La grande bruttezza

Lo sfregio artistico come strumento di potere e l’assenza di un islam moderato. Perché l’iconoclastia dell’Is è un crimine contro l’umanità.
La grande bruttezza

Ma qualcuno ha forse incontrato una persona che si sia recata al Museo di Mosul a rendere servizi religiosi alle antiche divinità Assire, donde la necessità di sminuzzarle col martello pneumatico?

Nelle città, nei siti archeologici, nei monumenti religiosi e storici devastati o cancellati dallo Stato islamico (Is), l’occidente è un testimone smemorato che abbandona i suoi valori fondanti. L’intera comunità internazionale subisce la sconfessione di conquiste coraggiose della cultura moderna. Quando abbiamo lanciato, assieme a Paolo Matthiae, la Campagna per la salvezza del Patrimonio sotto attacco in Siria, non volevamo difendere un dittatore – Assad – rispetto ai tagliagole del Daesh, o da al Qaida. Sapevamo che quelle tragedie riguardano e travolgono libertà universali. A quanto pare, molti sono rimasti impressionati dalla deliberata diffusione dei filmati con cui l’Is, sotto le sue insegne nere, ha rivendicato il sacco del museo di Mosul: orrore, vergogna, barbarie. Ma non è solo tempo per commentare. C’è qualcosa che si può fare?

 

Mi era venuto da piangere, due anni fa, quando ho visto su Google Earth le foto satellitari dell’incredibile cardo romano di Apamea in Siria, col suo colonnato corinzio lungo oltre un chilometro: attorno, una gruviera di centinaia di buche provocate da scavatrici meccaniche alla ricerca di mosaici, marmi, pezzi di sculture da piazzare sul mercato nero. Non era solo guerra, e non solo traffici illeciti. La nascita del Califfato, rapidamente poi dilagato in Iraq, a occupare un territorio più vasto dell’Ungheria, si accompagnava a selvagge distruzioni deliberate (di siti cristiani, moschee, monumenti), alla cancellazione del pluralismo religioso, culturale, dell’istruzione. Alla rinascita dell’iconoclastia.

 

L’iconoclastia non è un marchio di fabbrica Is; i fanatici del ritorno al VII secolo, all’età della purezza del Profeta e dei suoi compagni, al presunto dovere della demolizione delle statue antropomorfe, o raffiguranti divinità, o animali, ne fanno un’invenzione inaspettata nella contemporaneità. Se oggi noi fossimo nel VII secolo, nella mia Roma ci troveremmo a cercare riparo negli avanzi architettonici della gloria antica, dopo il triplice Sacco avvenuto meno di duecento anni fa, prima da parte dei Goti di Alarico (410), infine da parte di Visigoti, Ostrogoti, Burgundi (472, con la fine dell’impero). In mezzo, la catastrofica distruzione operata dai Vandali di Genserico (due intere settimane, nel giugno 455). Non delicati come i tifosi del Feyenoord, che pure saranno loro associati nel primo quarto del XXI secolo. Se fossimo a Baghdad, avremmo sei secoli di sopraffina civiltà, prima che la mirabile capitale dell’Impero Abbaside sia distrutta (1258) dall’esercito Mongolo di Hulagu. Si racconterà delle sue acque colorate di nero, per lo scioglimento nelle correnti del Tigri dell’inchiostro degli infiniti manoscritti delle biblioteche della città (oltre che di rosso-sangue come l’Arbia a Montaperti, appena due anni dopo).

 

Barbarie! Ma l’iconoclastia è stata innanzitutto, sempre, uno strumento di potere. Così è stato per i bizantini. Per la Riforma. Per Cromwell, e per i puritani durante la Guerra civile inglese di metà Seicento. Per gli autodafé cattolici, con la distruzione di simboli religiosi e testimonianze dei Maya. Durante la Rivoluzione francese, finché – anche in seno alla Convenzione – non nacque una lungimirante tendenza, determinante per la nascita della moderna cultura dell’occidente. A contrastare gli atti di distruzione delle opere commissionate  dal potere del re e dall’aristocrazia; da considerare, invece, espressione degli ingegni della Francia. E con la straordinaria testimonianza delle sette Lettere (1796) di Antoine-Chrysostome Quatremère de Quincy, rivolte a scongiurare la deportazione da Roma e dall’Italia di capolavori destinati alle collezioni del Louvre, “sul pregiudizio che provocherebbe alle Arti e alla Scienza la rimozione dei monumenti dell’arte italiana”, in nome “della civiltà, del perfezionamento degli strumenti della felicità e del piacere, dell’avanzamento e dei progressi dell’istruzione e della ragione, e dunque del miglioramento della specie umana”.

 

Fu dopo i disastri della Seconda guerra mondiale, con la pretesa nazista di impadronirsi dell’arte preziosa dell’antica Europa (e delle quadrerie delle famiglie ebree), con i bombardamenti a tappeto su Dresda, e la demolizione di Montecassino, che divenne gradualmente diritto internazionale il divieto di usare a fini di guerra il patrimonio, di saccheggiarlo o distruggerlo (la Convenzione dell’Aia del 1954); e ne fu regolata la tutela, in quanto appartenente all’intera umanità, con il divieto di traffici illeciti e il rispetto delle diversità culturali (le varie Convenzioni Onu sotto egida Unesco). Avevamo considerato un’isolata, mostruosa eccezione la demolizione (2001) dei giganteschi Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, da parte dei talebani (non posso dimenticare i diplomi che ho consegnato, da ministro della Cultura, a un drappello coraggioso di archeologi afghani formati in Italia negli anni successivi).

 

Quelle tendenze di rispetto dell’Heritage (veramente, patrimonio in quanto eredità comune, anche nelle radicali differenze) erano dunque figlie di una dolorosa assunzione di responsabilità; e fu, infine, una vittoria della cultura dell’occidente. Una vittoria che appariva irrevocabile; condivisa dall’intera comunità internazionale, resa più visibile con la competizione pacifica per l’affermazione, disseminata nel mondo intero, dei siti Unesco patrimonio dell’Umanità, marchi di sviluppo, turismo, benessere. E madre, a sua volta, di un’irenica aspettativa di dialogo, e non di scontro, tra civiltà, di una sorta di inevitabile multiculturalismo rispettoso delle diversità. Finché.

 

Finché il brusco risveglio ad opera dei tagliagole dell’Is. Che hanno reinventato, nell’ambito di un profondo conflitto in seno all’islam, un’iconoclastia sistematica, rivolta contro creazioni e culture di tutte le precedenti epoche storiche, oltre che contro le manifestazioni delle culture “altre” e delle confessioni religiose antagoniste: l’“inespiabile odio – secondo Matthiae – per culture nemiche”. Le invocazioni, agli atti, da parte degli autori delle distruzioni – tra dicembre e gennaio scorsi – del museo di Mosul: “Questi oggetti non c’erano al tempo del Profeta e dei suoi compagni. Sono stati esumati dai seguaci di Satana”; “Il Profeta ha tirato giù con le sue mani gli idoli quando è andato alla Mecca. Ci ha ordinato di distruggere gli idoli”; “Andiamo a distruggere il museo degli inglesi!”. Al fondo, anche la volontà politica di distruggere l’identità nazionale delle nazioni scaturite dal disegno dei confini da parte di Sykes-Picot, cento anni fa. L’instaurazione di programmi scolastici basati su una inesistente “purezza islamica”, dalle scuole di base alle università; l’eliminazione dei libri di letteratura, scienza, arte, filosofia presenti nelle biblioteche pubbliche e nelle librerie (salvati solo i volumi di teologia islamica). E’ incalcolabile la perdita degli ultimi segni di pluralismo culturale e religioso a Mosul, dopo la polverizzazione della “Tomba di Giona”, dei mausolei dei Profeti Seth e Jirgis, lo smantellamento del Toro alato di Nimrud, di parti delle vicine Mura e di monumenti di Ninive: si tratta, appunto, dell’antica Ninive, capitale Assira, poi città del cristianesimo d’oriente e capitale di diversi stati musulmani. Secondo archeologi italiani, come Daniele Morandi Bonacossi, o l’antropologo, già direttore dell’Institut Français du Proche-Orient, Hosham Dawod, “si tratta di un nichilismo radicale, un crimine contro la civiltà, la cultura, la Storia”. “Pulizia culturale”, secondo il Direttore dell’Unesco, Irina Bokova.


