Ecco come funziona la radicalizzazione islamista nelle galere

Il rapporto del Dap riporta numeri inquetanti e soprattutto in crescita. categorie e gestione del rischio

Ecco come funziona la radicalizzazione islamista nelle galere

Milano. Il fenomeno della radicalizzazione islamista nelle galere è noto da tempo perché è soprattutto dal carcere che arrivano i terroristi. Ora però un rapporto del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, lo ha fotografato in modo più nitido. La classificazione elaborata dal Nic – il Nucleo investigativo della Polizia penitenziaria – include quattro gruppi di detenuti musulmani ritenuti pericolosi. Oltre a coloro che sono detenuti per reati di terrorismo, ci sono i “leader”, ossia criminali comuni che hanno aderito all’ideologia jihadista e nelle celle sono diventati riferimenti carismatici, adeguati per il proselitismo; mentre, fra i criminali comuni, quelli considerati più vulnerabili e disponibili a diventare prede facili per i reclutatori, vengono definiti “follower”. Infine c’è la categoria dei “criminal opportunist”.

 

Ossia quelli che entrano in contatto con i radicali per offrire loro servizi logistici come i documenti falsi. In realtà ci sarebbe un’altra categoria da aggiungere nella lista delle difinizioni coniate dal Nic per gli aspiranti jihadisti: quella dei “mimetizzati”. Niente barbe lunghe né urla di estasi dopo un attentato; mai un rapporto disciplinare, mai un segno di ostilità verso gli agenti o compagni di cella non musulmani. Sono però questi a rappresentare la minaccia più grande, o più difficile da individuare, come probabili ufficiali di collegamento fra gli aspiranti jihadisti e una possibile possibile all’esterno. Questo, in sintesi, è quanto emerge dalla relazione del Dap dedicata alla radicalizzazione nel 2016. Alcuni aspetti sono importanti. Innanzitutto i numeri, che sono più alti rispetto a quelli divulgati fino ad ora. Il calcolo complessivo che comprende i monitorati (172), gli attenzionati (64), i segnalati (137), soggetti considerati a rischio (230) e – dato molto significativo – quelli radicali usciti a fine pena (272) raggiunge un numero consistente e purtroppo in crescita: 875 su 7.646 musulmani praticanti detenuti.

 

Come avviene la radicalizzazione? Nella relazione del Dap che il Foglio ha potuto leggere, il sintomo più palese avviene dopo un attentato, quando gli islamisti non riescono a trattenere l’entusiasmo per gli infedeli ammazzati. Con frasi tipo “Noi siamo i più forti”. “Prima i francesi e poi gli italiani”. “Li dobbiamo far fuori tutti”. “Deve scoppiare tutta l’Italia”, eccetera. Poi ci sono i contenuti dei sermoni delle preghiere collettive e le esortazioni al jihad. Ascoltarli tutti è un compito immane, se si considera che gli istituti censiti fino ad ora sono stati 190, dove il numero dei carcerati che si sono autoproclamati imam sono 148: quasi tutti maghrebini, in maggioranza tunisini, ad accezione di qualche iracheno. E nelle loro esortazioni durante le preghiere, oltre a istigare violenza contro i loro carcerieri, spiegano ai loro fratelli che solo all’interno dell’islam vi è certezza perché “i cristiani e gli ebrei vengono maledetti da Allah”.

 

I casi paradigmatici studiati e riportati nella relazione sono diversi. E spiegano bene come avviene la radicalizzazione che comincia col proselitismo, facendo leva sulla rabbia e sulla disperazione dei carcerati più fragili, soprattutto se isolati e/o con lunghe condanne da espiare. Una volta avvicinati alle pratiche religiose, i “leader” cominciano un graduale indottrinamento della shari’a che conduce le loro prede ad allontanare i familiari e chiunque non accetti i comportamenti ossessivi dell’islamismo per poi arrivare alla meta finale: convincere i detenuti reclutati ad aspirare alla guerra santa, una volta espiata la pena. In Europa, o recandosi nelle terre del Califfato.

 

Talvolta però la conversione all’islam radicale può essere coatta, imposta con minacce di ritorsioni. Insomma il processo di radicalizzazione non si basa solo sul proselitismo, come avviene all’esterno, ma si innesta sui codici violenti della galera. Altri segnali del processo di radicalizzazione sono le affissioni sulle pareti delle celle di manifesti che inneggiano all’Is, manoscritti trovati durante le perquisizioni con mappe su luoghi sensibili da attaccare in Europa e persino appelli da parte dell’Is a colpire gli agenti penitenziari. Per questo motivo si osservano soprattutto i detenuti molto violenti, come lo era Anis Amri, lo stragista di Berlino. Con un’attenzione particolare anche ai 18 convertiti, tutti italiani tranne un serbo, che generalmente sono più fanatici. Fra questi anche un siciliano, arrestato per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, convertito dal compagno di cella, marocchino.

 

Il monitoraggio non basta però a far uscire allo scoperto i radicali mimetizzati. Basta sfogliare le schede allegate al rapporto di alcuni dei soggetti attenzionati. Come ad esempio Karim Ayadi, tunisino classe 1968, arrestato a Lodi per spaccio, che si era sempre comportato in modo corretto finché un giorno ha aggredito un compagno di cella perché non si comportava come un buon musulmano. O Hamouna Bessid, somalo, classe 1989, che dopo aver aggredito altri detenuti o aver urlato Allah Akbar, aggrappato alle grate, rivolto verso la sezione dei detenuti comuni marocchini, ha improvvisamente cambiato il suo comportamento. Ha smesso di fare l’imam, ha cominciato a seguire corsi di rieducazione. Perché? Semplice: dopo l’allarme emerso sul fronte islamista nelle carceri, molti sono entrati in un cono d’ombra. 

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