In morte dell'agnello

Chi ha sentito, il pianto dell’agnello? Quando lo strappano alla madre – e urla e spintoni e fretta furiosa di uomini giganteschi che non hanno né tempo né denaro da perdere – ha un doloroso lamento di strazio, come è dolorosa e alta la paura di ogni essere indifeso.

In morte dell'agnello

Michelangelo Buonarroti, “Il sacrificio di Noe”, 1509 (Cappella Sistina, Vaticano)

“Dovunque siano occhi che vi guardano con pace o paura, là vi è qualcosa di celeste, e bisogna onorarlo e difenderlo”

Anna Maria Ortese, “Corpo celeste”

 

 

Chi ha sentito, il pianto dell’agnello? Quando lo strappano alla madre – e  urla e spintoni e fretta furiosa di uomini giganteschi che non hanno né tempo né denaro da perdere – ha un doloroso lamento di strazio, come è dolorosa e alta la paura di ogni essere indifeso. Muore già lì qualcosa, nel piccolo agnello. Muore lì pure qualcosa della sua spaventata madre, che disperatamente cerca di nascondere agli umani il suo cucciolo, fa barriera con il suo goffo corpo di bestia mite a una furia incomprensibile. Gli uomini, quando avvicinano la loro vittima, hanno sempre e comunque un tratto di ferocia, anche se ancora non mostrano il coltello, forse solo una maleodorante sigaretta dentro la bocca vociante. Non bisogna sottovalutare il fumo della sigaretta. Significa molto, quel fumo. Poco prima di morire, Marguerite Yourcenar progettava un libro, “Paysage avec des animaux”. Spiegò la scrittrice: “L’uomo non sarebbe visto che nel suo rapporto con l’animale; uomini che si sono serviti di animali, a volte persino nei loro crimini contro l’uomo (penso ad esempio ai cristiani offerti alle bestie feroci, ma anche a quella miniatura, che trovo terrificante, di Fouquet, in cui si vede Filippo Augusto, su un cavallo ingualdrappato di velluto azzurro, che guarda bruciare gli eretici da vicino; il fumo deve aver dato fastidio al cavallo innocente)”.

 

Se hai sentito almeno una volta il pianto dell’agnello che ha paura – ha sempre paura l’agnello, e certo a ragione ha paura, e ha paura  perché gli indifesi sono così: quasi sempre spaventati, senza denti abbastanza aguzzi, come sono spesso i migliori che ci capita di incontrare – quel pianto così spaesato, così straziante, così simile a quello che molti di noi hanno dentro e segreto, ma nessuno ha udito – quel pianto non lo dimentichi più. E’ l’impunità che cancella la memoria, tanto del dolore quanto dell’abuso. Un giorno Elsa Morante osservava la sua gatta Minna. “Pietà mi viene al pensiero che, se pur la uccidessi/ processo io non avrei! Né inferno né prigione”. Il pianto dell’agnello è coperto dalle cazzate dei tiggì (un servizio, sentiamo quanto agnello consumiamo per questa Pasqua...), da quelle dei giornali, dalla terrificante para letteratura dei ghiottoni, quelli che scrivono del mangiare, parlano del mangiare, e che ogni cosa mangerebbero, le loro viscere al centro dell’universo, orrendamente sembra vivano solo per mangiare. I sazi, magnificamente sfregiati da Elias Canetti – un genio compassionevole del Novecento, premio Nobel per la Letteratura – “chi mangia ha sempre meno pietà, e alla fine non ne ha affatto”. Quelli che il pianto non lo sentono, certo non quello dell’agnello, nemmeno quello dell’angelo se è per questo, solo il rumore del loro ventre tremebondo, che proprio un pezzo dell’agnello massacrato e sezionato quieterà. “Disprezza coloro che non sono riusciti, qualsiasi cosa succedesse, a continuare a mangiare”. Sul mangiar carne ha scritto pagine feroci e sublimi Plutarco, il grande storico delle “Vite parallele”. E dunque, “io mi domando con stupore in quale circostanza e con quale disposizione spirituale l’uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue e sfiorò con le labbra la carne di un animale morto; e imbandendo mense di corpi morti e corrotti, diede altresì il nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano. Come poté la vista tollerare il sangue di creature sgozzate, scorticate, smembrate, come riuscì l’olfatto a sopportarne il fetore?”. (“Del mangiar carne. Trattati sugli animali”, Adelphi).