Lo smantellamento, da parte di membri dello Stato Islamico, del Toro alato di Nimrud


Ma qui occorre sottoporre questo irresistibile nichilismo a qualche concreta valutazione.

 

1. L’idolatria. Nel Libro dell’Esodo, si legge: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è sotto le acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai”. Ma qualcuno ha forse incontrato una persona che si sia recata al Museo di Mosul a rendere servizi religiosi alle antiche divinità Assire, donde la necessità di sminuzzarle col martello pneumatico? Non si sono registrate dichiarazioni generalizzate di condanna da parte di personalità religiose musulmane, purtroppo. Ma Abbas Shouman, sottosegretario dell’Università al Azhar del Cairo, ha detto: “Sono nient’altro che pietra. Nessuno crede che siano degli dèi”.

 

2. La purezza, e il coraggio. “Quando Dio ci ordina di rimuoverli e distruggerli – così un portavoce delle demolizioni del museo di Mosul –, per noi diventa semplice e non ci interessa che il loro valore sia di milioni di dollari”. Non è propriamente così. Secondo l’Unesco, “il traffico archeologico dall’Iraq può raggiungere i 7 miliardi di euro”. In Siria e in Iraq, risultano “concessioni” di appezzamenti di aree archeologiche da scavare per finanziare il potere dell’Is e delle sue bande locali. Testimoni hanno riferito del saccheggio dei siti di Nimrud, con trasporto degli oggetti di piccole dimensioni su camion, prima della demolizione delle statue non vendibili, perché di grandi dimensioni. Il Times ha testimoniato la vendita a Londra di un centinaio di oggetti trafficati dal Califfato; il parassitismo speculativo del Daesh nei confronti dell’eredità culturale del passato si muove attraverso Turchia, Giordania, Libano.

 

Samir Abdulac, segretario generale del Consiglio internazionale francese dei Musei (ICOMOS), è venuto a Venezia, nello scorso Novembre, per la “laudatio” del coraggioso direttore delle Antichità di Damasco, Maamoun Abdulkarim: a lui la giuria internazionale che ho formato con l’Associazione priorità cultura ha attribuito il Cultural heritage rescue prize, per aver difeso il patrimonio del suo paese, anche collaborando con le opposizioni, e nonostante l’uccisione di alcuni suoi collaboratori. Abdulac ha ricordato che episodi di eroismo si registrano anche in Iraq: “Una certa Sabrina ha sacrificato la sua vita dopo aver difeso sulla sua pagina Facebook il patrimonio culturale minacciato dall’Is. E’ stata arrestata e decapitata”.

 

3. L’idolatria mediatica. Come definire altrimenti il trionfale utilizzo di tecniche cinematografiche per mostrare i crimini dell’Is al mondo? Gli sgozzamenti, le persone arse vive. Ma anche, ora, le distruzioni irreparabili dell’arte. Secondo uno studio di Brookings e Google, l’Is controlla almeno 46.000 account di Twitter. Il controllo e l’uso delle immagini, l’esaltazione di capi sanguinari attraverso la mediatizzazione di massa è parte di una nuova idolatria, che viene considerata il più penetrante strumento di coinvolgimento e arruolamento, anche in seno alle comunità musulmane in occidente.

 

Conclusione. L’iconoclastia dell’Is è un crimine contro l’umanità. La superbia della dichiarata volontà di “ritorno al VII secolo”, perché tutte le altre culture e religioni non hanno valore; la volontà demenziale e crudele di sopprimere o svendere ricchezze universali lascito della storia, quando diviene prassi, o sistema, non può restare senza risposta da parte di chi dispone di un’autorità istituzionale. Dunque, esigerebbe una vera e propria campagna di verità presso l’opinione pubblica mondiale, e concrete azioni di forza contro questi fanatici, giustificate da principi e norme di diritto internazionale. Ciò non avviene.

