L'acqua a Roma e quelli che “è colpa del global warming”

Sei un politico e hai un guaio difficile da risolvere? Buttati sul clima, il nuovo capro espiatorio per tutti i problemi che affliggono il mondo

L'acqua a Roma e quelli che “è colpa del global warming”

Un'immagine scattata al lago di Bracciano (foto LaPresse)

Roma. “Mi piacerebbe invitare qui Donald Trump per fargli capire cosa significa non rispettare gli accordi sul clima”, ha detto sabato il presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, commentando il possibile razionamento dell’acqua a Roma e la situazione (“una tragedia”, dixit) del lago di Bracciano. Non c’entrano solo Acea o una cattiva gestione della rete idrica da parte di responsabili e istituzioni, la colpa è anche dei cambiamenti climatici – e naturalmente di Trump, che in verità dagli accordi di Parigi ancora non è uscito. Non bisogna stupirsi: da oltre un decennio il riscaldamento globale e il clima che cambia per colpa dell’uomo sono un’emergenza che la politica ha spesso ingigantito per non prendersi tante responsabilità, trattarci come bambini da rieducare e avere la scusa per aumentare bollette e tasse facendoci pure vergognare se per caso avessimo qualcosa da ridire. Anche il governatore del Lazio, come moltissimi suoi colleghi, entra così a far parte della folta schiera di chi tende a trasformare il climate change nel capro espiatorio per i problemi che affliggono il mondo.

 

Recentemente l’Unicef ha sostenuto che “il cambiamento climatico provoca un aumento di matrimoni tra bambini in Bangladesh”. L’equazione è questa: il clima che cambia provoca più inondazioni, le inondazioni provocano migrazioni in città, le persone che si spostano in città si sposano prima per sopravvivere. L’economista danese esperto di clima Bjørn Lomborg ha smontato ogni singolo passaggio di questa teoria spiegando che – oltre al fatto che non è vero che nelle città del Bangladesh non ci si sposa prima – ci sono sì più inondazioni ma sono meno intense, e soprattutto grazie alla tecnologia c’è un maggiore adattamento a fenomeni di questo tipo.

 

La giostra è partita, e gira da troppo tempo per potersi fermare. Ormai fa addirittura a meno degli appoggi scientifici di un tempo. Sul numero del 9 luglio il New York Magazine ha dedicato un lungo articolo alle conseguenze nefaste che i cambiamenti climatici porteranno al pianeta: carestie, collasso delle economie mondiali, “un sole che ci cuocerà” e tutto il corollario di disgrazie più o meno note da anni (basta una rapida ricerca online per trovare studi accademici che danno la colpa al clima per qualsiasi cosa, dalla perdita di sonno agli incendi estivi fino agli iceberg che si staccano regolarmente dall’Antartide passando per l’aumento delle allergie). Moriremo tutti, e per di più poveri, a causa del clima che cambia? Non esattamente. Ma a dirlo non è qualche negazionista del Texas, né Trump mentre svuota il lago di Bracciano: nell’ultimo report dell’Ipcc, il panel di esperti dell’Onu che studia il clima e ha creato negli anni la grande emergenza, si legge che nella maggior parte dei settori economici il climate change avrà un impatto piccolo, e che peseranno molto di più tecnologia, prezzi, cambiamenti della popolazione, stili di vita e governance. Ma noi continuiamo pure a dire che se manca l’acqua è colpa, prima di tutto, di chi non rispetta gli accordi di Parigi.

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Commenti all'articolo

  • Nambikwara

    Nambikwara

    25 Luglio 2017 - 13:01

    Ben tornato !

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    25 Luglio 2017 - 11:11

    Se questo fosse un paese serio e la memoria collettiva non servisse che a celebrare i fasti del 25 aprile e del 1 maggio, i mentitori professionali, gli ideologi del “monopolio pubblico” senza se e senza ma e tutti gli utili idioti dei comitati che a suo tempo paventavano la “mercificazione dell’acqua” a danno, ca va sans dire, dei poveri e degli ultimi (arrivando ad infinocchiare pure ingenue suorine, equo-solidali pretini e tanti fedeli in buona fede a suo tempo ammaliati da quella che proprio su questo giornale fu battezzata non senza ironia “dottrina sociale sugli acquedotti”) sarebbero messi alla berlina e condannati a risarcire - iniziando dai “poveri e dagli ultimi”- i danni della mancata privatizzazione delle infrastrutture di captazione, depurazione e distribuzione dell’acqua. (Che continua a perdersi nei magnifici acquedotti “di tutti” in misura di 2, 61 miliardi di metri cubi all’anno, “corrispondente ad un media del 30% sul territorio nazionale”).

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