Non solo neve, il black out in Abruzzo è figlio della cultura del No

Chi ieri si opponeva a nuovi impianti, oggi chiede alle istituzioni la ragione dei mancati investimenti

Non solo neve, il black out in Abruzzo è figlio della cultura del No

foto LaPresse

Il maltempo che ha colpito l’Abruzzo impone un cambio di paradigma nella Pa italiana, non solo nella costruzione di un’azione strategica con il coinvolgimento di tutti gli attori in campo per individuare i rischi potenziali di un territorio, ma anche nell’adozione di decisioni chiare nell’interlocuzione con le comunità locali. Questa ennesima pessima figura delle amministrazioni italiane, infatti, non è solo il frutto di una Pa incapace di pianificare e gestire le emergenze, ma anche di una lunga stagione del no, che continua a pregiudicare e ostacolare gli investimenti, in Abruzzo come nel resto d’Italia. Dal 2012, infatti, l’Abruzzo si conferma tra le prime cinque regioni italiane dove si contesta di più. Il Nimby forum, che dal 2004 fa il monitoraggio sui media nazionali e locali degli articoli pubblicati sul tema della contestazione alle infrastrutture, negli ultimi cinque anni ha collocato proprio l’Abruzzo subito dopo le regioni industrializzate del nord. In questa lunga e approfondita analisi del dissenso, l’ostilità delle comunità abruzzesi si è cronicizzata nel tempo, fino a toccare soglie critiche con il fenomeno No Triv.

 

In precedenza, infatti, erano stati proprio gli investimenti sulle infrastrutture energetiche di Terna a essere posti nel mirino delle associazioni ambientaliste, che avevano contestato la realizzazione di opere fondamentali per dotare il secondo polo dell’Automotive in Italia (l’area della Val di Sangro) di quella energia sufficiente a produrre (il gap energetico dell’Abruzzo è del 13 per cento). Sia il cavidotto, che avrebbe unito Italia e Montenegro, e anche interventi locali ugualmente importanti per potenziare la rete nella dorsale adriatica Ancona-Foggia, sono stati sottoposti a un’azione continua di contestazione da parte dei comitati, che ha visto nelle istituzioni abruzzesi non un facilitatore del dialogo tra interessi contrapposti, ma una sponda per sostenere e dare fiato alle rivendicazioni dei cittadini.

 

Il no alle trivelle, poi, è costato all’Abruzzo 2 mila e 500 posti di lavoro, con la riduzione drastica di un settore strategico dell’industria che operava in regione dai primi del Novecento. Senza sottrarre l’Enel alle sue responsabilità, il black-out dell’energia elettrica è figlio quindi di una pericolosa cultura del no a tutto, che dal 2001 ha fatto perdere all’Italia 474 miliardi di euro di investimenti, più o meno 40 miliardi all’anno, di cui 110 nel settore energetico e ben 220 in quello infrastrutturale (fonte Italia Decide). Quella cultura che gioca a disfare il Paese è stata alimentata dalla riforma del titolo V della Costituzione, che dal 2001 ha prodotto nel settore italiano dei lavori pubblici più di 1800 conflitti di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, generando una serie di vulnus interpretativi, tradotti per le imprese in maggiore burocrazia, costi eccessivi e una capacità di adattamento ai mercati regionali difficile da sostenere. In questi sedici anni le regioni, ritenendo che lo stato non avesse più alcun potere generale di intervento, né competenza a emanare norme di principio, né potestà regolamentare, hanno prodotto normative regionali quadro applicabili al proprio territorio, con inevitabili problemi di disomogeneità con le norme delle altre regioni e con quelle statali.

 

Quelle norme hanno creato la strada per costruire maggiori adempimenti, un’area grigia che la politica pensava di utilizzare sui territori per svolgere un ruolo insostituibile di pivot tra il centro e la periferia. Le condizioni climatiche eccezionali dei giorni scorsi, invece, hanno confermato ancora una volta non solo che il pauperismo energetico non si coniuga con il sistema globale, ma anche che la politica di breve respiro ha i tempi contati perché basta una nevicata a mostrarne le lacune e le fragilità. E chi ieri si opponeva a nuovi impianti, oggi chiede alle istituzioni la ragione dei mancati investimenti. E la politica, spiazzata, perde consenso e legittimità. 

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