Il latrato di Ellroy all’epica e alle illusioni perdute del sogno americano

Esce oggi “Perfidia”, primo volume di una tetralogia su Los Angeles, ambientata prima della precedente ma con molti personaggi già noti dagli altri romanzi, siamo nei giorni di Pearl Harbor, quando l’America si è fatta particolarmente sensibile ai “calabroni pagani di Hiroito”.

Il latrato di Ellroy all’epica e alle illusioni perdute del sogno americano

James Ellroy con il suo ultimo romanzo, "Perfidia"

Ci sono scene di Ellroy che non si dimenticano. Il momento in cui l’investigatore segretamente omosessuale de “Il grande nulla” sa che dovrà sottoporsi alla macchina della verità, e con un sinistro mantra nella testa, come un sortilegio – “Macchine che sanno. Droghe che impediscono di mentire” – si reca in cucina e vi trova “tutte le armi che voleva”. Poi “si portò la lama alla gola e la squarciò da un orecchio all’altro, fino alla trachea, con un solo taglio preciso”. Oppure quando in “Dalia nera” si fronteggia il corpo massacrato della giovane misteriosa, in un fosco gioco di specchi con la morte della madre dello scrittore, raccontata ne “I miei luoghi oscuri”: “I tronconi della ragazza erano stati scoperti e la testa penzolava proprio nella nostra direzione. Mi affrettai a guardarmi la punta delle scarpe mentre il dottore borbottava qualche parola di gergo medico”. In “Perfidia”, che esce proprio oggi pubblicato da Einaudi nella bella traduzione di Alfredo Colitto, un poliziotto corrotto amoreggia con Bette Davis – “Stai sbadigliando, ragazza mia. Di’ una frase importante prima di cadere addormentata” – e lei biascica un “Dudley Liam Smith, ti prego: uccidi un giappo per me”. Ed egli semplicemente lo fa. Esce, punta il primo sconosciuto che corrisponda alla richiesta, e “gli sparò in faccia. Quattro volte. La parte posteriore della sua testa e la parte posteriore della cabina saltarono via. Dudley disse: – Per Bette Davis”.

 

In questo primo volume di una nuova tetralogia su Los Angeles, ambientata prima della precedente ma con molti personaggi già noti dagli altri romanzi, siamo nei giorni di Pearl Harbor, quando l’America si è fatta particolarmente sensibile ai “calabroni pagani di Hiroito”. Seguendo le indagini sul bizzarro seppuku di alcuni giapponesi, Ellroy ridisegna la storia collettiva e le vicende di una gran sarabanda di personaggi reali e fittizi – grandi inquisitori a caccia di comunisti e quinte colonne, sbirri marci fin nel midollo, simpatizzanti nazisti, bellissime infiltrate alle feste dove è possibile incappare in un “Rachmaninov addormentato sui tasti” e altri divi raccontati con scherno iconoclasta. Un mondo di intrighi e rapacità sessuale etero-bi-omo-lesbo, con l’insolita variante di un’ossessione eugenetica che si fa anche business per camuffare chirurgicamente giapponesi abbienti, percorso da improvvisi squarci di violenza.

 

La guerra, l’internamento dei 120 mila giapponesi, il razzismo niente affatto strisciante sono squadrati con cinismo ora occidentale – “è sempre più ‘ebrevidente’: questa guerra voluta dai comunisti si dirige verso di noi. Che lo vogliamo o no” – ora orientale – “Io non ce l’ho con i cinesi, capo. L’eugenetica. L’eugenetica. Loro fanno da mangiare meglio, ma noi giapponesi siamo la razza padrona”. In molte interviste recenti Ellroy ha rimarcato la sua ossessione per Beethoven; e se il compositore ribatteva sprezzante ai violinisti increduli: “Cosa volete che me ne importi del vostro stupido violino quando lo Spirito mi parla?”,  lo scrittore ha parimenti affermato al Telegraph di riuscire a “fiutare Dio nell’aria” della sua vita. Tuttavia, leggendo questo nuovo immane affresco, questo nuovo tassello della sua controstoria del Novecento, è il nome di Balzac ad affacciarsi alla mente. Il noir di Ellroy è un latrato lanciato alla luna e alle stelle dell’epica, alle “illusioni perdute” del sogno americano. Non è un caso che il Guardian abbia recensito “Perfidia” ricordando un documentario che vede lo scrittore effettivamente abbaiare sulla spiaggia. E’ un tratto che divide con i suoi personaggi, intenti magari a ispezionare un cadavere alla luce di una torcia: “Nel cielo passò un banco di nuvole. Dudley abbaiò alla luna come un cane”. E’ bello sapere che si tratti solo di un primo capitolo, perché questo latrato del cane idrofobo d’America ci mancava.

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