o il labirinto bugiardo di sconfinati universi paralleli, o l’esplosione del linguaggio, la crudeltà ubiqua, il destino manieristico dell’arte: la propria poetica pretendono di mimarla di continuo, così che tutta la loro opera evoca la gigantesca cornice di un quadro che manca, o viceversa un’informe materia senza confini, oppure una dichiarazione d’ipercoscienza priva di oggetto. Ma se eccita il tifo, l’intimidatoria dismisura di chi vuol essere accettato in blocco mostra anche il punto debole di “saggi” che spesso potrebbero durare indifferentemente dieci pagine (scene) o cento o mille, senza mai incontrare attriti esterni. Come diceva Fortini di Manganelli, esperimenti del genere, che chiedono al fruitore un’arresa disponibilità televisiva, hanno ragione sempre perché non hanno ragione mai. In molti casi si tratta poi di opere che rovesciano le disperate afasie moderne in euforica logorrea: la tragedia, nelle loro colate di metafore, diventa bulimia e vessillo. A questo proposito, è significativo che parecchi degli autori citati, malgrado il pessimismo insistito e la denuncia pedante dell’irrealtà quotidiana, credano ancora con fervore scolastico ai “capolavori”, cioè a una moderna “via estetica alla salvezza”. La lucidità di Leopardi, priva di risarcimenti poetici, li farebbe tremare. Sia il notevole Bolaño sia il bovarista Moresco (che più alza i toni con intenti niccian-celiniani più somiglia a Di Pietro) si ritraggono come eroi impegnati a giocarsi nella letteratura la vita intera (ovviamente, oh Formica!, una vita di sangue merda sperma), e soprattutto impegnati a sfidare, con le loro scritture lutulente, antieconomiche e grandiose, una cultura che accetta ormai solo i libri angustamente impeccabili di chi non rischia nulla.

 

[**Video_box_2**]Eppure è proprio questa retorica del rischio ad apparire troppo poco rischiosa, in un’epoca che della modernità conserva appena un estetismo epigonale quanto debordante. Per accorgersene, basta leggere i commenti dedicati dai moreschiani al loro idolo: paragoni danteschi, evocazioni di miracolose pietre miliari e definitive opere-mondo… Una simile enfasi, ricalcata su quella del loro autore, è quasi indistinguibile dalla pubblicità, e rivela subito che chi la usa ha sognato a lungo di vedere i suoi ipertrofici volumi avvolti in fascette cubitali e solenni. L’odierna esegesi da Scientology o da Curva sud,  di opere importanti come di “Lettere a nessuno”, descrive una società dove tutti, gli intellettuali per primi, vogliono essere tutto, anziché qualcosa di parziale e limitato: cioè qualcosa che si possa criticare punto su punto senza venir rinviati a una sempre più improbabile giustificazione mistico-pulp della Poesia.

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