Lasciateli cantare

Il problema, in fondo, sono sempre gli eredi. Che, a guardare le cronache di questi giorni, si distinguono in varie specie. Da Harrison a Thicke, l’industria musicale e il dilemma del copyright.

Lasciateli cantare

George Harrison (foto LaPresse)

Il problema, in fondo, sono sempre gli eredi. Che, a guardare le cronache di questi giorni, si distinguono in varie specie: ci sono quelli di Lucio Dalla, che si azzuffano per l’eredità. Ci sono quelli di Marvin Gaye – categoria che comprende, un po’, anche quelli di Monicelli – che si ritengono custodi del defunto-pensiero e unici esegeti dell’eredità artistica del de cuius. Quando due anni fa uscì “Blurred Lines” di Robin Thicke, Pharrell Williams e Clifford Harris Jr., il brano diventò in un attimo un tormentone da milioni di dollari. Si suonava nelle playlist di Spotify, su YouTube, negli iPod. Alla fine arrivò anche alle orecchie degli eredi di Marvin Gaye – una delle voci soul più famose d’America, morto nel 1984 – che trovarono la hit un po’ troppo simile alla “Got to Give It Up” di Gaye del 1977. Il tribunale di Los Angeles ha condannato ieri Robin Thicke e soci al pagamento di 7,3 milioni di dollari di risarcimento.

 

Ora gli eredi di Gaye vogliono bloccare le vendite di “Blurred Lines”. Eppure quella di Thicke era una canzonetta che aveva il merito di aver reinterpretato il soul degli anni Settanta in un modernissimo mix (“originale ed eccitante, rischioso e stuzzicante”, aveva scritto Pistolini su queste colonne). Gaye ne è stato l’ispiratore. Forse, se fosse ancora vivo, avrebbe addirittura apprezzato la citazione di Thicke. In fondo la storia della musica è la storia di “grandi citazioni”, ovvero di grandi plagi. Basti pensare a uno dei più grandi successi della storia, “My Sweet Lord” di George Harrison (1970), copiata pari pari dal brano “He’s So Fine” delle Chiffons (1963) – a sua volta molto simile a “Oh Happy Day”, la canzonetta natalizia, un argomento utilizzato dalla difesa durante il processo contro Harrison. L’ex Beatle però nel 1976 fu condannato dal tribunale di New York per aver “inconsciamente” plagiato le Chiffons. Il dolo è dirimente, ma non costituisce un’attenuante se vìoli il copyright. Harrison pagò 1,6 milioni di dollari, e smise per un po’ di comporre, terrorizzato dal fare un altro “plagio inconscio”. “All by Myself”, la canzone strappacuore di Eric Carmen, è cantata da chiunque, pure nei karaoke: Carmen pensava che il terzo movimento della Sinfonia numero 2 di Rachmaninov, al quale si “ispira” la canzone, non fosse protetto da copyright. Poi un giorno gli eredi del proprietario di quei diritti hanno bussato alla sua porta.

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