Isolare chi è davvero pericoloso senza discriminare gli altri renderà le espulsioni più efficaci

Dall'attentatore di Copenaghen, Rakhmat Akilov, ad Anis Amri, fino a Igor "il russo": anche i fatti recenti dimostrano che va ridotta l’area dell’irregolarità

Isolare chi è davvero pericoloso senza discriminare gli altri renderà le espulsioni più efficaci

A Bologna, l'hub migranti di via Mattei (foto LaPresse)

Non esiste un rimedio unico e infallibile. I tasselli della prevenzione e del contrasto al terrorismo di matrice islamica sono tanti, e non è detto che mettendoli tutti insieme e in ordine garantiscano da attentati. Lo ha ricordato lunedì il ministro Minniti alla festa della Polizia: per il terrorismo la prevedibilità è zero; il che però conferma la necessità di intensificare il lavoro sulla prevenibilità. Una delle voci di maggiore debolezza in Europa è il meccanismo delle espulsioni; è vero che non pochi attentati sono messi in opera da soggetti che dimorano in modo regolare nel territorio dei singoli stati dell’Unione europea – e ciò fa porre la questione della radicalizzazione delle seconde e delle terze generazioni di immigrati –, ma è altrettanto vero che altri episodi vedono protagonisti individui che non dovrebbero trovarsi in Francia, o in Germania, o in Italia, e invece vi scorrazzano senza ostacoli. Rakhmat Akilov, il trentanovenne di origine uzbeka che venerdì a Stoccolma si è lanciato alla guida di un camion rubato contro la folla, era ricercato dalla polizia svedese perché era stata respinta la sua domanda di soggiorno, e ne era stata dichiarata la espulsione. Anis Amri, l’autore della strage di Berlino morto all’antivigilia di Natale nel conflitto a fuoco di Sesto San Giovanni, era stato collocato in un Cie italiano, quindi rimesso in circolazione con un decreto di espulsione non eseguito, poi condannato e incarcerato, infine tornato in libertà senza essere mai allontanato dal territorio europeo. L’elenco è lungo e non fa brillare per efficacia nessuno stato comunitario.

 

Il caso Amri dimostra la necessità di una Guantanamo europea

Nove mesi prima della strage di Berlino, la polizia tedesca sapeva che il tunisino era un kamikaze pronto ad attaccare. Ma la magistratura ne ha impedito l’espulsione. La burocrazia suicida e l'urgenza di un diritto speciale

 

A scanso di equivoci. Il parametro del buon funzionamento di un sistema di espulsione non è l’attenzione rivolta solo ai sospetti di terrorismo. Quando un individuo rientra in questa categoria è già in qualche modo sotto controllo; o dovrebbe esserlo, in base alla maggiore o minore capacità dei singoli ordinamenti. In Italia il testo unico sull’immigrazione contiene una norma – l’articolo 13 comma 1 – che permette l’allontanamento effettivo dal territorio italiano “per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello stato”: non si tratta però di ordinaria amministrazione; c’è bisogno di un decreto del ministro dell’Interno, previa comunicazione al presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri. Il problema, dentro e fuori l’Italia, è la funzionalità ordinaria. E’ ben vero che l’applicazione alla lettera della Bossi-Fini imporrebbe di espellere ogni dodici mesi non meno di 100 mila migranti irregolari: tanti per ciascuno degli ultimi quattro anni hanno fatto ingresso e sono rimasti nel nostro territorio, mentre coloro che nel 2016 hanno avuto una espulsione effettiva con riaccompagnamento nel paese di origine sono stati 5.789, meno del 6 per cento degli arrivati illegalmente. Ma è altrettanto vero che un’area così estesa di irregolarità tollerata è il terreno ideale per reclutamenti da parte della criminalità, e talora per passaggi ad ambienti terroristici: comunque è qualcosa che rende complicati i controlli, che occulta le identità, che forma reti clandestine. Senza trascurare, come conferma la tragica vicenda del pluriomicida Igor il russo alias Ezechiele il serbo, che le preoccupazioni ci sono – e come – pur lo straniero “si limita” ad agire nell’ambito della criminalità.

 

Va ridotta l’area dell’irregolarità: cominciando con l’estromettere chi è segnalato come pericoloso durante l’osservazione in carcere o chi commette reati che, per via dei benefici riconosciuti, non conducono in un istituto di pena. Perché una espulsione sia effettiva è necessario: a) identificare in modo sicuro il soggetto e la sua nazionalità; b) accordarsi con lo stato di origine perché lo riprenda con sé; c) impedire che si dilegui finché sono in corso l’identificazione e la trattativa con lo stato in questione. Quanto ad a), servono investimenti in uomini e mezzi per potenziare e velocizzare l’esatta individuazione della persona, magari con un adeguamento normativo che dissuada dal rifiuto della propria identificazione: far derivare l’immediata espulsione o a una condotta del genere, che denota l’assenza di lealtà nei confronti dello stato che sta accogliendo, ha una sua logica e farebbe cadere il numero degli irregolari senza nome. Quanto a b), da sempre gli stati di origine resistono alla riconsegna di propri cittadini, o rifiutando la collaborazione o realizzandola al minimo; da sempre questi ostacoli sono superati con una interlocuzione diretta, che inserisca la gestione dei flussi migratori nel quadro più ampio della cooperazione: se non si negozia non si fa un passo in avanti. In quest’ottica l’avvio di “missioni” dell’attuale ministro dell’Interno negli stati di provenienza dei migranti irregolari è una strada obbligata. Quanto a c), la capienza dei Centri di trattenimento finalizzati alle espulsioni, progressivamente ridotta negli ultimi cinque anni, sta conoscendo finalmente un potenziamento. Esige la collaborazione di tutti: per una Regione e chi ci abita avere un Cie al proprio interno è garanzia di sicurezza; fa isolare chi è realmente pericoloso e contiene l’indiscriminata reazione antimigranti delle popolazioni.

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