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Antigone, il prete di Platì e quella confusione che scambiamo per dialogo

Il parroco, intervistato su Radio 24, cerca di spiegare al conduttore un po’ scettico che a lui non importa nulla di che cosa questo boss mafioso avesse fatto in vita e del fatto che fosse pentito o meno ma che, essendo battezzato, lui e la sua famiglia hanno “diritto” a una cerimonia funebre perché di fronte a Dio “siamo tutti uguali”.
Antigone, il prete di Platì e quella confusione che scambiamo per dialogo

(foto LaPresse)

L’interessante intervista di Radio 24 al parroco di Platì che protesta per la proibizione del funerale in chiesa per il boss della ’ndrangheta fa emergere alcuni tratti problematici della nostra comunicazione, soprattutto quando ci sono di mezzo valutazioni morali. La storia è semplice: muore il criminale, la questura vieta il funerale in Chiesa e pubblico per impedire la trasformazione della cerimonia in una manifestazione di potenza da parte di una famiglia legata all’’ndrangheta; il parroco fa un esposto al ministro per protestare contro l’ingerenza sostenendo che il questore può ben vietare il corteo per le vie della città ma non può decidere dove un funerale deve essere fatto e tantomeno impedire alle persone di recarvisi; infine, il parroco bresciano passato dall’Amazzonia a Platì celebra una messa senza salma dopo la benedizione al cimitero pregando per il morto.

 

Dopo i fatti, la comunicazione. Il parroco viene intervistato su Radio 24 e cerca di spiegare al conduttore un po’ scettico e un po’ sarcastico che a lui non importa nulla di che cosa questo signore avesse fatto in vita e del fatto che fosse pentito o meno ma che, essendo battezzato, lui e la sua famiglia hanno “diritto” a una cerimonia funebre perché di fronte a Dio “siamo tutti uguali”. Il che varrebbe, continua il sacerdote incalzato dall’intervistatore, anche se la situazione fosse più grave, anche se il criminale fosse morto in una sparatoria omicida. Infine, l’intervistatore, incredulo, abbandona il tentativo di far capire al missionario il proprio punto di vista morale.

 

Lo scambio di battute fa capire il genere di pasticcio comunicativo in cui siamo immersi. Infatti, l’intervistatore abbandona perché nel fondo della questione c’è una profonda confusione. Il parroco difende una concezione antica, che citava già Sofocle nell’Antigone: tra le leggi degli uomini e quelle di Dio (degli dei in quel caso) c’è una differenza di piano e, in caso di conflitto, è meglio rispettare le seconde piuttosto che le prime o, come nel caso del parroco di Platì, rispettare le prime ma protestando in nome delle seconde. L’intervistatore di Radio 24, invece, applica l’identificazione fra morale e legge proprio degli ultimi due secoli. Non c’è nulla di superiore alla legge perché essa definisce la regolamentazione dei rapporti umani e non ci può essere nulla di ulteriore rispetto al piano umano. Quindi la morale è un’obbligazione interiore che ha come contenuto il medesimo della regola stabilita dai codici. Chiamiamo moralismo questa esacerbazione dell’aspetto di obbligazione eretto a misura dell’intero spettro della capacità morale dell’uomo. Le due concezioni sono opposte. Al prete sembra che l’intervistatore faccia domande futili che non tengono conto del piano divino o cosmologico, all’intervistatore sembra che il prete dia risposte folli. Entrambi pensano che l’altro non rispetti la “morale”.

 


"Antigone cerca di seppellire Polinice" di Sebastian Louis, 1825


 

Tuttavia, lo scambio dura più a lungo del previsto perché nel nostro grande miscuglio culturale contemporaneo la confusione è tale che ognuno usa un po’ anche i termini dell’altro. Così, l’intervistatore rispecchia una cultura che ama molto Antigone, quando la vede a teatro, senza rendersi conto che il criminale di Platì era socialmente meglio di Polinice, il fratello a cui Antigone vuol dar sepoltura. Ed è la stessa cultura che applaude il Papa quando dice “chi può giudicare?” senza rendersi conto che il medesimo giudizio che scardina l’identificazione tra ciò che uno fa e l’interiorità si applica anche a un criminale. Dal canto suo, il sacerdote parla di “diritti al funerale” (una nuova battaglia?) e dice che “siamo tutti uguali di fronte a Dio” come se Dio fosse la legge italiana, mentre forse Tommaso d’Aquino avrebbe detto che di fronte a Dio ciascuno è unico, tant’è che la giustizia è dare “a ciascuno il suo” e non “a tutti lo stesso”.

 

Così sono i nostri vocabolari in questa epoca ma non bisogna scambiare per dialogo il rimestare delle medesime parole. Forse, ci servirebbe un po’ di chiarezza di pensiero, anche nelle scuole, per saper distinguere così da valutare davvero ciò che riteniamo più consono a noi e al mondo, se preferiamo per esempio la morale del parroco o quella dell’intervistatore. Il vero dialogo ha bisogno infatti di chiarezza e di coraggio nel sostenere qualcosa, in modo tale da poterlo modificare, nel caso in cui si sia con-vinti dall’altro. Altrimenti il dialogo diventa la traccia di due corsie parallele che trovano apparente unità solo nella confusione.

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