Demolire, ma come?

Dopo ogni terremoto torna sulle cronache il problema dell’abusivismo. Qualche consiglio

Demolire, ma come?

Foto LaPresse

Le case in Italia crollano quando arrivano i terremoti perché sono abusive? Pare di sì, se si leggono i commenti dei quotidiani italiani. Così abbiamo trovato, secondo l’odierno costume italiano, il capro espiatorio. La magistratura si mette subito in movimento e ancor prima di avere finito di contare i morti inizia la caccia al colpevole. Ora, è probabile che una casa abusiva sia costruita anche senza rispetto delle norme antisismiche e magari con materiali scadenti e quindi sia predisposta a subire danni seri. Ma confondere le cose, terremoti, abusivismo e vulnerabilità dei nostri edifici, è un’operazione miope e priva di razionalità.

 

In Italia ci sono 12 milioni di edifici abitati che ospitano 30 milioni di famiglie. Di questi, circa 1 milione sono abusivi. Gli edifici classificati a rischio sismico, più o meno forte, sono invece circa il 50 per cento del totale. A cominciare da tutta la dorsale appenninica. Una parte minoritaria di essi è realizzata secondo criteri in grado di farli resistere ad un terremoto. D’altra parte, fino al 1974, non c’erano vincoli costruttivi antisismici e all’inizio si trattava di prescrizioni molto blande via via poi rafforzate. Probabilmente solo un 20 per cento del totale è oggi costruito “come si deve”. Il resto è destinato a soccombere in caso di terremoti violenti. Solo un problema di tempi in un paese come il nostro. Anche recentemente ha raso al suolo edifici, anche pubblici, autorizzati, ma non adeguati a resistere a un terremoto. Per non parlare del patrimonio storico, costruito secoli or sono.

 

Dovrebbe quindi essere evidente che la prima cosa da fare è incoraggiare in maniera decisa l’adeguamento di tutto il patrimonio edilizio. Vasto programma, dai tempi lunghi e assai costoso, soprattutto per il patrimonio pubblico. Ma necessario se si vuole smettere di considerare i terremoti un evento inatteso, anziché la costante di un paese sismico come il nostro. Adeguati incentivi e sgravi fiscali potrebbero bastare per il patrimonio privato. Probabilmente in grado di ripagarsi con la crescita del settore delle costruzioni, così innestata. Ci sono a disposizione qualcosa come 11 miliardi d’incentivi. Cosa aspettano le associazioni dei costruttori a darsi da fare? E ci sono denari già stanziati per adeguare il patrimonio pubblico. Questo è il quadro e l’impegno necessario visti in modo razionale. L’abusivismo è solo una parte del problema.

 

Ma visto che se ne parla discutiamo anche di questo. Un milione di edifici abusivi. Qualche milione di italiani abita e lavora in edifici abusivi. Si può ragionevolmente, dico ragionevolmente, pensare di abbatterli tutti? Già la domanda, ne sono sicuro, scatena le reazioni delle tante anime belle che affollano questo paese. Ma, mi spiace, ha ragione De Luca. Sia chiaro, l’abusivismo è un fenomeno odioso, un crimine sociale inaccettabile. E’ come e peggio dell’evasione fiscale, per le tracce indelebili che lascia sul territorio. Tanto di cappello ai pochi sindaci che riescono ad abbattere qualche edificio. E non voglio nemmeno addentrarmi nella discussione che distingue fra abusivismo bisognoso e abusivismo speculativo. Né sulle cause storiche di questo fenomeno. Così non si va lontani. Resta il fatto che soprattutto nel Mezzogiorno ci sono città di decine di migliaia di abitanti con più del 50 per cento di edifici abusivi in maniera totale o parziale. Come si vuole affrontare la questione? Con l’esercito? E che si fa con qualche milione di persone per strada? Qualcuno se la sente di dire “seriamente” che questa è la soluzione praticabile? Non voglio nemmeno pronunciare la parola “condono”. Ma provare invece a disegnare piani di recupero che includano nel perimetro urbano legale ciò che può esservi incluso senza danni particolari, visto che buona parte di quegli edifici è presente da decenni? Escludendo tutti gli edifici realizzati per chiari fini speculativi e quelli che insistono su vincoli idrogeologici o paesaggistici. Rendendo quindi selettivi e praticabili gli abbattimenti. E facendo pagare il dovuto. Resta il fatto che l’edificio abusivo è un edificio abitato, ma è anche un fantasma per la Pa. Che non può per esempio allacciarlo alla rete idrica – ragione per cui pescano direttamente dal sottosuolo, magari inquinato – né alla rete fognaria, con le conseguenze che si possono immaginare. Edifici che sfuggono a qualsiasi tassazione perché “non esistono” e persino al pagamento delle normali tasse comunali. Per non parlare degli oneri di costruzione già evasi e che potrebbero essere recuperati. Sarebbero cose ragionevoli da fare. Che però costringerebbero tutti a guardare le cose secondo un minimo principio di realtà, che temo non sia consentito dalla buona educazione. Meglio continuare a pensare che le case crollano perché abusive e che un giorno il milione di abitazioni illegali di questo paese si dissolverà per incanto. Ci vorrebbe un terremoto selettivo, capace di leggere i piani regolatori e di abbattere solo gli edifici che non sono in regola. Magari anche dopo avere avvisato quelli che ci stanno dentro. Un terremoto smart.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    25 Agosto 2017 - 18:06

    Testa è stato sempre paladino dell'ambiente, ma governi vicini alla e sue posizioni non è che abbiano operato , secondo quando adesso scrive. L'adeguamento degli edifici va affrontato con incentivi e magari l'edilizia verrà rilanciata per un nuovo miracolo economico.

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  • mr.ben

    25 Agosto 2017 - 16:04

    Incentivi per la sicurezza antisismica? Un recente parere dell'Agenzia delle Entrate ha escluso l'accesso agli incentivi per gli interventi di demolizione e ricostruzione, anche fedele, che sono i soli a permettere realmente un adeguamento alle prestazioni antisismiche necessarie. Il resto sono solo chiacchiere.

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  • Dario

    Dario

    25 Agosto 2017 - 16:04

    Testa, lei ha ragione. Passeremmo da un paesaggio sfregiato dalle case abusive ad uno sfregiato dalle macerie abusive. Che resterebbero lì per decenni.

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