Dal cricket intelligente alla politica scema. Tutti i difetti dei big data

Dopo l’umiliante sconfitta della Nazionale inglese di cricket in Coppa del mondo contro il Bangladesh, l’allenatore Peter Moores ha inaugurato quello che potrebbe essere un nuovo genere nella letteratura delle interviste post partita. Ai giornalisti che gli chiedevano come fosse possibile che gli inventori dello sport che ha ispirato il baseball avessero perso, Moores si è limitato a rispondere: “Dovremo guardare i dati”.

Dal cricket intelligente alla politica scema. Tutti i difetti dei big data

Dopo l’umiliante sconfitta della Nazionale inglese di cricket in Coppa del mondo contro il Bangladesh, l’allenatore Peter Moores ha inaugurato quello che potrebbe essere un nuovo genere nella letteratura delle interviste post partita. Ai giornalisti che gli chiedevano come fosse possibile che gli inventori dello sport che ha ispirato il baseball avessero perso, Moores si è limitato a rispondere: “Dovremo guardare i dati”. Nessun rammarico, né scuse, né ammissioni di colpe per un’umiliazione sportiva di portata storica. Nulla di cui stupirsi, in verità: l’allenatore inglese non ha fatto altro che prostrarsi dinanzi all’idolo moderno dei big data che da qualche anno determina decisioni e analisi non soltanto in campo sportivo, ma anche e soprattutto in quelli economico e politico.

 

Un magnifico commento di Iain Martin sul Financial Times metteva a nudo il moderno paradosso per cui siamo convinti che i numeri – adeguatamente analizzati – possano spiegare debolezze e virtù dell’umana natura. Secondo la “legge di Moores”, ironizzava Martin, se si raccolgono abbastanza informazioni su un fatto appena accaduto e le si inserisce in un algoritmo creato da qualcuno nella Silicon Valley, allora – e solo allora – si potrà sapere che cosa pensare di quel determinato fatto. Questa mania di mappare tutto con i dati è ben conosciuta da chi lavora nel mondo degli affari e – aggiunge il commentatore del quotidiano finanziario londinese – per certi versi è quella che ha portato alle crisi del 2007-2008, quando i dati in possesso dei banchieri dicevano chiaramente che il rischio a cui erano esposti non avrebbe superato i livelli di guardia. Eppure da allora il potere dei big data è continuato a crescere (il modello pubblicitario di Google è basato sulla raccolta dei dati degli utenti che navigano sui siti, e lo stesso fanno sempre più aziende), e ha avuto il suo culmine nella campagna elettorale del 2012 per la rielezione di Barack Obama alla Casa Bianca. La squadra del presidente americano puntò forte sull’analisi dei dati – qualunque dato possibile e immaginabile – a scapito delle idee. La convinzione era che in questo modo si sarebbero potuti creare centinaia di micro messaggi pensati ad hoc per altrettanti piccoli gruppi di potenziali elettori, convincerli e ottenere più voti.

 

L’adorazione dei dati però tende a provocare schiziofrenia: è il caso dei Tory in Inghilterra, scriveva ancora Martin, che basandosi sui risultati dei sondaggi in un primo momento avevano deciso di modificare il loro programma in vista delle elezioni di maggio, eliminando la proposta di destinare il 2 per cento del pil alle forze armate perché “i dati dimostrano che la Difesa non porta voti”. Ora che la crisi ucraina e le minacce dello Stato islamico preoccupano i cittadini britannici, i Tory hanno di nuovo modificato il loro programma, ricominciando a parlare di spese militari. Non perché la difesa del paese sia importante in assoluto, ma perché adesso anche i big data lo confermano. Con tanti saluti alla capacità di giudizio e di leadership.

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