Incontrare Pino la Rana tra le frescacce di Roma mafiosa

Un incontro dentro e fuori del tempo. Sapere che era tutto chiaro già prima. Senza le rozzissime menti del “mistero”

Incontrare Pino la Rana tra le frescacce di Roma mafiosa

Pino Pelosi (foto LaPresse)

Non gli domandai se avesse ucciso da solo Pasolini, sono una persona discreta, e per istinto faccio dipendere il mio giudizio dalle circostanze e niente altro. “A diretto’, sono Pino Pelosi”. Procedevo con un amico per un gelato da Zi’ Elena, in piazza Testaccio, sotto casa. Era sera. Che incontro dentro e fuori del tempo. Ho tenuto una fredda e normalissima cordialità, pensando all’adolescente che era, al carcere che ha fatto, alla vita che gli è toccata in sorte, fino alla morte per cancro l’altro ieri a 59 anni, prestino, cazzo. Pensando alle inutili chiacchiere dei lestofanti del mistero e dei miei amici ed ex compagni radical-chic, alle scemenze di successo di un De Cataldo, a quell’idea ridicola che un poeta omosessuale travolto dal desiderio e dalla sua stessa Giulietta 2000 all’Idroscalo, dopo una cena dal mio amico Pommidoro a San Lorenzo e un adescamento al Bar Dei di piazza dei Cinquecento, e una spaghettata al Biondo Tevere con la marchetta di una sera, dovesse essere stato ucciso in un agguato di fascisti che lo odiavano perché frocio e comunista. La strategia della tensione, l’antifascismo militante e balle varie.

 

La santificazione internazionale di Pasolini aveva disperatamente bisogno del mistero intorno alla sua morte. Come l’amore di certi preti per certi ragazzini ha avuto bisogno della trasparenza e della tolleranza zero, dentro e fuori questa chiesa che a cinquecento anni dalle tesi sulle indulgenze merita di afflosciarsi come una ong. Intanto, quel 2 novembre del 1975, io ero con gli operai della Fiat, che organizzavo a Torino, in Val d’Aosta, riuniti in seminario con Gian Carlo Pajetta. La notizia filtrò attraverso radio e televisione, creò imbarazzo, uno dei nostri bastonato a morte da un ragazzino in un luogo cosiddetto malfamato, commenti pochi e austeri, Pajetta aveva l’aria di saperla lunga, io pure non avevo bisogno di aggiunte. Era tutto stato scritto nel Corriere corsaro del compianto Piero Ottone. I ragazzi di vita, con la loro araba e periferica e povera dolcezza, non esistevano più. Pasolini denunciava la loro scomparsa come la morte di un’Italia felice, sostituita dalla omologazione sociale e dalla violenza, lo faceva con parole chiare e sonore e scandalose, non profetiche, si riserva ad altro il termine apologetico, ma presaghe, questo sì, e disperatamente poetiche. La tv, la scuola dell’obbligo, l’aborto, questi erano i nemici dell’originario, dell’impuro folle, dell’amore mercenario che non si portava più come una volta e sarebbe sboccato presto nella cultura gay e nel matrimonio per tutti.

 

Mezzo secolo di Radiotre, di Repubblica che stava per essere fondata in nome di un paese migliore, mezzo secolo di rincoglionimento collettivo e libresco orchestrato da menti e spiriti rozzissimi, che un poeta potesse morire per mano di un efebo violento, quello che avevo davanti, invecchiato, da Zi’ Elena, era inconcepibile per gli sciocchi e i parassiti della processualità infinita. Che potesse morire per i motivi e le circostanze da lui stesso indicate negli articoli del giorno prima, corsari, non era questione. Ci voleva il mistero, quel fatale “io so, ma non ho le prove”, che lo stesso PPP aveva applicato al paese sporco contenente il paese pulito detto Pci. Tempo di frescacce, come si dice a Roma, capitale della mafia.

 

Ho incontrato di nuovo Pino Pelosi a via Amerigo Vespucci. C’era un camion dei rifiuti con su scritto cooperativa 29 giugno, l’autista mi salutava con affetto, stava per perdere il posto e mi considerava bontà sua un difensore del diritto e dello storto realizzato con il turboassistenzialismo della sinistra e della destra romane, fumava e chiacchierava con Pino Pelosi, di nuovo due parole e via con le cagnette a fare la popò e a raccoglierla delicatamente con i kleenex, ma che vi devo dire, era epoca di mafia per tutti gli squinzi e le squinzie del giornalismo d’indagine, mi sentivo affratellato a quei due proletari anzianotti, ex carcerati, e farei di tutto, a parte la melanconia visibile nell’occhio della Rana, Pino la Rana, ma vai a sapere che gli avevano diagnosticato un cancro, per levarmi dai dintorni questa genia di piccolissimi borghesi somari e di pm fiorentini, nisseni e milanesi che si sono inventati una Roma che non è mai esistita.

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