Sul fine vita è meglio lasciare le cose come stanno, senza inutili leggi

Biotestamento e questione morale. I confini invalicabili 

Sul fine vita è meglio lasciare le cose come stanno, senza inutili leggi

La morte di Dino Bettamin, malato di Sla, che ha chiesto di essere addormentato con farmaci fino al termine dell’esistenza, ha suscitato interesse non solo per la commozione suscitata dal doloroso caso umano. Da una parte, ci si domanda se la sedazione profonda palliativa non rappresenti, in realtà, una forma di eutanasia appena mascherata, dalla parte opposta si lamenta che la decisione ultima sulla somministrazione di farmaci di questo genere spetti al medico e non al paziente (magari tramite una dichiarazione preventiva detta testamento biologico) o ai suoi famigliari. La discussione si fa animata perché attiene alla materia della regolamentazione del “fine vita” su cui è aperto un iter legislativo. La distinzione tra terapia antidolorifica con prevedibili effetti mortali e suicidio assistito è piuttosto labile. Difficilmente i temi morali, giuridici e sanitari che solleva possono essere sciolti in modo condiviso.

 

Il diritto di vivere e la dignità nella morte

Il legislatore dovrebbe ricordare che far morire di fame o di sete una persona non è mai un atto di civiltà

 

Per questa ragione appare più ragionevole lasciare le cose come stanno, senza spostare un confine immateriale che ha però un grandissimo rilievo morale. Oggi spetta al medico decidere se sia opportuno e lecito iniettare la pozione sedativa. Il medico è in grado di capire se, in una situazione senza speranza di guarigione o di regressione di una malattia degenerativa, non ci siano altri modi per proteggere il paziente da dolori insopportabili. E’ bene che sia così: non può essere la legge a imporre obblighi che consideri estranei alla sua deontologia professionale, tanto meno lo si può trasformare in una specie di esecutore testamentario. Anche la richiesta opposta, quella di rendere perseguibile il comportamento di un medico che, seppure indirettamente, provoca la morte del paziente, è irragionevole. Alleviare le sofferenze è un obiettivo naturale nella cura, diventa l’unico obiettivo quando è chiaro che gli altri non sono più alla portata delle azioni terapeutiche possibili.

 

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Il medico non può essere obbligato all’accanimento terapeutico e non può essere obbligato all’impiego della sedazione profonda da nessuna autorità esterna alla sua coscienza umana e professionale. Nemmeno da quella del paziente, che può rinunciare alle terapie in corso (terapie, non alimentazione e idratazione) ma non può imporne altre. I sostenitori del “diritto di scegliere” lo attribuiscono esclusivamente al paziente, che potrebbe esercitare questo diritto anche in modo preventivo , mentre lo negano al medico, che non si trova in una situazione di debilitazione e ha la competenza per scegliere davvero la soluzione migliore, più umana e più rispettosa dell’impegno a salvare le vite che è possibile salvare. Casi come quello di Treviso lasciano insoddisfatti i sostenitori più fermi di verità assolute e assolutamente contrapposte. La vita, quella vera, è così: non si lascia ingabbiare in schemi ideologici precostituiti e pone sempre domande che non hanno una risposta già scritta. La risposta sta caso per caso nella coscienza e chi pensa che la legge o la burocrazia la possano sostituire hanno un’idea ben misera del valore della vita. 

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