Manifesto dello Spazio Pubblico a Roma. Per un nuovo riformismo romano

Il 15 giugno, dalle ore 18 alle 22 la manifestazione “Roma! Città aperta”. Un momento di confronto con i cittadini al di fuori dei partiti 

Ecco la mappa del Campidoglio: burocrati, dirigenti e assessori

Riceviamo e pubblichiamo il Manifesto dello Spazio Pubblico a Roma che sarà ala base di discussione della manifestazione “Roma! Città aperta” organizzata il 15 giugno, dalle ore 18 alle 22. Tutte le informazioni su www.romapuoidirloforte.it

 


 

1. L’azione politica come azione di riforma radicale

La crisi di Roma è ormai conclamata, persino al di là dell’incapacità di Virginia Raggi a gestire l’ordinaria amministrazione. Non bastano le rivoluzioni promesse a tavolino, non sono neanche sufficienti le analisi erudite. Manca la politica, certamente, ma non si scorgono neanche classi dirigenti responsabili, intellettuali capaci di fare senso comune, nuove reti in grado di creare una mobilitazione ampia e sostenibile nel tempo, al di là delle intenzioni spesso ottime.
La capitale d’Italia non trova una sua collocazione nel sentire nazionale – che spesso le è anzi ostile, e dunque rifiuta di considerare lo sviluppo della capitale questione di tutti gli italiani - e non individua una nuova identità per gli anni che verranno. Sconta un’architettura amministrativa ormai inefficiente e pachidermica, ma paradossalmente evidenzia un problema di “eccesso” più che di difetto: Roma è tutto, vuole essere tutto. È un comune enorme; è città verde e, allo stesso tempo, incredibilmente costruita; è estesa e densa; è città di servizi che vuole (e deve) essere produttiva; è città di tutti per ragioni storiche e culturali, ma con una forte inclinazione all’isolamento; è cinica e sognatrice; è classista e, anche a livello urbano, stranamente interclassista. È antica e, insieme, obbligata a essere moderna. È internazionale per storia e vocazione, sebbene si percepisca come un mondo autosufficiente. Ma servono delle scelte. E un impegno conseguente. Senza prendere partito non può esserci politica e la città rischia di continuare nel galleggiamento peggiorativo.
Serve quindi, per dare a Roma lo slancio verso il futuro, un radicale cambio di atteggiamento che sappia restituire alla politica la sua originaria vocazione di riforma, di trasformazione del presente. Questo cambiamento è chiamato a superare lo scollamento che sta spezzando il vincolo di solidarietà tra quartieri, persone e generazioni, minando la stessa esistenza di una più generale coesione sociale, e la perdita di un’identità economico-produttiva che si riflette tanto in possibilità di lavoro sempre meno numerose quanto in debolezze strategiche rispetto ai settori macro-economici sui quali investire.

 

2. Il luogo dell’azione politica è lo spazio pubblico

È nostra convinzione che la realizzazione di un vero cambiamento si debba compiere attraverso il recupero di una dimensione essenziale del vivere comune, che da troppo tempo non fa parte del vocabolario politico e non è alla base dell’azione pratica: lo spazio pubblico nella sua dimensione fondativa della comunità (urbana e territoriale).
Lo spazio pubblico è il luogo creativo della vita comunitaria. È nelle piazze e strade, nei luoghi di passaggio e di commercio, nei luoghi di incontro e socializzazione, nei luoghi di fruizione culturale, di divertimento e di sport che nasce e cresce la comunità dei cittadini. È dalla rivalutazione di questi spazi pubblici, di tutti e per tutti, che va ricostruito il senso di appartenenza al proprio contesto urbano e territoriale.
Lo spazio pubblico è l'ambito di costruzione e di fruizione dei servizi. Ciò avviene sia rispetto alle esigenze del singolo cittadino (gli spazi dedicati alla formazione e all’attività sportiva, come quelli per la cura della salute), sia rispetto alle esigenze di regolazione della vita comune (come, ad esempio, i tribunali, i luoghi dell’amministrazione, della assistenza e della pubblica sicurezza), quanto rispetto alle funzioni della quotidianità globalmente intesa (i sistemi di trasporto, le reti energetiche e di comunicazione, l’edilizia popolare e l’insieme dei servizi ambientali). Va peraltro tenuta distinta la proprietà dalla gestione: il patrimonio dello spazio pubblico appartiene a tutti i cittadini; la gestione può essere affidata ai privati sempre con l’obiettivo di favorire il maggiore interesse collettivo.
Lo spazio pubblico è anche la condizione di valorizzazione del privato (inteso come beni e proprietà privata). È erronea e priva di una reale comprensione della complessità del vivere comune la contrapposizione tra spazio privato, proprietà individuale, e spazio pubblico. Il valore di qualunque spazio/proprietà si misura a partire dallo spazio pubblico nel quale inerisce. Ciò vale sia per le abitazioni private, il cui valore dipende dai contesti urbani nei quali si collocano, sia per la redditività di esercizi commerciali e produttivi, che vivono della qualità del territorio che li circonda.
Lo spazio pubblico è l’ambito di riequilibrio tra i diritti (del singolo rispetto alla collettività) e i doveri (del singolo rispetto alla collettività). Lo spazio pubblico è il luogo (simbolico e fisico) nel quale si realizza la compresenza per ogni singolo cittadino di diritti e doveri. L’equilibrio è totale: lo spazio è mio, in quanto è di tutti, ma anche lo spazio è di tutti, in quanto è mio. Questa equivalenza rappresenta il punto di partenza per un’educazione allo spazio pubblico, dalla quale necessariamente bisogna ripartire per superare la disarmonie esistenti oggi.
Lo spazio pubblico è, infine, la condizione di partecipazione al processo democratico: a livello fisico, come spazio pubblico di espressione della propria opinione e partecipazione ai momenti elettorali. E, ancor più, rispetto agli spazi pubblici digitali e simbolici, dove si realizza ormai una buona parte dell’interazione sociale. Questo stesso è spazio pubblico democraticamente inteso e necessita di una specifica attenzione politica.

