La libertà di chi sceglie di vivere

Storie di ammalati che hanno detto di no alla morte assistita

Piero Vietti

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La libertà di chi sceglie di vivere

Roma. Nella triste, dolorosa e in fondo misteriosa storia di Dj Fabo c’è una parola che è tornata più di altre, nel racconto delle sue ultime ore, della sua volontà di farla finita, della sua richiesta disperata di smettere di soffrire. La parola è libertà, e sentirla ripetere nella cronaca di un suicidio assistito fa un effetto strano, amaro. La domanda ricorrente negli articoli sull’ex dj diventato cieco e tetraplegico dopo un incidente e che ieri è morto in una clinica in Svizzera è sempre la stessa: si poteva ancora chiamare vita la sua? E quindi, dando per scontata la risposta negativa, è giusto che Fabo dovesse continuare a vivere?

 

La tentazione di trasformare un caso particolare, estremo, in spinta per legiferare su eutanasia e suicidio assistito è comprensibile, ma accettare per legge che la vita di una singola persona non abbia più senso significa che nessuna vita ha più senso. Ogni uomo deve potere essere libero di fare di sé ciò che vuole ma l’idea che esista un diritto alla morte, con un Parlamento che decide quando una vita è degna di essere vissuta e quando no, contraddice l’esperienza stessa di libertà. Fabo l’ha usata così, la sua libertà, e nessuno poteva conoscere fino in fondo il dramma che portava nel cuore, né può ora condannarlo per la sua scelta. Nel rispetto di questo dolore, le storie di tanti che in situazioni analoghe hanno scelto di continuare a vivere nonostante tutto generano in chi le ascolta un silenzio commosso. E se oggi si punta il dito contro uno stato che non ci permette di morire quando la malattia diventa insopportabile, troppe volte ci si dimentica di uno stato che fa poco o niente per chi invece desidera andare avanti. Ed è sempre di libertà che si parla. Max Tresoldi è entrato in coma nel 1991. Un vegetale, un tronco, dicevano i medici che lo avevano in cura, non c’è niente da fare. Anche i preti dicevano che non c’era speranza. Dove la scienza avrebbe staccato la spina, è arrivato l’amore della famiglia di Max, che lo ha curato per anni. Fino al suo risveglio.

  

“Io sono sempre stato qui, vi ascoltavo e vedevo tutto”, ha detto Max alla madre, al padre e agli amici che gli hanno fatto compagnia per tutti quegli anni. “Per morire c’è sempre tempo”, scrive scherzando Patrizia Donati, colpita da un ictus l’8 marzo del 1993, quando aveva 34 anni. Madre di due figli, Patrizia è paralizzata e muta da allora. “Vivo perché qualcuno mi ama”, c’è scritto su una sciarpa appesa dietro al suo letto, nella Casa della carità di Bertinoro, a Forlì, e quella è la risposta a chi le chiede come faccia a resistere in quelle condizioni. Qualche anno fa a Sebastiano Marrone i medici diagnosticano la Sla, e quando arriva il momento di scegliere se farsi attaccare al respiratore in caso di crisi respiratoria lui decide di no. Quando però la prima crisi sopraggiunge, sua moglie dice ai medici di intervenire lo stesso. Quando la crisi finisce e Sebastiano si accorge di avere il respiratore si infuria con la moglie, restando arrabbiato per giorni. Il resto della sua vita lo ha però passato a ringraziarla per il tempo in più che quella decisione gli aveva regalato. Sono tante le storie così, che difficilmente finiscono sulle prime pagine dei quotidiani o nelle aperture dei tg, eppure testimoniano un uso diverso della libertà. E’ comprensibile e umano pensare che la propria vita sia insopportabile dopo un terribile incidente.

 

L’11 settembre del 2003 Salvatore Crisafulli è stato investito da un furgone mentre portava il figlio a scuola ed è caduto in stato vegetativo post traumatico. Dopo le prime cure negli ospedali siciliani viene trasferito a casa del fratello Pietro, in Sicilia. Lì si risveglia, ma nessuno se ne accorge. Intrappolato nel suo corpo, Salvatore vede e sente tutto senza potere comunicare. Negli anni impara a farsi capire grazie a un computer, ma quando gli viene revocata l’assistenza domiciliare quotidiana decide di sottoporsi all’eutanasia per non gravare più sulla famiglia. Il suo caso diventa nazionale, e lui cambia idea, diventando un testimonial contro la morte assistita e portando avanti una campagna contro il Sistema sanitario che non cura le persone come lui. “Noi possiamo pensare, e il pensiero cambia il mondo”, scrive sulla sua tavoletta Matteo, diciannovenne che Lucia Bellaspiga ha intervistato su Avvenire pochi giorni fa, quando la notizia del viaggio in Svizzera di Fabo è diventata pubblica. Definito “vegetale” dai neurologi, Matteo ha confessato che più volte ha voluto morire “perché spesso gli altri non ci trattano da persone pensanti ma da esseri inutili”. “E’ vero – ha scritto a Fabo – noi due non possiamo fare niente da soli, ma possiamo pensare e il pensiero cambia il mondo. Fabo, noi siamo il cambiamento che il mondo chiede per evolvere”. 

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Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    28 Febbraio 2017 - 11:11

    Caro Vietti, vorrei vivere in un paese dove i casi ammirevoli, da lei citati, potessero convivere con la scelta di Fabo. È' assurdo che ci si debba recare all'estero per essere aiutati a morire , discriminatorio , in quanto non tutti se lo possono permettere. In Italia esiste un vuoto legislativo che non c'e' in gran parte del resto d'Europa. Non e' il caso di intervenire? Non siamo già ultimi in troppe cose?

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