 

Quanti agnelli moriranno nella nostra Pasqua? Ad aprile dell’anno scorso sono stati sgozzati (macellati, dicono le ricerche, ma macellati è parola ambigua, con un’ombra di neutralità) 637.755 mila ovini e 536.228 agnelli (dati Istat). Nel corso dell’anno, sono stati uccisi oltre 5 milioni e 320 mila agnelli, e con capretti e altri ovini si arriva poco sotto i 6 milioni e 900 mila. Se pure tiene il ventre del ghiottone – e certo lo tiene lontano dalla raccomandazione di Canetti: “Ognuno dovrebbe vedersi mentre mangia” – il nostro doppio sguardo vede un fiume di sangue. La ferocia, con cui celebriamo la bellissima festa della resurrezione di un uomo, meriterebbe almeno una crudele serietà: spesso è assente anche questa forma estrema di osceno rispetto. Si scivola nella volgarità – e vanno grottescamente insieme una banalità sociologica come la volgarità e un atto definitivo quale la crudeltà. Come le insegne di certe macellerie, dove l’agnello o il maialino o la mucca sono disegnati mentre ridono, magari un fiore in bocca e le zampe libere sull’erba. Due metri, dentro il negozio, sul banco, sono fatti a pezzi. Ci si abitua a ogni oscenità. Volgarissimo pareva un titolo sull’Unità. Diceva: “Pasqua. Facciamo festa all’abbacchio laziale Igp”, mesta cronaca di iniziative assessorili, la solita menata sulla garanzia d’origine, stavolta della bestia da scannare.  Le parole dovrebbero significare qualcosa. “Facciamo festa all’abbacchio”, invece, che vuol dire? Si porta un campanello, l’erbetta fresca, una torta colorata alla piccola bestia? Si fa il girotondo? Facciamo la festa per lui, e poi gli puntiamo la lama al collo? Ma la volgarità del titolo  pareva purtroppo perfetta sintesi delle parole dell’assessore all’Agricoltura, Daniela Valentini. “Questo riconoscimento è una festa per un simbolo tra i più significativi della tradizione agricola capitolina e regionale”, ha detto, stando al giornale. Festa: fa festa. E nel dirlo, testuale, “gioisce l’assessore”. Gioisce, nientemeno. Oh, figurarsi: sarà giustissima iniziativa, benemerita decisione, con ogni ventre bene istruito pronto a ringraziare – il dop e il doc e l’igp e tutta quella roba a garanzia della nostra montante ingordigia. Resta una strana sensazione alla bocca della stomaco (cosa, si capisce, del tutto diversa dal ventre). C’è un’ apposita modulistica per la nuova normativa che fa gioire e festeggiare l’assessore:  razze e “costi del servizio” (così: costi del servizio) e quote di adesione di allevatori e macellatori. “La macellazione deve essere effettuata su agnelli maschi o femmine, tre i 28 e i 40 giorni d’età (...) Le carni debbono essere di color rosa chiaro, con grasso di copertura bianco...”. Chiarissima e asettica. Non si vede da nessuna parte un solo schizzo di sangue. Marguerite Yourcenar, negli anni Settanta, invocava “un film pieno di sangue, di muggiti, e di un terrore più che autentito”, sui nuovi mattatoi di Parigi. “I muri dei nuovi mattatoi (una bella realizzazione tecnica, non v’è dubbio, provvista come si vede di tutte le innovazioni) – scriveva la scrittrice – sono spessi: non vediamo queste creature torcersi di dolore; non ne sentiamo i laceranti muggiti, che neppure il più accanito adoratore di bistecche potrebbe sopportare. Gli effetti della coscienza pubblica sulla digestione non sono da temere”. Sentire e udire, paura e dolore. Non si fa quasi più. Una coscienza sorda – non chiedo, non mi dici – che faceva evocare ad Adorno una feroce e stupefacente metafora: “Auschwitz inizia quando si guarda a un macello e si pensa: sono solo animali”.

 

Su quel camion maledetto, i piccoli agnelli cominciano a morire di paura. Senza le madri, senza il prato, senza gli odori conosciuti. Urla, motori, rumori, traffico. A volte puoi incontrarli, quei camion, in autostrada. Vedi enormi orecchie sbucare fuori, intravedi occhi liquidi di terrore. Il furto del respiro, avreb be detto la dolente e magnifica Anna Maria Ortese. E’ bene sapere cosa finisce nel tuo piatto. “Penso alle mucche, ai vitelli, al toro; capre e pecore e persino (il mio linguaggio resta banale) all’umile maiale come rappresentazioni celesti: mansuete, dolorose sempre, benevole sempre, magiche. Non vedo perché l’uomo debba pensare che gli appartengono, che sono suoi propri, che può distruggerli, usarli. Concetto tra i più barbari e nefasti, da cui procede tutta l’immedicabile violenza umana, l’essere micidiale della storia, la cui meta sembra solo l’accrescimento di sé, tramite il possesso e la distruzione dell’altro da sé” (“Corpo celeste”, Adelphi). Vanno gli agnelli tra i lupi, l’uno sopra l’altro, in un lungo pianto, con il terrore che si fa odore, la paura che invade l’aria. Chiusi, soffocati, belanti: la legge tutela la buona condizione del ventre pubblico. Ebbe un pensiero, Elias Canetti: “Mai addolora che non si arriverà mai a un’insurrezione degli animali contro di noi, degli animali pazienti, delle vacche, delle pecore, di tutto il bestiame che è nelle nostre mani e non ci può sfuggire” (“La provincia dell’uomo”, Adelphi). E immaginò la nostra miserabile potenza di macellai e squartatori e padroni rovesciata nel suo contrario: “Davanti ai troni degli animali stavano umilmente degli uomini e aspettavano di essere condannati”. Dunque, il viaggio dell’agnello, che come recita la normativa regionale si compie tra i 28 e i 40 giorni d’età. Animali prigionieri verso una sorte atroce si trovano nei bellissimi racconti di Sholem Aleykhem (“Storie di uomini e animali”, Adelphi): il vecchio cavallo Matusalemme ucciso dalla folla, e così abituato alle botte che mentre muore continua a pensare che gli assassini sono solo burloni, i polli che si ribellano a qualche festività, “Assassini! Che la malasorte possa colpire tutti i macellai rituali del mondo intero!”, il cane da tutti seviziato e bastonato, impaurito e rassegnato, i due ingenui tacchini che s’innamorano nel breve viaggio verso lo sgozzatore: “Avevano appoggiato l’uno sull’altra i loro colli recisi, ancora caldi, e da lontano sembrava  che dormissero e sognassero dolci sogni dorati. A loro, dunque, s’addice il versetto: ‘Amorevoli e gentili in vita, anche in morte non si separarono’ (2 Sam, 1, 23)”. E’ questo “morire in dolore”, di cattiva morte e per nostra mano, l’infinita pena nascosta delle bestie che inquieta, e che norme e macelli nascondono: paura della nostra stessa crudeltà. Perciò Raffaele La Capria nel suo delicatissimo libro (“Guappo e altri animali”, Mondadori), racconta di come re Coetzee II d’Amerindia stabilì che chi voleva mangiare carne doveva pure uccidere l’animale da divorare, “ne senta il fremito del corpo e l’agitarsi delle penne mentre usa il coltello, e poi potrà pure mangiarselo”, magari un mitissimo bue al macello, “un cuneo di ferro sparato in mezzo alla fronte, tra i due occhi che guardano terrorizzati, perché ogni animale sa quel che gli viene fatto”. E non meno stupefacente e illuminante dei fantasmi di Adorno, la dolorosa convinzione della Yourcenar: “Ricordiamoci, in quanto occorre sempre ricondurre tutto a noi stessi, che ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove le bestie agonizzano senza cibo e senz’acqua dirette al macello, meno selvaggina umana stesa con un colpo d’arma da fuoco se il gusto e l’abitudine di uccidere non fossero prerogativa dei cacciatori” (“Il tempo, grande scultore”, Einaudi).

 

Bisognerebbe conoscerla attimo per attimo, quella lunga paura sul camion. Ma neanche la paura toglie mitezza all’agnello. Come sia stato percorso la prima volta, per poi diventare abituale insensatezza, l’abisso logico, senza un aggancio di pietà, che porta dall’Agnello di Dio sull’altare, destinato a salvare i destini del mondo, all’agnello sgozzato e finito al forno con le patate, che viene divorato dopo essersi inginocchiati davanti all’altro Agnello: ecco, un vero iniquo, torbido mistero. Il sangue dell’Agnello salva, il sangue dell’agnello viene divorato. Non bisogna farsi troppe domande, forse, per riuscire a fissare il piatto che abbiamo di fronte. Che poi, così facile farsi la mano sulla bestia: bestia da pelliccia, i cuccioli di foca scuoiati vivi davanti alle madri che urlano disperate, la neve sporca del sangue che mai, neanche una stilla, neanche un’ombra, arriverà sulle passerelle, visoni e volpi destinate a morire per coprire sconsiderate oscene vanità, gli innocenti tori nell’arena, la mite selvaggina, le orrende partite di caccia. Chi ammazza, di solito, è vile. E’ il coltello che taglia la gola dell’agnello, è il bastone che massacra la piccola foca (così non si rovina la pelliccia), sono i perfidi vigliacchi che vicino Frosinone hanno seviziato e ucciso un piccolo asinello che serviva per la terapia di alcuni disabili. Non è vile, il fucile contro un leprotto? Non è vile chi spara alla meraviglia elegante di un uccello o alla divina apparizione di un cervo? E molto più che vile, abbondantemente ripugnante, quello stronzetto spagnolo fotografato abbronzato e sorridente – mostra i denti: feroce – con dieci gattini uccisi in mano, levati in alto come trofei, i pantaloni sporchi di sangue, divertito per la sua sordida e spregevole mini corrida?  

 

Il coltello che sta per raggiungere la gola dei piccoli agnelli che piangono su quel camion ha, come tutti i coltelli a contatto col sangue, una lunga storia di viltà. L’agnello è la vittima ideale: niente artigli né denti né muscoli. Neanche bravo a scappare. Ha solo la paura. Per questo, come nessun altro, ha simboleggiato il Cristo – indifeso e mite. Per questo, il suo sangue sparso – pur nelle stanze asettiche di un mattatoio, pur su lucide mattonelle, pur in canali di scolo che lo faranno presto sparire alla vista – è simile a una bestemmia. Dovevamo fermarsi a san Girolamo: “Dopo che Cristo è venuto non è più consentito mangiare la carne”. Illudersi sui rotoli del mar Morto: “Sono venuto per porre fine ai sacrifici e ai banchetti di sangue, e se non smetterete di offrire e di mangiare carne l’ira di Dio non si allontanerà da voi”. E non solo fare i conti con il terrificante racconto biblico di Abramo, quando Dio gli chiede di uccidere suo figlio Isacco, e quello senza se e senza ma prende il figlio ed è pronto a scannarlo, poi l’angelo lo ferma appena in tempo, e come giubilo per la mancata decapitazione, si accoppa un montone che  passava da quelle parti, e che con l’ingarbugliata faccenda poco c’entrava, “e lo offrì in olocausto invece del figlio”. Ma che senso c’è? E onestamente, ne aveva così bisogno Dio? Però, in fondo, non c’è teologia o morale o filosofia che tenga. E’ un problema di pietà, non di dogmatici. La mattanza di agnelli di questi giorni – e l’incoscienza, che infine tiene una parvenza di buona coscienza –   è reale, così come reale è il racconto letterario di tante morti di bestie apprese sui libri. E’ l’immenso Tolstoj che nel racconto “Passolungo” dice della fine del vecchio cavallo con quel nome bellissimo, e dello scannatore (c’è sempre uno scannatore, di mezzo, che fa il lavoro che la nostra coscienza non sopporta) che gli piazza il coltello in gola. “Provò dolore, ebbe un tremito, agitò una zampa; ma si trattenne e cominciò ad attendere ciò che doveva succedere poi... Dopo successe che qualcosa di liquido gli colò giù, come un fiotto, sul collo e sul torace. Sospirò con tutte le costole. E si sentì più leggero, molto più leggero”. O la meravigliosa Bella, la pastora maremmana de “La storia” di Elsa Morante, che si fa uccidere dalle guardie pur di non far avvicinare nessuno al corpo del “bastarduccio Useppe” e alla sua madre Iduzza. “Da sola, essa riuscì a far paura a una strada di nemici, fra i quali almeno un paio erano muniti delle armi di ordinanza. Nessuno ebbe il coraggio di affrontarla direttamente. E così, essa mantenne la parola data a Useppe il giorno del suo ritorno a casa: ‘Non potranno mai più separarci, in questo mondo’”. O il racconto che Brunella Gasperini fa del cane Baffo, che con i suoi fratelli in montagna salvava gli amici ebrei dai rastrellatori nazifascisti. “Per il Baffo furono certamente i mesi più belli della sua bellissima vita: sentirsi utile, importante e amato lo riempiva di felicità e di ingegno (...). Morì da partigiano, un colpo alla testa, per difendere chi amava”. E Mr Bones, di Paul Auster, che si uccide per raggiungere il padrone in un luogo dove cani e uomini parlano la stessa lingua. Il gattino ebreo ucciso da una fanatica nazista. I piccoli asini colpiti e colpiti e colpiti con ferocia. L’orso abbattuto che cambia la visione del mondo di uno stupido cacciatore. Il paradiso per gli animali immaginato da Franca Valeri – perché vanno di sicuro in paradiso, gli animali. Borges che nel buio vede i più piccoli: “Ogni formica che schiacciamo forse/ è l’unica per Dio, che ne ha bisogno/ perché si compiano le puntuali/ leggi che reggono il Suo strano mondo”. I terrorizzati agnelli stanno per conoscere la lama e la fine.  Ricordare allora William S. Burroughs: “Gli animali riconoscono sempre la morte quando ce l’hanno davanti”.

 

Il viaggio è stato lungo. Ora il pianto è solo lamento: il respiro è finito. Sanno che stanno per morire. Anche se non sanno cosa significa morire, ma capiscono la morte. Sentono l’odore del sangue –  che noi non sentiremo, il rumore delle macchine – che noi non sentiremo, l’urlo degli altri agnelli – che noi non sentiremo, la lama che lacera la gola – che noi non sentiremo. “Deiugulati”, per la precisione: un foro nella carotide, si aspetta che il sangue esca. Anni fa un prete buono e intelligente, monsignor Mario Canciani, scrisse la preghiera di queste vittime: “C’è chi crede di poter festeggiare la Tua Pasqua vittoriosa con la nostra morte, una morte lunga, crudele. Assieme ad altri agnelli resterò appeso, da vivo, perché la mia carne sia più bianca, in attesa che l’ultima goccia di sangue esca dalle mie vene tra immense sofferenze”. Non vediamo, è tutto qui: sennò non basterebbero occhi e stomaco e bocca per tenere il vomito. “Ma nessuno vede mai. Nessuno – macellaio, eroi o ragazzi per bene che distruggono un loro simile o un cane – ha il vantaggio di un impassibile specchio. Il mondo è pieno di immagini, ma gli spettri – che pure vivono al nostro fianco, e la notte piegano il viso accanto alla nostra lampada – non si vedono mai” –  il sospiro di Anna Maria Ortese. Scuoiato, senza sangue, la testa senza  sguardo, angoscia e   terrore lontani dai nostri occhi – e perciò inimmaginabili. “Hanno trasformato in piacere la violenza non per nutrirsi né perché siano spronati dal bisogno o dalla necessità, ma per insolenza, ingiustizia e lusso smodato”, l’urlo di Plutarco. La meravigliosa storia del ritorno di un uomo dalla morte ingiusta non meritava di galleggiare tra tanto sangue e in mezzo a tanto spaventato dolore.

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