Una politica davvero riformista non può dunque prescindere dunque da un processo di ricostruzione della centralità dello spazio pubblico.

 

3. Lo strumento dell’azione politica è l’innovazione

Poiché l’innovazione è una modalità che innerva la molteplicità dei comportamenti concreti, ogni riferimento a essa necessita di essere completato con specifici campi d’applicazione. La nostra scelta per avviare un processo di riforma e di rilancio del sistema produttivo cittadino ricade su due ambiti trasversali: la sostenibilità ambientale e la filiera culturale-turistica. Sono questi macro-settori a rappresentare gli strumenti privilegiati di riforma, attraverso i quali restituire una specifica identità al sistema Roma.
Una ricostruzione dello spazio pubblico richiede per la città (ma il discorso sarebbe valido per molte realtà della Penisola) un approccio economico-produttivo che abbia nella sostenibilità ambientale il volano della rinascita. All’interno di esso ricadono infatti le scelte di efficientamento energetico, i servizi ambientali e di economia circolare, le rigenerazioni urbane e la filiera produttiva agroalimentare.
Il secondo grande campo di innovazione, essenziale per Roma, è la filiera culturale-turistica. Questa non va tuttavia intesa solo in relazione alla valorizzazione del patrimonio culturale esistente, ma va messa in relazione con tutti settori dalle implicazioni direttamente e indirettamente culturali. E ciò vale per la produzione enogastronomica e per i grandi settori manifatturieri tradizionali (moda, design, arte contemporanea, arredamento), nel quale la sintesi di retaggio culturale e sensibilità produttiva determina casi di successi tutt’ora insuperati. Solo in questa visione ampia e innovativa, che lega cultura, turismo, produzione agricola e manifattura, Roma riuscirà a valorizzare a pieno il patrimonio di unicità che la contraddistingue.

 

4. Le finalità dell’azione politica sono il benessere individuale e la coesione sociale

La ricostruzione dello spazio pubblico passa da una riconfigurazione dei vincoli sociali. La comunità necessita una maggiore coesione, che sappia nuovamente coinvolgere coloro che ormai si sentono ai margine della vita comune e vivono situazioni di profondo disagio e in molti casi non percepiscono più questa marginalità come un vulnus ma piuttosto come un dato permanente e inevitabile. Lo spazio pubblico è la condizione per realizzarla. Essendo la dimensione alla quale tutti hanno accesso, è fondamentale costruire un percorso di accorciamento delle “distanze sociali”, anche attraverso forme di sussidiarietà nella resa dei servizi. In parallelo, va messo in pratica un approccio che garantisca il più alto livello di accessibilità allo spazio pubblico, sia in termini di servizi sia in termini di partecipazione, investendo primariamente sulla crescita individuale (formazione culturale e professionale, opportunità di lavoro) e su una visione sociale inclusiva (rispetto all’epocale fenomeno dei movimenti migratori e la creazione di sistemi interculturali).
È questo il fine ultimo su cui si misura l’efficacia della politica: benessere dei singoli e coesione della comunità. E a questo deve esplicitamente puntare un’azione politica riformatrice e intelligentemente radicale, che parta da Roma – fino a pochi anni fa considerata un modello – per influenzare positivamente il resto del paese.

Per confrontarci su tutto questo con i cittadini romani abbiamo organizzato la manifestazione “Roma! Città aperta” il 15 giugno, dalle ore 18 alle 22

 

*presidente Roma! Puoi Dirlo Forte

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Commenti all'articolo

  • riccardoripani.actor

    01 Giugno 2017 - 18:06

    Tobia Zevi dice bene, anzi benissimo.Il problema dello spazio pubblico a Roma e in tutto il paese però deve affrontare due problemi atavici italiani:la burocrazia imbecille e l'infiltrazione criminale negli appalti.Risolti questi problemi possiamo fare le analisi e le strategie per una rinascita dello spazio pubblico a livello alto.Altrimenti sono tutte chiacchere.

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