La festa della donna

Il coraggio di Patience, che è fuggita dagli uomini di Boko Haram con sua figlia nella pancia

Annalena Benini

Email:

benini@ilfoglio.it

La festa della donna

Sei incinta?, chiese uno dei miliziani alla donna che stava balbettando i versi in arabo, la professione di fede islamica che gli uomini di Boko Haram pretendono da tutte le donne rapite. No non sono incinta, rispose la ragazza nigeriana, portandosi le mani alla pancia. Ma il soldato le allontanò le mani e tutti videro che aspettava un bambino. Le ordinarono di inginocchiarsi, ma lei non voleva, aveva paura. La afferrarono per le braccia e la costrinsero a stendersi per terra, lì nell’accampamento. Davanti alle altre donne terrorizzate, alle nuove prigioniere e a quelle trascinate lì già da tempo, davanti agli altri miliziani che non possono mai diminuire la loro ferocia, perché altrimenti vengono decapitati in quanto traditori di Allah.

 

La ragazza era sdraiata, il soldato non aveva ancora vent’anni ma aveva lo sguardo feroce: le si avvicinò e le tirò su la camicia, scoprendole la pancia. Poi si rialzò in piedi e tirò fuori il machete dal fodero. Prese le misure di quella pancia viva, passandoci sopra con il coltello. Patience aveva diciannove anni ed era a sua volta incinta, rapita nel suo villaggio dagli uomini che hanno ammazzato suo marito e sua madre. Guardava quella scena e non riusciva a chiudere gli occhi. “Non lasceremo venire alla luce bambini cristiani”, urlò il ragazzo. “Allahu Akbar!”, risposero in coro i suoi uomini. Affondò il coltello nella pancia della ragazza, strappò il feto e lo lanciò nel prato. Lasciarono lei a morire così, dissanguata, nel 2015. Patience svenne ma le altre donne le dissero poi di non preoccuparsi, che non era successo niente, e che comunque non c’era niente che potessero fare. Patience per la prima volta, dopo gli stupri nella foresta, la fame, le botte con il calcio delle mitragliatrici, le marce forzate, la paura continua, l’angoscia, ebbe il timore di diventare pazza. Solo orrore intorno a lei, solo uomini che costringono donne rapite a sposarli, oppure le ammazzano, e si tagliano la testa a vicenda quasi ogni giorno, seguendo la lista dei traditori.

 

I traditori sono gli assassini di cristiani, ma non sufficientemente convinti, non abbastanza esaltati. I decapitati vengono trascinati nelle cucine, fatti a pezzi e offerti come cibo a tutti, comprese le prigioniere, perché “il sangue dei traditori fortifica”. La schiavitù e lo stupro delle donne sono necessari all’islamizzazione, e le donne in Nigeria vengono rapite dalle case, dalle scuole, dalle chiese. Hanno festeggiato l’8 marzo con un altro stupro, o con una conversione alla ferocia, oppure hanno cucinato carne umana. Questa però è la storia vera di Patience, raccontata alla scrittrice e giornalista tedesca Andrea C. Hoffmann. “Sono stata all’inferno” (Centauria) è la storia del rapimento e della fuga dall’accampamento di Boko Haram, grazie a un miliziano pentito, certo che quella sera stessa la decapitazione sarebbe toccata a lui. Sono scappati insieme, fingendo di trasportare acqua per i miliziani assetati. Patience con la sua bambina nella pancia, il miliziano con i suoi rimorsi nel cuore. Ce l’hanno fatta. Ma la vita dopo la prigionia non è ancora una vita libera: le sofferenze subite dalle ragazze rapite le condannano al disprezzo generale, sono la feccia della società. Patience adesso ha solo la sua vita, e sua figlia da crescere da sola, e il ricordo costante dell’orrore.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi