Visitare Venezia e accorgersi che l’allarme sulla città invivibile è fortemente esagerato

Per come l’ho vista in due mattinate di inesauribile bellezza, è un posto normale, ingombrato da qualche trolley d’avanzo nelle ore di punta, ma godibile

Visitare Venezia e accorgersi che l’allarme sulla città invivibile è fortemente esagerato

Foto Pixabay

Per come l’ho vista in due mattinate di inesauribile bellezza, con visite a San Marco, la Cattedrale, e a Ca’ Pesaro, mostra di ritratti di Hockney e repertorio museale di arte moderna, infine derrate di Tintoretto e Tiziano e Bellini e Palma il Vecchio e La Tempesta di Giorgione e i Trittici di Bosch alle Gallerie dell’Accademia, per come ho girato con i batei o vaporini, passeggiato, sostato nei caffè di campiello o all’Harry’s Bar, tragitto lungo dal Lido e ritorno, ed erano i due ultimi giorni di agosto, Venezia è una città normale e normalmente frequentata dai turisti mordi e fuggi, ingombrata da qualche trolley d’avanzo nelle ore di punta ma niente d’altro, e a tratti perfino solitaria, e godibile tre, quattro volte più dell’amata e congestionata Firenze delle file agli Uffizi e del piccolo centro storico soffocato dai viandanti e assediato dal traffico viario, e in certo senso più della vasta e mobile città di Parigi.

 

Eppure Venezia è considerata, non soltanto dai dandy che la frequentano da cinquant’anni, e si può capire in questo caso lo smarrimento snob di non averla tutta e solo per sé, ma anche dalla grande stampa internazionale, dalla chiacchiera continua, dai comitati per il numero chiuso, tasse e altre proibizioni un fenomeno mostruoso di affollamento senza misura alcuna. Certo nei luoghi deputati del turismo di massa, come appunto San Marco, puoi avere folle ingenti, devo credere a quanto leggo e a quanto si dice e svalutare quel che vedo, e pasti malamente deglutiti seduti sui sagrati delle chiese, e qualche eccesso nell’abbigliamento e nel comportamento, devo credere alla leggenda contemporanea di Venezia che affonda sotto il basto asinino di molti milioni di visitatori attoniti. Ma non li ho visti, ed era agosto, ed era appena ieri e l’altro ieri. Ho visto un normale flusso turistico piuttosto bene organizzato, un flusso appunto e non un ingorgo infernale.

 

Per cominciare bisogna scegliere le ore giuste. Alle otto e mezzo di mercoledì ero al Florian di piazza San Marco, ancora chiuso, e fino alle nove la piazza era deserta e gli incongrui cavalli e le colonne e la facciata bizantina della chiesa e i grifoni che afferrano Alessandro Magno, le cui spoglie forse riposano in Cattedrale al posto delle reliquie del Santo come mi ha raccontato Francesco Cataluccio che si accompagnava a me, ondeggiavano alla luce discosta lagunare con un effetto di tutto a posto e tutto a mia completa disposizione. Alle nove, prima dell’apertura ai turisti, c’era la messa e, con osservante rispetto del dovere di seguire almeno in parte la cerimonia liturgica, era possibile guardarsi praticamente in solitaria mosaici e Cristo pantocratore, iconostasi e accatastamenti secolari di opere varie sottratte dai mercanti veneziani al bazar delle bellezze di Costantinopoli, una sbirciatina alla Cappella Zen e via di nuovo sulla piazza mentre una folla per la verità ordinata e non numerosa di visitatori alle nove e quaranta cominciava a infiltrarsi con il nasino all’insù attratta dall’oro e dal luccichio delle volte nella struttura a croce greca. Ho avuto San Marco e il suo porfido e le sue stelle e il suo Leone tutto per me, e questo è un fatto. Esserci alle nove non era poi tutto questo sforzo, è perfino un suggerimento contenuto nelle guide. La mezz’ora del caffè finalmente aperto in piazza, con coppie cinesi che festeggiavano fotografandosi “il matrimonio a Venezia”, che ha sostituito la morte manniana, e non sarà poi una tragedia, fu una mezz’ora di delicate nuove luci tra Procuratie vecchie e nuove, e c’era poca gente, diciamolo.

 

Stessa esperienza a Ca’ Pesaro, i ritratti ironici e pop di Hockney scorrevano tutti per me e per pochi altri, e così la collezione Carraro e i vetri di Zecchin o Carlo Scarpa o le statue di Rodin e di Arturo Martini e Medardo Rosso. A Parigi c’è sempre ressa, a Firenze sempre fila, a Venezia Dorsoduro – nolite me tangere e credetemi sulla parola – c’era pochissima gente. I vaporini filano che è una meraviglia, passano ogni dodici minuti, e non sono così attufati di turisti con i loro baracconi come si dice.
Il giorno dopo all’Accademia stessa esperienza. Il bar del campiello aveva alle dieci tre o quattro tavolini disponibili all’ombra, l’ingresso alle Gallerie senza fila alcuna, il pubblico all’interno scarso o appena normale per un luogo tanto appetibile da occhi interessati ai dipinti, da Carpaccio a Tiepolo, appesi tra soffitti e pavimenti da urlo di meraviglia. E poi, oooohhh, la Tempesta di Giorgione, come sempre un capolavoro come pochi misterioso e seducente, l’abbiamo guardata a lungo in quattro, poi in tre, poi da solo. Da solo davanti alla Gioconda o alle Meninas non mi sono mai trovato in vita mia. Miracoli di Venezia, la città che affonda sotto il peso del turismo.

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Commenti all'articolo

  • Pesce

    02 Settembre 2017 - 09:09

    Si,tutto molto bello,certo. Magari se fosse venuto prima (nel periodo che va tra i mesi di maggio-agosto) avrebbe scritto tutt'altro articolo,si fidi sulla parola!Vaporetti pericolosamente inclinati perché strapieni di gente, trolley ovunque che (passi per il rumore) ti salgono tranquilllamente sui piedi o bloccano la calle mentre stai andando a lavoro, turisti incivili che ancora oggi sorprendo a fare i loro bisogni davanti al portone di casa mia... mi perdoni ma lei quante volte al mese/anno viene a Venezia? Se vuole le faccio fare un giro io...ma non a prendere il caffè al Florian,la porto sul Ponte dell'Ovo,in lista di Spagna,Strada Nuova e in Salizada San Lio durante le ore di punta,altroché. Ah dimenticavo:sono romana ma vivo a Venezia da quasi dieci anni.Giusto per non cadere nel cliché dell'ennesima veneziana che si lamenta.

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    • fmrb5925

      04 Settembre 2017 - 15:03

      Meno male! Leggo altri commenti che mi danno conforto nell'evidenziare che Ferrara ha dato una lettura irrealistica e sognante di una Venezia che invece non c'è più. Non siamo dei lamentosi lagnosi piagnoni, ne snob radical chich, caro Ferrara, ma persone nate, o residenti reali, che vorrebbero vivere e lavorare nella loro città, e oramai la nostra sembra una resistenza destinata a perdere, se anche personalità come lei si lascia andare a commenti semplicistici. In città regna oramai un disagio ed un intolleranza trasversali: i veri veneziani sono stanchi, delusi e affranti che non gli venga riconosciuto lo status di cittadino ed debba subire tutto quello che quotidianamente ci succede. Venezia è una "Vera" città....lasciatela vivere...

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  • fabrizia.lucato

    01 Settembre 2017 - 18:06

    Mah. Quando andavo al liceo, Venezia era una città normale, abitata da veneziani. Adesso è una città non normale, abitata ( consumata?) da turisti.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    01 Settembre 2017 - 16:04

    E pluribus unum, oppure Ex uno plura?

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  • fmrb5925

    01 Settembre 2017 - 14:02

    Ho grande stima dell'uomo e del giornalista Giuliano Ferrara, ma nel caso specifico da veneziano da sempre residente (anche quando lavoravo a Milano, Bologna e Roma) sono sorpreso e rammaricato che lei dia una lettura della situazione della città cosi superficiale da "ospite privilegiato". Io che ci vivo e devo affrontarla ogni giorno ne denuncio il disagio continuo fatto anche di grandi disservizi, di una città che ha dimenticato i suoi veri e reali residenti (non quelli per opportunismo commerciale) a favore di una mercificazione contaminante che distrugge la realtà di Venezia. Non basta bearsi della sua bellezza, non basta "indovinare" gli orari ( ma, non basta dire che c'è chi (sembra) stare peggio... Con questo atteggiamento negazionista della realtà (i vaporini in orario e agibili??) si condanna Venezia ad essere quello che tutti coloro che veramente l'hanno a cuore non vorrebbero mai vedere: un grande centro commerciale. Scusi lo sfogo e grazie. Bruno Rizzotti

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