Fallimento Capitale

Perché Raggi non vuole aprire l’Atac come una “scatola di tonno”. Le dimissioni di Rota consentiranno al M5s di mantenere le clientele. Eppure a Livorno i pentastellati avevano la soluzione

Fallimento Capitale

Foto LaPresse

Roma. Dopo lo scontro con il M5s, Bruno Rota ha abbandonato la guida dell’Atac. Le dimissioni del direttore generale arrivato dall’Atm di Milano per rimettere in sesto la scassata partecipata dei trasporti della Capitale erano in realtà annunciate nelle interviste dei giorni scorsi: “In questi mesi ho preso atto di una situazione dell’azienda assai pesantemente compromessa e minata, in ogni possibilità di rilancio organizzativo e industriale, da un debito enorme accumulato negli anni scorsi”, aveva detto al Corriere. L’uscita di scena del manager piemontese a pochi mesi dalla sua nomina – e a meno di un anno dalle dimissioni del suo predecessore Marco Rettighieri, anch’egli in rotta con l’amministrazione comunale – consentirà al M5s di nominare un dg più fedele alla linea, ma non risolve nessuno dei problemi dell’azienda. In pratica l’Atac è a un passo dal dissesto e necessita di decisioni immediate e radicali, che però la giunta guidata da Virginia Raggi non vuole assumere per evidenti calcoli di tipo politico-elettorale. Eppure la strada proposta da Rota non era altro che quella imboccata a Livorno dal grillino Filippo Nogarin per risanare la municipalizzata dei rifiuti: il concordato preventivo. Quando Nogarin si insediò a Livorno, uno dei primi problemi politici che si trovò di fronte – e che gli ha creato anche qualche grana giudiziaria – è stata la situazione di pre-dissesto dell’Aamps, l’azienda comunale dei rifiuti, gravata da un pesante debito e un eccessivo costo del lavoro: “Nogarin, la sua giunta e la sua maggioranza decisero di rompere questa pessima usanza, decidendo che non un solo centesimo dei cittadini livornesi si sarebbe dovuto più spendere in quel carrozzone”, ricorda il blog di Beppe Grillo. E pertanto portò i libri in tribunale e chiese un concordato preventivo, una procedura che consente di evitare il fallimento attraverso la ristrutturazione del debito e un piano di riorganizzazione aziendale approvato da un tribunale. Nogarin e un suo assessore in questa vicenda si sono beccati anche un avviso di garanzia per abuso d’ufficio, in città ci sono stati temporanei problemi con la raccolta dei rifiuti a causa degli scioperi dei lavoratori, ma alla fine la maggioranza dei creditori ha accettato il piano di risanamento della giunta e le criticità maggiori sono state superate senza esborso di soldi pubblici.

 

Il M5s ha a lungo presentato il salvataggio dell’Aamps come il fiore all’occhiello della giunta Nogarin. E questa era più o meno la soluzione proposta per l’Atac da Rota, ma scartata da Virginia Raggi per cui l’Atac è “il fiore all’occhiello di Roma” così com’è. E questo perché il concordato preventivo garantirebbe la continuità operativa all’azienda, ma aprirebbe uno scontro enorme con i dipendenti e soprattutto con i sindacati che spadroneggiano da sempre nell’azienda. Per ottenere una ristrutturazione del debito commerciale e finanziario bisogna convincere il tribunale e i creditori con un serio piano aziendale di risanamento, che garantisca ritorni e sostenibilità in un orizzonte temporale non troppo lungo.

 

In pratica vuol dire aumentare la compliance, ridurre i costi, aumentare i ricavi e la produttività, tagliare le spese correnti e se possibile fare investimenti. Tutto questo è molto difficile in una normale azienda privata, figurarsi in un carrozzone pubblico come l’Atac che non risponde alla logica dell’efficienza ma a quella del clientelismo, non a quella dell’economia ma a quella del consenso politico. Dal 2009 al 2015 l’Atac ha ricevuto in media oltre 715 milioni di euro di sussidi pubblici, che non sono stati utilizzati per fare investimenti, ma per aumentare spesa corrente largamente improduttiva. Nonostante oltre 700 milioni di contributi pubblici l’anno, l’azienda chiude ogni anno il bilancio in profondo rosso e ha accumulato debiti per oltre 1 miliardo e 300 milioni, un macigno insostenibile.

 

Ma in che modo con una procedura fallimentare o di concordato preventivo si potrebbero riequilibrare i conti? Sul lato dei ricavi una delle voci più citate è la riduzione dell’evasione, la lotta senza quartiere ai “portoghesi”. Ma, come scrive sul Foglio.it l’analista Andrea Giuricin, “i ricavi da biglietto e abbonamento sono 260 milioni di euro, pari al 26 per cento dei ricavi totali. Una parte dunque limitata del conto economico. Esiste un problema di evasione, ma anche se questa venisse azzerata, i ricavi potrebbero aumentare di qualche decina di milioni di euro”. Non sarebbe quindi una mossa risolutiva. Magari potrebbe essere affiancata a un aumento dei prezzi, che in teoria per un’azienda monopolistica come Atac sarebbe una soluzione semplice, ma non percorribile dal suo azionista, l’amministrazione comunale, il cui core business è in fondo il consenso politico-elettorale.

 

In ogni caso a queste due mosse, abbattimento dell’evasione e aumento dei prezzi, andrebbe affiancata una riduzione dei costi. E qual è la variabile che pesa di più sul bilancio dell’Atac? “I quasi 12 mila dipendenti – scrive sempre Giuricin – hanno un costo di oltre 540 milioni di euro, vale a dire due volte i ricavi da biglietti e abbonamenti. Questa voce di costo vale nel complesso oltre il 50 per cento dei costi di produzione aziendale, oltre 10 volte il costo del carburante e dell’energia per fare circolare tutti i bus e le metropolitane”. Far pagare i biglietti, aumentare i prezzi, ridurre i costi del personale e aumentare la produttività di dipendenti che lavorano meno di tre ore al giorno e non sono neppure obbligati a timbrare il cartellino. A questo porterebbe il concordato preventivo. Ed è questo che la Raggi vuole evitare, magari chiedendo l’ennesimo aiuto dello stato centrale.

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Commenti all'articolo

  • m.pascucci

    29 Luglio 2017 - 11:11

    Riguardo ATAC, penso che l'unica via di uscita sia a questo punto il fallimento, la gestione commissariale e la messa a gara a favore di un nuovo soggetto, cosa comunque resa obbligatoria dal regolamento europeo 1370/2007 a partire da fine 2019. Ho anche firmato il referendum dei radicali per la privatizzazione, pur non avendo molta fiducia nell'efficacia pratica e diretta del referendum stesso (anche se spero di essere in errore), quanto perché penso che questo possa dare un segnale politico. La cosa che mi terrorizza è la possibilità che a (non)gestire questo inevitabile processo di transizione vi sia ancora il M5S, che in teoria dovrebbe governare Roma fino al 2021. Posso solo dire che spero che questi signori implodano nel più breve tempo possibile. Che Dio ce la mandi buona!

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