 

[**Video_box_2**]Noi lo abbiamo verificato, nei due anni passati, quando abbiamo cercato di coinvolgere la Commissione Europea – e la sua Rappresentante Catherine Ashton – nella Campagna per la Salvezza del Patrimonio in Siria, accompagnata da una serie di concrete proposte: censire e monitorare il Patrimonio a rischio; pagare guardie e custodi che rischiano la loro vita in diverse zone di confine; formare, all’estero, nuove generazioni di studiosi e archeologi; iniziare a preparare progetti di riabilitazione per un dopo-conflitto che non potrà non arrivare; contrastare con mezzi efficaci il traffico illecito dei beni archeologici. La risposta è stata politicamente inesistente. Tornano alla mente le parole formidabili di un altro inglese, membro del gabinetto di guerra di Churchill, Sir Harold Nicolson, che scrisse durante la Seconda guerra mondiale: “Io sarei assolutamente pronto a farmi fucilare, se fossi certo che con questo sacrificio io potrei preservare gli affreschi di Giotto; né esiterei per un istante (se mai mi trovassi di fronte a questa decisione) di salvare San Marco, anche se fossi consapevole che così facendo io finirei per causare la morte dei miei figli…”.

 

Non è certamente con un tale estremo intellettuale spirito di sacrificio – di fronte all’universale e irripetibile valore delle culture della Mesopotamia e della Siria, da cui tutti siamo discendenti – ma il governo italiano ha dimostrato una sensibilità piuttosto rara, di fronte alla pochezza dell’Europa. Il ministro Dario Franceschini ha appoggiato ed inaugurato a Roma la Mostra a Palazzo Venezia dello scorso anno, “Siria. Splendore e Dramma”, ed è intervenuto a Venezia alla premiazione, assieme a Sandro Gozi, dei coraggiosi difensori di quel patrimonio massacrato. Il ministro Paolo Gentiloni ha manifestato concreto interesse per un’iniziativa che stiamo lanciando, per il restauro di monumenti colpiti nei conflitti in altre aree del Mediterraneo. Del resto, il nostro paese, dove non vi è sufficiente investimento per la cultura, e dove pure continuano attività illecite, per mano di tombaroli e reti criminali, è proprio il paese che ha istituito il Comando dei carabinieri per la tutela del patrimonio, unico al mondo; che, tra l’altro, ha contribuito in modo decisivo alla riapertura del museo di Baghdad; che ha stabilito un punto fermo nella diplomazia culturale con il recupero di capolavori trafugati all’estero e la conseguente collaborazione internazionale.  Non possiamo però nasconderci che ci troviamo di fronte a una vera e propria abdicazione dell’occidente, a una rinuncia a condurre una battaglia di libertà che dovrebbe coinvolgere profondamente le nostre società, con un dialogo fecondo con la grande parte dell’islam che rigetta  il delirio dell’Is – e ne è colpita.

 

Come mi ricordava qualche giorno fa un autorevole ministro degli Esteri europeo, oggi si sta realizzando perfettamente la previsione di Charles Kupchan, in “Un mondo di nessuno” (il suo “No One’s World” del 2012, tradotto in Italia con un insufficiente “Nessuno controlla il mondo”). Ciò che fu chiamato “interventismo democratico” ha lasciato il posto a un cinismo tattico totale. Ciò che fu chiamata R2P, “Responsibility to Protect”, sconta le bruciature, e l’assenza delle necessarie assunzioni di responsabilità: non è un caso che questa espressione sia stata usata per la prima volta in una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu a supporto dell’intervento militare contro Gheddafi nel 2011, rimasto privo delle indispensabili azioni successive di stabilizzazione. E non è un caso, neppure, che la prima Risoluzione per contrastare la distruzione del Patrimonio in Iraq e Siria  e il traffico illecito (la 2199, approvata dal CdS nel Febbraio scorso), non sia stata presentata da un paese occidentale, ma dalla Russia. L’Is? Lo sbrogli l’Islam, con le sue divisioni interne. L’idealismo, la pretesa, l’illusione, la presunzione di concorrere a governare il mondo, non è affare per il XXI secolo. E invece no. Non è certamente affare per gli uomini, le donne e le istituzioni del XXI secolo assistere immobili all’iconoclastia al potere nella Patria dei tagliagole.

 

Francesco Rutelli è ex sindaco di Roma, ex ministro della Cultura

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