L’immobilità da sfiducia culturale che non ci fa correre sulla A3, che pure va

Appello contro l'immobilismo e la sfiducia che tanto va di moda oggi

L’immobilità da sfiducia culturale che non ci fa correre sulla A3, che pure va

La scorsa primavera il Foglio mi mandò in missione esplorativa sulla famosa A3. E io andai. In verità un po’ sulle mie, guardingo, e tuttavia vi assicuro rimasi parecchio sorpreso. Come tutti, in passato, avevo avuto le mie spiacevoli avventure sulla A3, ma si trattava, appunto del tempo che fu, perché, durante quel viaggio rimasi affascinato dalle linee aerodinamiche di alcune gallerie, dai viadotti, dalle soluzioni ingegneristiche e soprattutto, last but not least, dai tempi di percorrenza: da Salerno a Reggio, 4 ore e 15 – e ho rispettato i limiti. Tornai e scrissi un lungo articolo, un po’ memoir un po’ inchiesta. Sulla scorta di questo lungo saggio fui poi invitato a una trasmissione televisiva, su La7. Un talk pomeridiano. Si parlò di vari eventi e poi si affrontò la questione Salerno-Reggio Calabria. Ero in mezzo ai due giornalisti e non appena la conduttrice chiese le mie impressioni io dissi che sì, la A3 (finalmente) funzionava. Ecco, non dimenticherò mai lo sguardo di stupore che la suddetta dichiarazione provocò. Lei, la giornalista, si mise a ridere: stai provocando vero? E siccome non stavo provocando, lei, in diretta, via Google, scaricò tutte le info disponibili sulla famigerata tratta autostradale e mi fece notare che era costata l’ira di Dio, fucina di corruzione, matrice di ogni scandalo e poi non era possibile che non ci fossero file, perché sono disponibili, in rete, numerosi resoconti di viaggiatori inferociti. L’altro giornalista invece, con cui mi ero trovato d’accordo su parecchi argomenti del talk, smise, da quel momento, di considerarmi un interlocutore credibile.

 

Ora da qualche giorno sono cominciati i resoconti di altri viaggiatori su altri giornali che pressappoco coincidono con le mie impressioni di allora e mi sono sentito un po’ sollevato. L’A3 pare funzioni. Attenzione, mi sto mettendo in un ginepraio. Perché in questa faccenda chi ci ricorda degli scandali e tutto il resto della litania italica non dice mica sciocchezze. Anzi. Tuttavia, quel giorno mi sono reso conto che i miei compagni di talk non mi davano ascolto, perché seguivano la seguente logica: se una cosa, nella fattispecie un’opera pubblica, è stata inquinata da scandali e altro, non potrà mai migliorare. Cioè, tra di noi vigeva una equazione fondata sul determinismo stretto: è andata così, ora andrà peggio. Da qui il clima di sfiducia che sembra perseguitare noi italiani quando dobbiamo darci da fare e costruire qualcosa di nuovo. E quindi memore di quegli sguardi vorrei provare a ragionare su una questione culturale: a forza di creare mostri, di esagerare con gli aggettivi, con gli esortativi, con io so ma non ho le prove ecc, non rischiamo di diventare a nostra volta mostruosi?

 

Non è che a forza di raccontare di mostri poi ce ne stiamo spaventati nella nostra stanza sotto le coperte? E se qualcuno ci mostra che vi può essere un luogo pulito illuminato bene, realizzato con il nostro impegno, ecco noi rimaniamo comunque immobili. Immobili perché alla fine siamo troppo sfiduciati. E pure invidiosi, delle opere altrui. Ma accidiosi quando tocca a noi costruire. Insomma, troppo spaventati o troppo pigri o troppo l’una e l’altra cosa insieme e dunque incapaci di analizzare un problema e porre regole di salvaguardia per arrivare alla soluzione. E insomma, alla fine, così facendo, non si fa strada l’idea che se non facciamo niente è meglio e se facciamo qualcosa è peggio? L’austerità che tanto va di moda oggi, che ci fa risparmiare anche sulle luci dell’albero di Natale, è veramente un’opzione saggia o rivela incapacità di governare? Io penso la seconda, ma magari, certe volte, sono anche io sfiduciato. 

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