E se invece di estendere la legittima difesa ricominciassimo a punire i furti?

Il caso di Gugnano alla prova delle statistiche: la rapina resta impunita nel 98 per cento dei casi

E se invece di estendere la legittima difesa ricominciassimo a punire i furti?

2 rapinatori della Gioielleria Carlo Eleuteri in Via Sant'Andrea a Milano, lo scorso mese (foto LaPresse)

Il problema non è estendere la legittima difesa. Tutti sanno che nel 2006 essa fu allargata alle aggressioni subìte in casa o nell’esercizio commerciale; non è pensabile che nel suo nome si formalizzi una sorta di licenza di uccidere. Certamente vi è un problema di interpretazione restrittiva della norma: il che conferma che, anche se la cambi, rischia di non funzionare egualmente. L’eventuale ulteriore dilatazione delle maglie non impedirebbe comunque di essere sottoposto a indagine e a giudizio, e già questo stravolge la vita. E non è nemmeno questione di uso delle armi più facile: a meno di non voler moltiplicare casi come Gugnano, e indurre singoli cittadini a improvvisarsi vigilanti.

 

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San Bernardo di Chiaravalle scrisse: “Chi uccide un malfattore non deve essere reputato un omicida ma un malicida”

 

E allora che fare? Che ne direste se si ricominciasse a punire il furto? Formulo la domanda in modo non polemico, perché – benché ancora presente nel codice penale – il furto è un reato di fatto abrogato. Al di là delle statistiche ufficiali – che comunque fanno registrare sensibili incrementi, soprattutto al nord – l’esperienza di ciascuno di noi, per quanto limitata e soggettiva, attesta una quantità crescente di denunce per furto non presentate o non fatte presentare. Conosco persone che, subìto un borseggio, si sono prontamente recate al posto di polizia più vicino fornendo indicazioni precise sugli autori e sono state invitate a tornare il giorno successivo per formalizzare la denuncia, così vanificando ogni probabilità di prendere i ladri e il maltolto. O altre cui è stato sottratto il cellulare e al momento della denuncia sono state esortate a riferire che lo avevano smarrito, così era più facile bloccare la scheda telefonica.

 

Perché va così? Il peggio sarebbe prendersela con presunte omissioni fra le forze di polizia: le incombenze scaricate su poliziotti e carabinieri sono sempre di più e sempre, il turnover è ridotto all’osso, e i mezzi pure. Vi è certamente da parte dei poliziotti una percezione delle priorità, che fra esse non fa individuare la repressione dei furti: se gli automezzi a disposizione sono destinati ad altre funzioni, è ovvio che il territorio non viene pattugliato per scoraggiare gli scippi o gli accessi indesiderati nelle abitazioni. Se – qui i profili si fanno più critici – il ladro è scoperto, non sempre il magistrato di turno autorizza l’arresto; di frequente dispone che sia denunciato a piede libero. Quando poi accade il miracolo che il ladro sia scoperto e ne venga consentito l’arresto, egli in cella trascorre qualche ora, al massimo qualche giorno: il tempo di patteggiare al minimo (non più di 3 o 4 mesi di reclusione) e di tornare in libertà a riprendere il proprio “lavoro”, vista che quella limitata entità di pena non viene mai espiata. Se non si chiudono col patteggiamento, la gran parte dei procedimenti si estinguono per prescrizione già in primo grado, al più tardi in appello: non perché il termine di prescrizione sia breve, ma perché non si celebra il giudizio. Ciò spiega perché alla fine – pur se denunciato – il furto resti impunito nel 98 per cento dei casi. In altre nazioni europee per il furto i giudizi si fanno e in essi si irrogano anni di reclusione: ciò contribuisce a spiegare la migrazione in Italia, all’interno dell’area Schengen, di persone che per mestiere svaligiano il prossimo. Perché mai un cittadino rumeno – per fare un esempio statisticamente frequente – che a casa sua per un furto finisce in carcere anche per un paio d’anni, non dovrebbe tentare la fortuna in Italia?

 

Perché allora lo zelo dovrebbe manifestarsi al momento della ricezione della denuncia, e dei successivi immediati accertamenti, quando gli operatori dei polizia sanno che saranno fatica e mezzi sprecati? E non è nemmeno questione di sanzioni, che sulla carta esistono e sono pure elevate, o di modifiche legislative. Sarebbe un passo in avanti rendersi conto che omettere la giustizia per questi reati ha fra i propri costi il rafforzamento della tentazione a farsi giustizia da sé; non perseguire i furti ne fa aumentare il numero, al di là di quanti ne siano denunciati, e con essi l’esasperazione di chi vi è più esposto. Non invoco l’obbligatorietà dell’azione penale: si sa che sta in Costituzione, ma è da tempo che non va oltre quella sede. Invoco chiarezza: la decisione pratica di abrogare un reato che altrove non viene ritenuto bagatellare, e che continua a turbare chi lo subisce e i suoi familiari, non può restare tacita: esige un dibattito, come accade per le scelte di politica della sicurezza. Meglio un confronto aperto che la demagogia sulla legittima difesa, dopo reazioni sproporzionate verso chi entra nella propria abitazione, dettate dal senso di impotenza e dalla mancanza di effettiva tutela. Più che appassionarsi sul se e del quando un privato può sparare, conviene capire quanto e come oggi vengono tutelate la proprietà e le persone oneste.

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  • Alessandra

    15 Marzo 2017 - 09:09

    Il "furto proletario" è uno dei tanti regali della predominanza della sinistra per decenni

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    15 Marzo 2017 - 09:09

    E se estendessimo sia la legittima difesa (dell'aggredito) e mettere in galera con pena raddoppiata per i recidevi (gli aggressori)?

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    15 Marzo 2017 - 00:12

    Al direttore – Punire i “furti”? Ma allora Alfredo Mantovano non ha capito nulla. “La proprietà privata è un furto. Essere proprietario è offesa intollerabile verso il proletario: un reato penale.” C’è qualcosa che non torna, nell’Italia del 2017 sono molto più numerosi i proprietari, a qualsiasi titolo, dei proletari. Ma tant'è una certa parte è sempre in ritardo culturale di un secolo.

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  • info

    14 Marzo 2017 - 20:08

    Lei, Mantovano, queste cose le diceva anche vent'anni fa. Mi sembra evidente che la politica (quella che legifera) non ha nessuna voglia di ascoltarla. Né lo hanno fatto ieri né lo faranno oggi. Resta il fatto che si fanno dibattiti (cazzeggi), ma tutto resta poi come prima. Gli italiani hanno preso atto dell'inconcludenza della politica, e adesso chiedono semplicemente di essere legittimati a difendersi. Voler gettare la croce sui cittadini immaginando scenari da Far West o American Sniper è sicuramente vero, ma non è serio se la politica cincischia, si contorce, si fa venire mille dubbi e lascia che il problema marcisca. Sapere Aude

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    • marco.ullasci@gmail.com

      marco.ullasci

      15 Marzo 2017 - 03:03

      Il problema e' culturale e si basa, anche se non vi fa riferimento esplicito, su un ragionamento veterocomunista a scelta fra: 1) l'individuo che compie il crimine e' solo vittima della societa' capitalista criminogena 2) chi ruba e' povero, chi ruba ruba ai ricchi, si tratta di una forma di esproprio proletario la conseguenza, in entrambi i casi e' che al di la' della lettera della legge non debba essere punito.

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