Modello Milano

Indagine su come la Lombardia può superare il sovraffollamento carcerario. Parla Lucia Castellano

Modello Milano

Il carcere di San Vittore (foto LaPresse)

Milano. Il “modello Milano” per superare il sovraffollamento della carceri. Con un obiettivo: avviare buone pratiche e renderle strutturali a livello nazionale potenziando il settore dell’esecuzione penale esterna. Gli addetti ai lavori le chiamano “misure di comunità”, tra cui la cosiddetta “messa in prova”, che dal 2014 è stata estesa anche agli imputati maggiorenni. Si tratta di un progetto ambizioso, che passa dalla valorizzazione di chi già lavora dentro e fuori l’ambiente carcerario, che ha bisogno di punti fermi e soprattutto di una regia solida (e bipartisan) a livello istituzionale. La strada l’ha tracciata il ministro della Giustizia Andrea Orlando, dopo che la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo aveva costretto il governo a trovare soluzioni concrete per risolvere il sovraffollamento strutturale dei nostri penitenziari. La messa in prova ha impedito una nuova ondata di ingressi in carcere, ma ha anche segnato un cambiamento di prospettiva: la galera non è più la prima risposta che il sistema mette in campo. Per determinate categorie di reati l’imputato può chiedere di svolgere lavori di pubblica utilità. E’ un primo passo, che chiama direttamente in causa le istituzioni, prima di tutto quelle locali.

 

La vita dopo il carcere

Si può entrare in galera e uscirne da una “porta” di cambiamento che qualcuno ha aperto? Il Giubileo dei carcerati, la Marcia radicale intitolata a Pannella e Francesco, la giustizia sbagliata. Storie vere e affermative di detenuti, e di una seconda possibilità.

 

“Abbiamo finalmente la possibilità di lavorare sul territorio, in alternativa alla carcerazione, esattamente come si fa da sempre con i minori. E partiremo da Milano: un territorio attento, con realtà permeabili al cambiamento e disponibili a mettersi in rete”. Lucia Castellano, da maggio 2016 direttrice della nuova direzione generale per l’esecuzione penale esterna e di messa alla prova del Dap, ha guidato la Casa di Reclusione Milano-Bollate dal 2002 al 2011: una “cittadella” di 1.300 detenuti, quasi 500 agenti, una cinquantina di operatori sociali e altrettanti volontari, facendone un modello esemplare di rieducazione e reinserimento sociale. Castellano è certa che il cambiamento vada attuato dal carcere al territorio. Non si può che partire da qui, dai percorsi di reinserimento già sperimentati negli anni passati in particolare proprio a Bollate. “Milano ha un’altra velocità e ha il dovere di accompagnare profondamente questo processo. Abbiamo già dimostrato che un carcere riformato è possibile”. Non soltanto lavori utili Nel 2015 hanno usufruito della messa in prova 7.818 adulti. A segnalarlo è il rapporto del 2016 dell’Associazione Antigone. Altri 10.112 sono sotto indagine dei servizi sociali in attesa della decisione giudiziaria. Come va modellandosi una struttura di questo tipo, calata sul territorio lombardo? Nello specifico, spiega la Castellano, si tratta di creare “un probation system” organico, su modello anglosassone, traghettando gli Uffici locali per l’esecuzione penale esterna (Uepe) a uffici multidisciplinari, con operatori e volontari.

“Vogliamo lavorare sulla costruzione di un sistema sanzionatorio per cui l’autore di reato possa creare indotto sul territorio, mettendo in campo una collegialità di interventi”. Si punta al supporto di Regione Lombardia: “Ha stanziato nove milioni di euro di fondi europei sull’esecuzione penale esterna di adulti e minori, quindi gioca un ruolo cruciale”. Il Comune di Milano è invece l’ente con cui iniziare a ragionare sui lavori di pubblica utilità. E non solo. “Le sanzioni, se vissute all’interno del contesto civile, possono diventare una risorsa. La sensibilità da parte del comune di Milano, su questo fronte, è molto alta”. A confermarlo è Anita Pirovano, Presidente della Sottocommissione carceri di Palazzo Marino. L’esponente di Sinistra x Milano ha avviato una fase di ascolto del mondo del volontariato. E ha registrato una partecipazione al di sopra delle aspettative. “Il 28 novembre incontreremo anche le direzioni delle carceri. L’amministrazione aspira ad avere un ruolo di primo piano rispetto alle sanzioni di comunità e l’accompagnamento sociale. Vorremmo essere non solo vetrina di quello che di buono già esiste, ma motore del cambiamento che verrà”. A partire da due temi fondamentali: una casa e un lavoro. Milano ci prova. 

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