La vita dopo il carcere

Si può entrare in galera e uscirne da una “porta” di cambiamento che qualcuno ha aperto? Il Giubileo dei carcerati, la Marcia radicale intitolata a Pannella e Francesco, la giustizia sbagliata. Storie vere e affermative di detenuti, e di una seconda possibilità.
La vita dopo il carcere

Immagine di Vincino

"Io le porte ero abituato ad aprirmele: col tempo, era diventato un gioco da ragazzi”. Porte di qualsiasi tipo: di casa e di bottega, di legno o blindate. Porte, portoni, portoncini. “Dopo trent’anni di galera, se scampo dovrò dire grazie a una porta. Non avrei potuto aprirla con le mie mani: altri me l’hanno aperta”. Dicevano gli antichi che “porta itineris dicitur longissima esse”, la porta è la parte più lunga di un viaggio. Non conta sapere se la massima sia autentica o apocrifa, non importa se abbia varcato la soglia della prigione nascosta in un romanzo di Fabio Volo, accompagnata da un assistente carcerario, o da un volontario che l’aveva letta in un libro. Non c’è nulla di così lungo da passare come una porta. A Enrico, dopo trent’anni, su cinquantacinque, trascorsi dietro il cemento e il ferro (“ho collezionato un codice penale di reati”) la porta del Due palazzi di Padova gliel’ha aperta, tecnicamente, un cancro: “Mi hanno sbattuto fuori e mi han detto: ‘Vatti a curare, poi torna a finire la galera’”. Dopo trent’anni. Con nient’altro in mano che un cancro e un pugno di domande: “Dove vado, dormo, sbatto? Ci sono giorni nei quali libertà è disperazione, quasi rimpianto della prigionia”.

 

L’altra porta, a Enrico, l’hanno aperta persone sconosciute. Gli hanno dato la chiave. Don Leopoldo Voltan, parroco di Campodarsego, Padova, con la sua comunità si era detto disponibile ad accogliere un detenuto. “Ci hanno proposto Enrico, noi gli abbiamo aperto la porta di casa. Gli abbiamo dato le chiavi: uno di noi, dalla prima sera”. “Mica ho ancora capito perché la gente voglia tutto questo bene a un vecchio lupo di galera come me, con un fisico che è un rottame, una storia sfasciata. Non lo merito, chiaro”. L’illogicità che la detenzione lascia addosso. “Ci sono sere che vorrei tornare subito in carcere”. Ma una logica ce l’ha, tutta sua: vera galera non sono le sbarre, il cemento. La galera, quella che piega la roccia, è lo stare esposti alle domande, reggere l’urto del passato senza defilarsi: “Le domande dei bambini (‘non potevi pensarci prima?’), le domande di mio figlio (‘papà, perché non sei mai a casa?’), gli sguardi della gente, le loro attenzioni, i miei rimpianti: questa è la galera che mi tortura. Mai l’avrei immaginato mentre ero là dentro. Durante una messa ho sentito dire: ‘Vinci il male col bene’. Quando non riesco a dormire, mi metto a riflettere e penso che stavolta mi abbiano fregato così, aprendomi una porta”. La porta che hanno aperto a Enrico è quella del Giubileo. “Nelle cappelle delle carceri potranno ottenere l’indulgenza, e ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta Santa, perché la misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà”. Lo ha scritto Francesco nella Lettera in cui concede l’indulgenza per il Giubileo della Misericordia. E se c’è un’immagine potente per riassumere che cosa sia il perdono per i cristiani, che è qualcosa d’altro dal perdono della legge, è questa.

 



 

Quando si aprirà il sipario del Piccolo Teatro Studio Melato, il 10 e l’11 dicembre, Antonella, Betsy, Carolyne, Cinzia, Dana, Mariangela e le altre penseranno a un’altra porta che si è aperta. La porta del carcere di San Vittore a Milano, dove lavora da più di vent’anni Donatella Massimilla, che ha fondato nel 1999 il Cetec, Centro europeo teatro e carcere, una cooperativa sociale. Una compagnia “aperta” di artisti, cittadini e detenuti. Perché il teatro, il lavoro dolce e doloroso del mettersi in scena, a nudo, e rivestirsi, è “autorivelativo”, è passare la porta di se stessi. Lo sanno in molti, quanto vale la teatro-terapia nel processo di recupero dei detenuti. Soprattutto all’estero, in Gran Bretagna e Germania, in Italia siamo sempre allo stadio della sperimentazione d’eccellenza. Ma Donatella Massimilla è rimasta “grotowskiana”, la partenza è sempre quella del suo maestro: “All’inizio per me il teatro è stato unicamente il pretesto, lo pseudonimo della vita”. Così adesso le sue attrici detenute, ex, oppure libere saranno su un palcoscenico “fuori”: con San Vittore Globe Theatre – Atto II, uno spettacolo elaborato su Shakespeare, vissuto e costruito dentro le mura, un laboratorio di “auto drammaturgia” che ora fa dire alle sue creatrici-interpreti “Un temporale è un temporale, ma noi siamo sopravvissute”. A Donatella piace la parola “re-esistere”, e non è solo poesia. Attorno a questo lavoro – e ad altre esperienze simili – ci sono meccanismi virtuosi di reinserimento nel lavoro, non solo teatrale. Dal San Vittore è partita ad esempio l’ApeShakespeare, un mix di street food e teatro di strada che i milanesi ormai conoscono e che dà lavoro stabile a ex detenute e altri collaboratori. Le piace ricordare che le ultime parole di Shakespeare, le ultime della Tempesta, sono queste: “E come voi vorreste esser perdonati di ogni colpa / fate che io sia affrancato dalla vostra indulgenza”.

 

Quando il 22 ottobre sei detenuti di Rebibbia hanno affrontato la commissione di laurea, nuovi dottori – quattro in Lettere e due in Drammaturgia antica – grazie al progetto Università in carcere con Teledidattica ideato nel 2006 dal Garante dei detenuti del Lazio, dall’ateneo e dalla direzione del penitenziario romano, hanno pensato a una porta che è stata aperta. Una porta di conoscenza, la porta della letteratura come esperienza di cura di sé.

 

 Lo spiega Fabio Pierangeli, docente di Letteratura a Tor Vergata e tra gli iniziatori del progetto, ricorda l’impressione della prima volta che varcò le sbarre – era stato invitato dai detenuti per un corso “in presenza”, le lezioni invece sono videoregistrate in università e poi trasmesse – sulla letteratura di viaggio: “Singolare e affascinante ossimoro, la chiusura più totale, la pena, l’espiazione, la costrizione, la voglia di evadere nell’immaginazione, come nello splendido libro di Jack London, Il vagabondo delle stelle”. Pietro Vereni, che insegna Antropologia culturale e partecipa allo stesso progetto, in un articolo che sarà pubblicato nel prossimo gennaio sulla rivista Studium fa un bilancio dell’insegnare “ai carcerati” e non “in carcere”, e della sua “presa di coscienza che insegnare nel carcere può essere un’attività al limite dello spettacolare, quanto alla resa in rapporto all’investimento”. Annota Vereni che “è incredibile la mole di parole scritte dai carcerati”. “Scrivono romanzi noir, poesie concettose e buffe, raccontano in brevi note quel che fanno alla radio, in romanzi più o meno lunghi quel che tipicamente non hanno commesso per essere lì… Ci sono hipster con barbe curatissime, in carcere, che scrivono pezzi rap dove urlano il loro rimorso e la loro solitudine, e li cantano accompagnati da percussionisti poliglotti in grado di concepire spettacoli teatrali sul rapporto tra arte e carcere che hanno un successo strepitoso tra i detenuti ammessi tra il pubblico”. Quest’anno a Rebibbia inizia anche un corso di laurea in Scienze motorie. Che in prigione, è un altro bell’ossimoro. Quando attraversano la linea non soltanto di una pena finita, ma di un’esistenza cambiata, riacciuffata attraverso la soglia del dolore, pensano che la porta girevole per loro non tornerà più a mulinare, risucchiandoli indietro. A spalancarsi su quel luogo buio, fermo nel tempo, ma in cui il tempo è l’unica cosa a contare davvero.

 

Il carcere, visto da fuori, o ascoltato dalla voce di chi ha avuto la dolorosa ventura di passarci, per la pena o per alleviare la pena di altre persone, è innanzitutto una cosa: un salto all’indietro. Arrivando da fuori, dal mondo dei liberi, è un tragitto quasi impercorribile, “porta itineris dicitur longissima esse”. Ci vogliono sforzi di fede autentica, di lucidità politica, di coraggio civile e razionale per passare. E per decidere se, da dentro, sia possibile a uomini e donne fare il cammino inverso. Quando un anno fa Papa Francesco indisse il Giubileo della Misericordia, nella Lettera scriveva: “Il mio pensiero va anche ai carcerati, che sperimentano la limitazione della loro libertà. Il Giubileo ha sempre costituito l’opportunità di una grande amnistia, destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto. A tutti costoro giunga concretamente la misericordia del Padre che vuole stare vicino a chi ha più bisogno del suo perdono”. Domenica 6 novembre, in San Pietro, si celebrerà il Giubileo dei Carcerati, mentre lo stesso rito verrà celebrato dai vescovi in date diverse nei penitenziari di molte città. Un gesto più che simbolico, non solo per la sensibilità di Bergoglio ma anche ricordando la forza con cui Giovanni Paolo II chiese un’amnistia in occasione del Giubileo del 2000, ma non fu concessa. E quando, nel memorabile discorso al Parlamento del 2002, tornò a chiedere “un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena”.

 

Lo stesso giorno, a Roma, si svolgerà la “Marcia per l’amnistia, la giustizia e la libertà” organizzata dal Partito radicale e intitolata a Marco Pannella e Papa Francesco. Dal carcere di Regina Coeli fino a piazza San Pietro, sfilando davanti ai luoghi del potere politico, secondo la liturgia radicale, per arrivare a incontrare la liturgia della chiesa e ricordare la richiesta di amnistia del Papa disattesa dalla politica. Una marcia nel ricordo, parlandone da vivo, di Marco Pannella e della sua laica, democratica attenzione alla giustizia e al ripristino della legalità nelle carceri italiane. Una lotta di lunga durata. Rita Bernardini, presidente onorario di Nessuno tocchi Caino, è con altri militanti da giorni in sciopero della fame. Spiega che nelle prigioni la situazione è lievemente migliorata, soprattutto per effetto della sentenza Torreggiani del 2013 che ha costretto l’Italia a “svuotare” e aprire un poco le celle per rientrare nei parametri della legalità e schivare quelli della tortura. Ma il livello di emergenza, dice, sta tornando alto. La marcia servirà anche a rilanciare i disegni di legge per l’amnistia fermi in Parlamento e in commissione Giustizia del Senato. Così come è fermo il disegno di legge Manconi intitolato a Marco Pannella che intende modificare l’articolo 79 della Costituzione sull’approvazione dei provvedimenti di amnistia e indulto: lo scopo è abbassare la maggioranza necessaria, fissata oggi a due terzi del Parlamento. Luigi Manconi, presentando la sua proposta nel maggio scorso, non ha dimenticato di individuare il punto dolente, di inciviltà politica prima che giuridica: l’articolo 79 della Carta, aveva detto, era già stato “modificato, in piena Tangentopoli, per elevare il quorum necessario a far passare amnistia e indulto. Allora si voleva rendere questo strumento di clemenza più difficilmente approvabile. Lo scopo è stato raggiunto perché a oggi è passato solo l’indulto del 2006. Un fatto, questo, assolutamente negativo perché ha sottratto questi provvedimenti alla loro principale destinazione: essere strumento di politica di diritto destinato a ridurre in modo significativo la presenza nelle carceri e l’accumulo delle cause pendenti. Sono provvedimenti a carattere eccezionale ma la situazione del sistema penitenziario resta comunque emergenziale”. La Conferenza episcopale italiana ha aderito ufficialmente alla marcia promossa dal Partito radicale.

 

La porta troppo lunga da oltrepassare per la politica – e per la società civile  – ha una soglia innanzitutto ideologica. E di sudditanza psicologica nei confronti del giustizialismo che ha contagiato l’Italia da decenni. Infine, c’è la sudditanza rispetto al populismo giudiziario sedimentato nell’opinione pubblica, nutrito da paure reali ma circoscrivibili, e da paure incontrollabili sobillate dal mercato elettorale. Così il carcere rimane entità separata, da non vedere. L’ultimo indulto ha la data del 2006, l’ultima amnistia addirittura del 1990. Un tempo infinito per provvedimenti che, per quanto straordinari, sono previsti dall’ordinamento costituzionale.  Chi ha memoria, ricorda le polemiche e il clima di spavento che l’indulto generò, anche per la sua applicazione improvvisata nei giorni socialmente più sguarniti dell’anno, i giorni di Ferragosto.

 

Dal carcere uscirono circa 22 mila detenuti. Nel 2014 Luigi Manconi e Giovanni Torrente, che insegna Diritto penale e penitenziario all’Università di Torino, hanno pubblicato un saggio nella Rassegna italiana di sociologia del Mulino, “Clemenza e recidiva: il caso del provvedimento di indulto del 2006”. Scrivono: “Il dato della recidiva dei beneficiari dell’indulto si colloca quindi su un livello inferiore rispetto a quello rilevato in un monitoraggio ‘ordinario’”. Inoltre: “Occorre, infine, rilevare come, fra i soggetti provenienti dal carcere, i dati confermino una stretta correlazione fra il numero di precedenti carcerazioni e l’aumento dei tassi di recidiva. Appare quindi significativo il fatto che meno di uno su cinque fra gli 11.131 soggetti scarcerati che erano alla prima esperienza detentiva abbiano fatto reingresso in carcere nei successivi 38 mesi. E’ all’interno di questo universo che troviamo i ‘veri’ beneficiari dell’indulto, vale a dire coloro per i quali la clemenza è stata la possibilità di sfuggire agli effetti negativi provocati dall’esperienza detentiva”. Una dimostrazione per tabulas che i provvedimenti, di varia natura, che aprono le porte delle prigioni funzionano. La porta chiusa è invece quella di una “decenza” politica e dei diritti, come dice Rita Bernardini, per restituire legalità al sistema di giustizia. Il muro di gomma sono la concezione giuridica della pena e i meccanismi arretrati e fuori controllo dell’amministrazione penitenziaria (nella maggior parte dei casi, e con le dovute eccezioni e buone volontà). Il risultato è una giustizia che anziché prevenire i reati produce carcere. Un luogo in cui si somministra una giustizia tutt’al più retributiva (semplicemente punitiva, nell’opinione corrente), raramente riabilitativa – quella prevista dalla Costituzione – quasi mai una giustizia riparativa, concetto per molti versi nuovo ma su cui in molti, dentro e fuori dalle celle, stanno concentrando gli sforzi. Si può davvero uscire da quella porta?

 

Elvio Fassone è stato magistrato, membro del Csm e per due legislature senatore della Repubblica. Lo scorso anno ha scritto un libro, per Sellerio, che si intitola “Fine pena: ora”. E’ un reato non leggerlo. E’ il diario di bordo di venticinque anni di vita, di impegno professionale e giudiziario, filtrati attraverso una storia singolare, personale, decisiva come sanno esserlo pochi incontri. E’ la storia di una porta che divide, che unisce. Il libro inizia con una lettera ricevuta, la busta gualcita, la scrittura ben conosciuta, sono venticinque anni che il giudice riceve quelle lettere, ma stavolta la grafia è allarmante. “L’altra settimana ne ho combinata una delle mie. Mi sono impiccato. Mi scusi”. Fassone ha conosciuto Salvatore nel 1985, al maxi processo di Torino contro la mafia catanese, di cui fu presidente. Salvatore era giovane, un duro, un assassino. Ma non un bruto, dentro aveva qualcosa d’altro. Si instaura un rapporto a distanza, profondo, con il giudice che lo condannerà all’ergastolo. Seguiranno decenni di corrispondenza, di interrogativi e di risposte che saranno non solo per l’ergastolano, per il giovane senza cultura e senza prospettiva. Saranno anche, o soprattutto, per l’uomo di legge una strada di riflessione sulla pena, la sua utilità sociale, la necessità di riformare la giustizia e il carcere. Soprattutto quel “fine pena: mai”. Il 24 ottobre a Padova si è suicidato un detenuto. Sono 29 quest’anno, in totale 81 i decessi dentro alle mura. Secondo l’Istituto superiore della sanità nei penitenziari si registra una percentuale tra il 60 e l’80 per cento di persone malate (30 mila affetti da epatite B, 5.000 da Hiv). I dati sul sovraffollamento parlano di circa quattromila detenuti senza letto e oltre novemila rinchiusi in spazi angusti, quattro metri quadrati. L’emergenza è evidente, la sua irredimibilità una questione di cecità politica.

 



 

Mario Rossetti è un uomo che ha conosciuto il carcere, per quattro mesi, custodia cautelare. Un caso clamoroso di errore giudiziario, era l’inchiesta Fastweb. Ha raccontato il bilancio provvisorio della sua esperienza in un libro che tutti dovrebbero leggere: Io non avevo l’avvocato (Mondadori). In Italia, al 30 giugno 2016, erano detenute 54.072 persone, stranieri compresi. Di queste, 514 laureate (0,95 per cento), 3.537 con un diploma di scuola superiore (6,54 per cento) ma di ben 25.937 (47,97 per cento) il titolo di studio non è rilevato. Significa che di quasi metà della popolazione carceraria il sistema che ne gestisce le restrizioni della libertà dichiara di non conoscere il livello di istruzione. Quattro mesi bastano a un uomo istruito, a un manager che conosce i sistemi umani strutturati che si chiamano aziende, per capire molte cose di un universo concentrazionario, di una struttura ricettiva sui generis – a parte i muri e le guardie, dentro quasi tutta l’organizzazione è dar da mangiare e da dormire alle persone. Nient’altro. Si entra e poi si esce. Ma la vita è cambiata. Rossetti non è un filantropo, “non faccio buonismo”, è tornato a fare il manager. Ciò di cui racconta è il carcere visto secondo ragione. La sua disfunzionalità, innanzitutto, secondo il suo fine presunto e la sua funzione “rieducativa”. La sua popolazione che per due terzi non dovrebbe essere reclusa: o non ce ne sarebbe bisogno, o è solo un aggravamento del danno sociale. Piccolo crimine, molta droga e tossicodipendenza, immigrati che non parlano italiano, disagio psichico che avrebbe bisogno di tutt’altra cura. E’ “un salto indietro, in un mondo buio e senza comunicazione, ottocentesco, mentre fuori si vive connessi con tutti e tutto”. La privazione (restrizione) della libertà è un concetto giuridico. Forse inevitabile, forse antiquato.

 

Ma, per Rossetti, “la verità è oggi che il carcere ti priva di molte altre libertà. Plurale. Non solo la libertà, in astratto, ma la ‘le’ libertà. La libertà di comunicare, ad esempio: per quale motivo non puoi fare una telefonata, se non sei sottoposto a un regime particolare di indagine? In Spagna si può. O la privazione della libertà di incontrare i propri parenti. O la violazione della privacy, non hai modo di stare solo, nemmeno per piangere”. E i diritti, che vengono negati ad altri: “Il diritto dei miei figli di vedermi sarà inferiore o maggiore al diritto dello stato di tenermi imprigionato?”. Tutte queste negazioni, la legge non le prevede. Secondo l’art. 13 della Costituzione, “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Sono un’aggiunta della macchina, ingiustificata da un punto di vista razionale. Un di più che nasce, se non da un sopruso, da una interpretazione meccanica e arretrata di decenni. L’esperienza vissuta da Rossetti lo ha cambiato, non lo nega. Ricordare, dire, è “non è una premura umanitaria”. E’ questione di dignità e consapevolezza civile: che società è quella che produce carcere, dunque soprattutto piccola delinquenza? Che non dà futuro alla sua popolazione detenuta, anzi ne rimette la maggioranza periodicamente a piede libero, in un circolo vizioso, “persone che potenzialmente possono, nelle condizioni in cui sono lasciate, divenire pericolose?”. Si esce coscienti dell’urgenza sociale di cambiare questo stato di cose. Per fare del carcere ciò che dovrebbe essere. Art. 27 della Costituzione: le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Ci sono molte persone e associazioni, e fortunatamente anche istituzioni che lavorano per aprire le porte, non solo i chiavistelli.

 

Basterebbe citare la Seconda casa di reclusione di Milano a Bollate, caso di studio a livello internazionale per il tasso di recidiva tra i più bassi in Europa (20 per cento, contro una media italiana che sfiora il 70). Merito della gestione “aperta” interna, dell’area educativa-scolastica ben strutturata. Merito dei laboratori. Merito di operatori come Silvia Polleri, che guida la cooperativa sociale Abc-La sapienza in tavola, che collabora con la scuola alberghiera, da cui è nato un anno fa il ristorante In Galera in cui lavorano i detenuti, finito sulle pagine del New York Times. Merito di altre cooperative, come la Cascina Bollate: un vivaio all’interno del perimetro dove lavorano giardinieri liberi e detenuti. Basterebbe citare il lavoro di Ristretti orizzonti, giornale della Casa di reclusione di Padova e dell’Istituto di pena femminile della Giudecca, poi sito online, poi centro di documentazione. Nel carcere di Padova da dieci anni esistono tre diversi gruppi impegnati nella ricerca e nella produzione di materiale informativo sul carcere. Ci lavorano in media 80 detenuti, un ricambio del 30 per cento ogni anno. Ornella Favero, che Ristretti orizzonti ha fondato, del carcere ha detto: “Qui conosci davvero il male, cominci a farci i conti e a capire che a fare il male sono delle persone, delle persone. Cominci a fare i conti con il tuo lato oscuro e con quello di chi ti è vicino, e capisci quanto è complessa una realtà che invece si tende sempre a semplificare”. Qualcosa sta cambiando. Secondo il monitoraggio svolto dal gruppo dei cappellani della diocesi di Milano, in collaborazione con la Caritas, “a livello legislativo assistiamo in Italia dal 2013 a un cambiamento molto interessante”. Sono gli sforzi, “non sempre omogenei ma presenti, di rendere la pena in carcere residuale, implementando le forme di esecuzione penale esterna. L’esecuzione penale esterna al carcere è la miglior scelta possibile dal momento che abbatte la recidiva, dà provato esito di efficacia nel reinserimento sociale, incide meno sui costi della Pubblica amministrazione, genera maggior sicurezza sociale”. Considerazioni che si affiancano all’attenzione di decine di volontari e al racconto di un Giubileo che ha in molti casi raggiunto il suo scopo. Come dice don Marco Pozza, giovane cappellano del carcere Due Palazzi, “scopri che la vita non si scioglie neanche quando fai i conti con la morte”.

 

C’è anche chi la vita, dal carcere, se l’è vista cambiata per errore. Un’altra delle disfunzionalità del sistema di giustizia e di esecuzione (spesso troppo cautelare) della pena. Da anni il sito errorigiudiziari.com curato da due giornalisti, Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, e un avvocato, Stefano Oliva ne raccoglie le storie, i dati. Una documentazione preziosa, circoscritta ai soli casi giudiziariamente conclusi. Da quando, 1992, è stato introdotto l’istituto per la riparazione per ingiusta detenzione, in Italia i casi in cui lo stato ha dovuto riconoscere l’errore (e risarcire) sono stati 24 mila, mille ogni anno. Una cifra abnorme. Il totale dei risarcimenti è di 630 milioni, un’enormità. Una disfunzionalità anche dal punto di vista meramente economico di uno stato che ha un problema con la sua amministrazione della giustizia, spiega Maimone. Ma dietro ai numeri ci sono le persone che hanno avuto la vita cambiata. Raramente in meglio. Dal loro lavoro è nato anche un docu-film, Non voltarti indietro, già presentato in varie occasioni ufficiali e interpretato da alcune vittime. Non guardarti indietro sembra voler dire cerca di non ricordare. Ma è una cosa che non può accadere. “Non voltarti indietro”, spiega Maimone, è un’espressione del gergo carcerario per chi esce: un augurio di buona fortuna. A Lucia Fiumberti, una delle vittime che si raccontano nel film, quando l’hanno scagionata, il magistrato ha dato una pacca sulla spalla: è andata bene, no?

 

Mercoledì 26 ottobre nel Due Palazzi di Padova hanno presentato un altro documentario, si intitola Mai dire mai, storie di dieci detenuti, otto uomini e due donne. Porte che si sono aperte, forse si apriranno. Sarà trasmesso in due puntate da Tv2000, il 6 e 13 novembre. Per capire cosa significhi una possibilità di cambiare basta guardare Lorenzo, ha più di quarant’anni e trenta da scontare, i suoi occhi scuri pieni di un dolore consapevole. Sentirlo raccontare, con la voce grave e la lucidità di chi ha percorso una strada infinita. Carcerato figlio di carcerato. Racconta che, alle prime “avventure” s’immaginava che suo padre sarebbe stato orgoglioso di lui. L’ultima volta l’hanno arrestato perché, latitante, era rientrato in Italia per assistere “ma da lontano, non sentivo il prete”, al funerale del suo bambino, Salvatore. A Padova ha incontrato la redazione di Ristretti orizzonti. Non è stato facile, ma “mi è stata data una possibilità e io l’ho colta”. Così ora dice: “Se uscissi… oggi non avrei gli amici della batteria ad aspettarmi”. Avrei le persone che mi hanno dato una possibilità. Non importa sapere se è stata una porta santa, o una redenzione civile. Importa che è avvenuto. Gli chiedono cosa vorrebbe, ora: “Vorrei chiedere a mio padre se oggi sarebbe orgoglioso di me”. Piange.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi