Condannati i due scafisti del naufragio che uccise 700 migranti

Dovranno scontare rispettivamente 18 e 5 anni di carcere, oltre che pagare sanzioni per quasi 10 milioni di euro. Il 18 aprile del 2015 comandarono la manovra che fece inabissare il barcone al largo della Sicilia

Mohammed Ali Malek

Malek e Bikhit la notte del naufragio (foto LaPresse)

I due uomini accusati di essere gli scafisti del barcone naufragato il 18 aprile del 2015 al largo delle coste libiche sono stati condannati dopo un processo con rito abbreviato. Il tunisino Mohamed Alì Malek, identificato come il comandante della barca, e il siriano Mahmud Bikhit, uno dei membri dell’equipaggio, dovranno scontare rispettivamente 18 e 5 anni di carcere, oltre a pagare sanzioni pecuniarie per quasi 10 milioni di euro. Lo ha stabilito il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Catania, Daniela Monaco Crea, che ha accolto le richieste mosse dall’accusa, e respinto la difesa dei due, che hanno sempre detto di essere dei semplici passeggeri.

 

A entrambi è stato contestato il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per il comandante si sono aggiunte le accuse di omicidio colposo plurimo e naufragio. Malek, nel corso di una dichiarazione spontanea, ha ribadito la propria innocenza e determinazione a rimanere in Italia con il figlio avuto con una donna italiana. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, i due sono i responsabili del sovraffollamento dell’imbarcazione e fu Melek a comandare la manovra sbagliata che provocò la collisione con il mercantile King Jacob, che stava prestando loro soccorso.

 

Il rapido affondamento del barcone provocò la morte di 700 dei 730 passeggeri. L’imbarcazione e le salme contenute nella stiva sono stati recuperati dalla Marina militare e si trovano nel porto siracusano di Melilli, dove i pubblici ministeri hanno potuto eseguire i rilievi necessari a determinare la colpevolezza dell’equipaggio.

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