Così si fabbrica "l'emergenza casa" a Roma

Lo sgombero dei rifugiati nasconde un problema più grande. A Roma manca un piano abitativo. Ci sono altre piazze Indipendenza pronte a scoppiare. Ecco come evitarlo

Così si fabbrica "l'emergenza casa" a Roma

Foto LaPresse

Roma. Sono serviti gli scontri di piazza Indipendenza a Roma della scorsa settimana perché il tema della casa tornasse a far parlare, e polemizzare, la politica nazionale. Cronache, polemiche e commenti, però, si sono soffermati soprattutto sugli scontri, dando l'idea che la questione sia soltanto un problema di ordine pubblico, strumentale per gonfiare la bolla delle mille emergenze, senza fare luce su quello che piazza Indipendenza rappresenta davvero: la cartolina da una città che da oltre dieci anni soffre un serio problema di disagio abitativo.

  

Via Curtatone è solo uno dei palazzi occupati su cui il Campidoglio – con Tronca – aveva già messo gli occhi. L'immobile è infatti parte di una lista che include sedici palazzi da sgomberare in via prioritaria rispetto agli altri occupati in città, individuati in seguito a sopralluoghi della polizia

Se l’espressione disagio abitativo suona poco familiare, è perché nell’arco degli anni la questione periodicamente tornata alla ribalta è stata sempre etichettata come “emergenza”, da associare, all’occorrenza, alle altre “sorelle emergenze”: in questo caso specifico, quella dell’immigrazione. Una narrazione che ha fatto da spalla alla promozione di politiche estemporanee e mai strutturali, con lo stanziamento di fondi speciali usati per finanziare soluzioni che dovevano essere temporanee e poi – in mancanza di un piano – sono diventate permanenti e costose. Come i residence, strutture periferiche affittate dal comune tra il 2006 e il 2009 all’incredibile cifra di 34 milioni di euro all’anno per ospitare 1.400 famiglie. Doveva essere una soluzione momentanea per sfoltire la popolosa graduatoria delle persone in attesa di una casa popolare e ospitare 231 rifugiati politici, invece alcune di quelle strutture sono ancora a carico del comune e con le famiglie dentro, mentre la lista per accedere a un alloggio di edilizia residenziale pubblica non si è ancora esaurita dagli ultimi due bandi del 2000 e del 2012. A fare il primo passo verso lo smantellamento di questo sistema è stato Francesco Paolo Tronca, il quale da commissario straordinario di Roma ha approvato una delibera che ne prevede la chiusura. A vantarne i risultati Virginia Raggi, ancora alle prese con l’effettiva messa in pratica della misura.

  

Così, a guardare bene la luna dietro il dito, non c’è dubbio che quello che serve siano risposte di lungo periodo, non palliativi sufficienti a rispondere in fretta solo a eventi straordinari. Certo, le centinaia di persone, rifugiati politici somali ed eritrei, che si sono ritrovate per strada il giorno dello sgombero di via Curtatone sono “un evento straordinario” a cui è lecito rispondere offrendo soluzioni temporanee, ma solo se intanto si pianifica una strategia adeguata. In questo caso la soluzione tampone è arrivata non da una pianificazione precedente all’intervento di sgombero, ma solo in seguito, e addirittura dal privato che gestisce l’immobile di via Curtatone, che ha messo a disposizione degli alloggi a Rieti senza far pagare nulla al comune. Dopo un primo rifiuto da parte degli occupanti, la proposta è stata poi accettata, mentre un altro gruppo ha accettato di alloggiare in uno Sprar (un centro per rifugiati politici) a Torre Maura. Al netto dei rifugiati per cui è stato trovato un posto, lunedì erano ancora 200 quelli che dopo lo sgombero sono rimasti fuori dai “radar” del comune, secondo l’assessore alle Politiche sociali Laura Baldassarre.

 

Ma via Curtatone è solo uno dei palazzi occupati su cui il Campidoglio – sotto la gestione di Tronca – aveva già messo gli occhi. L’immobile è infatti parte di una lista che include sedici palazzi da sgomberare in via prioritaria rispetto agli altri occupati in città, individuati in seguito a sopralluoghi della polizia. Alcuni di questi sono molto simili per condizioni a quello di piazza Indipendenza, solo più periferici, ugualmente inseriti nella lista di Tronca e per questo a rischio sgombero. Si tratta di due enormi palazzi, uno a via Arrigo Cavaglieri, vicino al centro commerciale La Romanina, occupato dal 2006, e uno dal 2004 in via Collatina 385, tra La Rustica e Tor Sapienza. Entrambi i palazzi, conosciuti rispettivamente come Selam e Natnet, sono abitati da migranti titolari di protezione internazionale più tutti i transitanti che passano da Roma e per passaparola arrivano in questi posti. Nel caso di palazzo Selam, un palazzo nato come struttura dell’Università di Tor Vergata, l’occupazione nasce dallo sgombero di un altro luogo e oggi conta circa 1.200 persone. Un’altra bomba come piazza Indipendenza pronta a scoppiare, se non viene gestita prima.

  

Di palazzi pubblici e privati occupati, in alcuni casi anche da vent’anni, a Roma ce ne sono 74 secondo una mappatura aggiornata da Regione e Campidoglio nel 2016 ma nota da tempo, almeno dal 2010, quando si ritrova nei documenti ufficiali una precedente stesura. In questi palazzi abitano sia italiani che stranieri – si stima siano circa 5.000 nuclei – e il Campidoglio ha provato a censirli: in alcune delle occupazioni storiche le persone hanno anche la residenza e alcune di loro sono nelle liste d’attesa per accedere agli alloggi popolari pubblici. E’ qui che va rintracciato il motivo per cui a Roma è potuta persistere una condizione di illegalità per così tanto tempo: l’inadeguatezza delle politiche abitative e della macchina burocratica che amministra l’edilizia pubblica. Basta pensare che dal passaggio di gestione delle case popolari del Comune dalla Romeo a Prelios, tra il 2014 e il 2015, neppure gli uffici del Campidoglio hanno più contezza di quante case dispongono né sanno se gli affitti pagati sono commisurati alla reale disponibilità economica delle famiglie. Si tratta di circa 24 mila unità immobiliari, su cui sempre Tronca aveva provato a fare ordine durante il suo breve mandato.

   

Da un’indagine svolta su un campione di 574 immobili compresi tra il Centro storico e rioni come Trevi, Trastevere, Monti e Testaccio era venuto fuori un elenco di case affittate a prezzi bassissimi: un altro vecchio problema che Roma si porta dietro, rilanciato sui giornali come una nuova “affittopoli”. Ma questa è un’altra storia. Non va molto meglio con le case che amministra l’Ater, 48 mila unità immobiliari, su cui chi scrive ha provato a chiedere conto nel non lontano 2013, scontrandosi con una situazione di totale confusione: oltre ai conti dissestati dell'azienda, che impediscono di effettuare interventi di manutenzione su un patrimonio sempre più svalutato perché vecchio e usurato, gli uffici dell’Ater non hanno controllo della situazione patrimoniale di tutti i residenti e gestiscono con affanno le nuove assegnazioni. Stando alle parole del sindaco Raggi sarebbero 10 mila i nuclei familiari idonei che aspettano di essere convocati per avere una casa. Si capisce che in questo quadro le occupazioni sono solo uno dei tasselli del problema. Ma una cosa è certa: una volta raggiunto un numero così elevato di occupazioni e occupanti, come si può pensare di procedere allo sgombero senza individuare un luogo che non sia la strada dove collocare le persone?

   

Una delle soluzioni possibili è quella del recupero del patrimonio immobiliare pubblico, comprese tutte le caserme abbandonate che da tempo si ipotizza di utilizzare con questo scopo. Il decreto Sblocca Italia, all’articolo 26, invita i comuni a presentare progetti di recupero degli immobili al ministero titolare del bene, anche attraverso il cambio di destinazione d’uso. A quanto risulta, il Campidoglio non ha ancora inviato le proprie proposte (dal 2014 a oggi), ma la soluzione resta una delle più plausibili per ripristinare la legalità e sbloccare le liste delle graduatorie di chi attende una casa popolare. Il Viminale dalla sua ha accelerato le operazioni di sgombero delle occupazioni abusive con alcune disposizioni contenute nel decreto Sicurezza. Le operazioni di via Curtatone derivano anche da questo provvedimento e ora che è andato in scena “lo sgombero degli sgomberati” in piazza Indipendenza, il ministero dell’Interno sta ragionando su quali modalità adottare per continuare con le operazioni in programma. Il principio è che ad ogni sgombero effettuato dovrà corrispondere una soluzione abitativa accettabile e uno dei temi sul tavolo è quello di utilizzare gli immobili confiscati alla mafia. Ma per farlo serve coordinarsi con i sindaci. Secondo una prima ricognizione, sarebbero già 600 le strutture individuate tra le province di Roma, Milano e Napoli. Una soluzione che permetterebbe di ridare ossigeno a un sistema di edilizia popolare attualmente bloccato, valorizzare immobili in alcuni casi abbandonati e trasferire in contesti di legalità chi ha diritto a una casa popolare.

   

D’altra parte sbaglia chi pensa che prospettare un piano di questo tipo legittimerebbe le occupazioni abusive, perché come detto buona parte degli occupanti romani ha già acquisito il diritto di accedere a una casa popolare: diverse delibere regionali e comunali ribadiscono che il 15 per cento degli alloggi assegnati è da destinare ai nuclei residenti al 2013 nelle occupazioni censite. Resta solo da trovare gli spazi idonei. E avere la forza politica di andare fino in fondo in una delle questioni più impopolari di sempre: fare ordine nel caos delle assegnazioni di case popolari, includendo anche gli stranieri immigrati che ne hanno diritto. Virginia Raggi sul tema della casa ha molto insistito in campagna elettorale, ma l’impressione è che non avesse fatto i conti con la complessità del problema e con la presenza dei rifugiati. Adesso, con il piano del Viminale, potrebbe farsi più semplice intervenire e domani il sindaco ne parlerà proprio con il ministro Marco Minniti, in un incontro in Prefettura.

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