Perché l’Italia trasmette in differita l’editoria inglese? Piccola indagine

Roald Dahl, David Lodge, Hilary Mantel? Vent’anni di ritardo. E' normale per gli editori italiani pubblicare gli scrittori inglesi in ritardo. Ora Einaudi compie un passo meritorio nel tentativo di colmare il gap accumulato rispetto alla narrativa britannica.

Perché l’Italia trasmette in differita l’editoria inglese? Piccola indagine

Lo scrittore Julian Barnes

Stiamo recuperando. Con la tardiva traduzione degli esordi di Martin Amis e Julian Barnes – rispettivamente “Il dossier Rachel”, risalente a quarantadue anni fa, e “Metroland”, trentacinque – Einaudi compie un passo meritorio nel tentativo di colmare il ritardo accumulato dall’Italia rispetto alla narrativa britannica. Non è sola. Sellerio ha appena pubblicato “La fanciulla è morta”, romanzo di Colin Dexter che oltremanica fu un successo nell’89; in verità fu subito tradotto nei Gialli Mondadori e altrettanto presto dimenticato, ragion per cui non si tratta di scoperta tardiva bensì di traslazione culturale, dal popolare al letterario. Non così per Kyril Bonfiglioli: propiziata dal film con Johnny Depp, Piemme ha appena tradotto il primo volume della serie di “Mortdecai”, apparsa in Inghilterra fra il ’71 e il ’79. Nello stesso 1979 Roald Dahl aveva licenziato il suo romanzo più scatenato, “Lo zio Oswald”, che tuttavia ha dovuto attendere il 2013 per sbarcare in Italia con Longanesi; “I vecchi diavoli” di Kingsley Amis, vincitore del Man Booker Prize nell’86, è stato tradotto da Baldini & Castoldi ventisei anni dopo.

 

Al netto di alcuni ammirevoli regolaristi – Adelphi con Alan Bennett, Elliot con Paul Torday, Einaudi con Ian McEwan che pubblica fedelmente dal 1979 – è normale per l’editoria italiana trasmettere l’Inghilterra in differita. David Lodge è apparso da noi nell’88, con ben sette romanzi sul groppone, e un gioiello di umorismo quale “E’ crollato il British Museum” (Bompiani) ha dovuto aspettare ventott’anni dall’uscita inglese. Mancano ancora i suoi primi due romanzi ma, non essendo indimenticabili e avendo più di mezzo secolo, forse resteranno intonsi. Hilary Mantel è stata tradotta solo nel 2000, quindici anni e otto romanzi dopo l’esordio; nella lunga attesa che si concluda la trilogia sui Tudor iniziata con “Wolf Hall”, l’anno scorso Fazi ha dovuto ripiegare su “La storia segreta della Rivoluzione”, del 1992.

 

Se non altro questi ritardi lasciano ben sperare su talune dimenticanze clamorose, libri rimasti a galleggiare nella Manica. Sebastian Faulks è talmente bravo che nel 2008 ha ricevuto in eredità il personaggio di James Bond e nel 2013 ha risuscitato il Jeeves di Wodehouse; in Italia però è apparso solo al quarto romanzo (“Il canto del cielo”, Tropea) e il suo splendido, fedele ritratto dell’Inghilterra di oggi in “A Week in December” aspetta un traduttore da sei anni. Lo leggeremo come ritratto dell’Inghilterra di ieri. E Howard Jacobson? Abbiamo iniziato a tradurlo solo nel 2009, a ventisei anni dall’esordio, grazie alla piccola casa editrice napoletana Cargo che così ha potuto avere in scuderia “L’enigma di Finkler”, Man Booker Prize 2010. Adesso che Bompiani ha rilevato l’autore toccherebbe a “J”, distopia che la stampa britannica, usualmente prudente, ha comparato a Orwell e Huxley.

 

Questa tendenza della nostra editoria può avere cause diverse: subalternità nei confronti della cultura estera; superiorità delle galline vecchie inglesi a fronte delle possibili novità della nostra narrativa; consapevolezza che il pubblico non sia ancora pronto a recepire romanzi italiani di trent’anni fa o specchio dell’evoluzione del gusto, che oggi si va faticosamente allineando a ciò che gli inglesi oramai reputano vintage; strategia del maiale, per cui se un autore vende allora non si butta via niente. Fatto sta che Amis non è al primo ripescaggio (nel 2013 Isbn tradusse il trentennale manuale di videogiochi “L’invasione degli Space Invaders”) e nemmeno Julian Barnes. In Inghilterra infatti hanno appena riproposto la tetralogia gialla “Duffy”, iniziata nell’80 con un romanzo scritto in nove giorni e firmato Dan Kavanagh; sono stati discreti, poiché sulla nuova copertina non appare indizio che possa far risalire alla vera identità dell’autore. In realtà proprio Dan Kavanagh era stato l’incarnazione con cui Barnes era apparso per la prima volta in Italia, nell’82, quando i Gialli Mondadori pubblicarono il primo volume di “Duffy”. A quando il resto?

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