I capponi di Renzo e le mozzarelle di Longarini. Come dice Zalone è una questione di educazione

Per l'accusa il procuratore aostano arrestato riceveva prodotti caseari in cambio di favori. Ma lo spiegava già Agnese nei Promessi Sposi: "Non bisogna mai andar con le mani vote da que' signori"

I capponi di Renzo e le mozzarelle di Longarini. Come dice Zalone è  una questione di educazione

Foto LaPresse

Lo diceva anche Agnese al povero Renzo, smarrito e alla ricerca di qualcuno che lo potesse aiutare ad affrontare le angherie di Don Rodrigo: "Pigliate quei quattro capponi e portateglieli, perché non bisogna mai andar con le mani vote da que' signori". Il destinatario del presente era quella "cima d'uomo" del "dottor Azzecca-garbugli" ("badate bene a non chiamarlo così!" ammonisce Agnese). Un avvocato capace, con la sua sapienza, di mettere in ginocchio il potente di turno. Un "favore" che meritava il sacrificio di quei quattro capponi destinati al "banchetto della domenica".

 

Chissà se, col senno di poi, in quelle pagine di Manzoni possa configurarsi qualche tipo di reato. Bisognerebbe chiederlo a chi, giusto ieri, ha messo dietro le sbarre il procuratore aostano Pasquale Longarini (che tra le altre cose ha indagato sul delitto di Cogne) e l'imprenditore Gerardo Cuomo. Secondo l'accusa "a fronte della sollecita disponibilità nei confronti dell'amico imprenditore" il pm avrebbe ricevuto "favori, se non delle vere e proprie remunerazioni". Sarà la magistratura a verificare la solidità delle accuse, nel frattempo l'ordinanza di custodia cautelare racconta un episodio avvenuto il 10 luglio 2016 (e ricostruito attraverso alcune conversazioni intercettate) quando Cuomo, che nella vita è titolare di un caseificio, "si reca verso le ore 20 e 30 a casa di Longarini per consegnargli delle mozzarelle". Niente a che vedere con i capponi di Renzo certo, ma immaginiamo che forse, ad Aosta, la mozzarella sia più apprezzata.

 

In fondo è anche una questione territoriale. A Michele Emiliano, al tempo sindaco di Bari, i fratelli Degennaro regalarono "champagne, vino e formaggi, quattro spigoloni, venti scampi, ostriche imperiali, cinquanta noci bianche, cinquanta cozze pelose, due chili di allievi locali di Molfetta e otto astici". La vicenda, a parte un po' di gogna mediatica, non ebbe grandi conseguenze per il politico-magistrato, che ammise la propria colpa e continuò la sua carriera politica. Andò decisamente peggio ad Ottaviano Del Turco. Lui, in realtà, non ricevette cibo, ma lo regalò. Almeno per l'imprenditore della Sanità, Vincenzo Angelini, che raccontava di essersi recato a casa dell'allora governatore della regione Abruzzo con mazzette di soldi e di esserne uscito, per non destare sospetti, con un sacchetto di mele. Delle mazzette non è stata trovata traccia sui conti di Del Turco. E chissà che fine hanno fatto le mele.  

 

Si potrebbe andare avanti ricordando i leggendari racconti di comuni cittadini in fila davanti agli uffici di politici più o meno noti della prima Repubblica con le mani piene di doni e la richiesta di un aiuto per il figlio, la moglie, la nuora. L'ennesima vergogna italiana? Ma certo che no. Lo spiega bene Checco Zalone nel suo ultimo film "Quo vado" quando, consegnando una licenza di caccia e pesca, riceve dal cacciatore una quaglia. L'uomo è preoccupato: "In televisione si continua a parlare di concussione e corruzione". Lui lo rassicura: "Corruzione è se tu non hai diritto alla licenza, mi dai la quaglia e io ti dò il permesso. Concussione è se tu hai diritto alla licenza ma io di dico 'no, o mi dai la quaglia o non te la dò'. Abbiamo fatto questo? Certo che no. Questa non è né corruzione, né concussione. Si chiama educazione". 

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