Foto Alberto Biscalchin via Flickr

Il fine vita e il grande equivoco che confonde l'autonomia con la libertà

Pier Paolo Bellini

Solo una cultura malata può considerare insufficiente a vivere il miracolo dell’amore di Valeria per dieci anni al fianco del suo fidanzato Fabiano

Che botta vedere un braccio pieno di tatuaggi (come quelli dei grandi calciatori), segno di voglia di vivere (giovane voglia di vivere), senza muscoli. Che botta ascoltare una bella ragazza (resa precocemente donna dal dolore) che presta la voce al fidanzato per chiedere la “grazia” di lasciarlo morire (… al Presidente della Repubblica!). E’ impressionante come ormai riusciamo a “consumare” tutto, perfino la morte, evitando di fare i conti con il senso, piegando tutto a piccoli traguardi contingenti (come la sbandierata necessità di una legge che tutti sanno non avrebbe mai permesso a Dj Fabo di fare in Italia ciò che gli svizzeri fanno). 

 

E così quella delicatissima, drammatica e complessa linea che separa l’accanimento terapeutico dall’eutanasia diventa discussione da bar.

Non ne parlerò. Sono problemi nuovi, che il progresso tecnico ha portato con sé; chiedono discernimento perché si tratta di un terreno sacro, quello della libertà. Ecco i due poli che costituiscono il cuore della nostra cultura malata (perché a essere malata oggi non è principalmente la persona ma la sua cultura): la progressiva e rivendicata “autonomia” tra queste due dimensioni che risultano, al contrario, inseparabili, perché non può fondarsi società e non può esserci libertà senza sacralità. Una laicità male intesa (simmetrica reazione all’odore della sagrestia) che sbandieri l’autonomia come conquista suprema ci porterà tutti alla morte, o al suo desiderio, a prescindere dalle nostre disabilità.

 

Due letture mi hanno aiutato a individuare il cuore di questa silenziosa malattia che ci sta soffocando con intelligente discrezione. La recente psichiatria (quella di frontiera) ci suggerisce che l’origine dell’impressionante calo del desiderio di vivere (e delle sue conseguenze psicopatologiche) è connessa alla “gestione del sacro”: “Una società che rende pensabili tutti i possibili è condannata a scomparire. A livello dell’individuo, il posso tutto è uno dei nomi della psicosi. I limiti che ogni società si impone, sotto la forma di tabù o mediante il ricorso al sacro, non sono arbitrari, anche se spesso sono vissuti come tali dall’uomo dell’età postmoderna, ovvero dall’individuo consumatore convinto che quando vuole qualcosa non occorra far altro che ‘procurarsi i mezzi’ per ottenerla. Il sacro, che fonda la società dall’esterno e al di là del libero arbitrio individuale, appare quindi all’individuo di oggi come una terra oscura da conquistare. Di conseguenza, ogni tentativo di limitazione e orientamento vengono tacciati di puro oscurantismo, perché non si capisce in nome di quale principio si dovrebbe sospendere un lavoro di ricerca o vietare una tecnica capace di ampliare l’ambito del possibile. L’esperienza della non-onnipotenza costituisce per ciascuno di noi (e in particolare per i bambini e gli adolescenti) un’esperienza di limitazione positiva e fondamentale”. (Miguel Benasayag e Gerard Schmit, “L’epoca delle passioni tristi”, Feltrinelli, 2004).

 

I due noti psichiatri concludono che è oggi decisivo contrastare con ogni mezzo “il regno del tutto è possibile e le conseguenze di morte che ne derivano” lavorando, invece, “nella direzione del legame sociale, del legame famigliare e del legame come forma di vita, nella convinzione che la terapia miri alla formazione e alla rifondazione dei legami”.

Ma qui entriamo in conflitto proprio con uno dei “principi inderogabili” della “nuova sacralità”: “Molta gente è giunta a ritenere che essere autonomi voglia dire essere liberi, per questo l’autonomia suscita sensazioni così forti. L’autonomia erige una barriera contro il mondo: una volta che si è fatta il suo scudo, una persona può vivere come vuole. Questo individuo è isolato, inquieto e insoddisfatto: cercare la libertà mediante l’autonomia genera una sensazione di angoscia» (Richard Sennett, “Autorità. Subordinazione e insubordinazione: l’ambiguo vincolo tra il forte e il debole”, Bruno Mondadori, Milano, 2006).
Quando Matteo, 19 anni, scrive a Fabo: “Voglio dirgli che noi persone cosiddette disabili siamo portatori di messaggi molto importanti per gli altri, noi portiamo una luce”, indica un modo rivoluzionario di considerare la realizzazione, la dipendenza, l’autonomia.

 

E’ un vero e proprio spettacolo (un miracolo) aver potuto conoscere la disponibilità, la fedeltà, la tenacia e l’amore che Valeria ha conservato per il suo fidanzato, per dieci anni, identicamente prima e dopo l’incidente: un miracolo che nessuno ha aiutato a riconoscere, che nessuno è riuscito a far valere nel suo valore unico e assoluto. Un miracolo che sarebbe stato sufficiente a caricarsi della croce della dipendenza: il miracolo dell’amore, che è il contrario dell’autonomia. Un miracolo che solo una cultura malata può considerare insufficiente a vivere.

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