Altro colpo all’inchiesta Tirreno Power

Indagine minata alla base, ambientalisti delusi, lavoratori in Cigs.
 Altro colpo all’inchiesta Tirreno Power

Stabilimento della Tirreno Power di Vado Ligure (foto LaPresse)

A oltre due anni dal sequestro preventivo della centrale termoelettrica di Vado Ligure, gestita dalla Tirreno Power, la posizione della maggioranza degli indagati (che passano da 84 a 27) è stata archiviata. Il reato di disastro ambientale da doloso è stato derubricato a colposo. Il reato di omicidio colposo è stato stralciato, eppure era il crimine-cardine che aveva motivato il fermo dei gruppi a carbone. Le opposizioni all’archiviazione presentate delle associazioni ambientaliste sono state dichiarate inammissibili dal giudice per le indagini preliminari Fiorenza Giorgi, ovvero colei che firmò il decreto di sequestro l’11 marzo 2014 sulla base delle indagini condotte dal procuratore di Savona, Francantonio Granero, oggi in pensione.

 

Il Foglio scrisse che l’inchiesta era ballerina già all’indomani del sequestro, e lo documentò nei mesi successivi – basti dire che dal sequestro la presenza nell’aria di alcuni inquinanti è aumentata e del nesso causale tra malattie, morti e inquinamento non v’è riscontro, da qui lo stralcio. Per la precisione il gip Giorgi ha archiviato le accuse per disastro colposo e abuso di ufficio contestate agli amministratori regionali e provinciali, ai tecnici degli enti, ai funzionari ministeriali e ai sindaci di Vado Ligure e Quiliano. Era stata indagata l’intera giunta regionale ligure, presieduta all’epoca da Claudio Burlando. Il giudice ieri mattina ha depositato il provvedimento con il quale ha altresì respinto le opposizioni presentate dalle associazioni ambientaliste Uniti per la Salute, Medicina Democratica Savona, Wwf e Greenpeace. Peraltro il decreto di archiviazione, nonostante versi fiele, ovvero insista con la tesi per cui l’azienda s’è comportata male, ammette che erano stati rispettati i limiti legali delle emissioni e le prescrizioni ambientali. All’epoca avvertivamo anche dei rischi per il tessuto economico del savonese, dovuti appunto all’inchiesta: la centrale dava da vivere a oltre 900 famiglie, tra diretti e indotto. Avevamo ragione, purtroppo. A settembre il savonese era stato dichiarato “area di crisi complessa” dal governo Renzi, con 186 lavoratori verso la mobilità. Ieri per 120 di loro, quelli all’opera sugli impianti a carbone, ormai chiusi, s’è aperta la possibilità di andare in cassa integrazione straordinaria per un anno, a carico della collettività, grazie a un’inchiesta – ora si capisce meglio – quanto meno creativa, per non dire altro. Sia nelle intenzioni sia nella prassi.

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