W i cervelli in movimento

Le accuse pavloviane al nemico politico di turno (“Scappano da Renzi”), al “sistema Italia”, al mondo del lavoro, alla burocrazia, al sud assistenzialista, ai migranti. Invece di lagnarci per gli italiani che emigrano, proviamo a capire meglio il mondo globalizzato
W i cervelli in movimento

Foto di d26b73 (via Flickr)

Roma. La notizia, sui quotidiani del paese, è stata accolta con la solita dose di allarmismo lamentoso: nel 2015, 107 mila italiani si sono trasferiti all’estero, 39 mila dei quali sotto i 34 anni, soglia oltre la quale non si è più considerati statisticamente “giovani”. Subito sono partite le accuse pavloviane al nemico politico di turno (“Scappano da Renzi”), al “sistema Italia”, al mondo del lavoro, alla burocrazia, al sud assistenzialista, ai migranti. Così la prima preoccupazione, di istituzioni, commentatori ed esperti è “dobbiamo farli tornare”, là dove spesso il sottotesto è “non dobbiamo farli partire”.

 

Dietro a questa intenzione – che di solito si ferma agli annunci, senza conseguenze significative – si nascondono quasi sempre da un lato l’incapacità di fondo a leggere determinati comportamenti (soprattutto quelli dei “giovani”, i cosiddetti millennial), e dall’altro il pregiudizio secondo il quale chiunque lasci l’Italia sia un “cervello in fuga” che arrecherà perdite decisive al paese. Un recente studio di Linkedin – lo citava sul Foglio online giovedì Stefano Cianciotta – ha dimostrato che negli ultimi anni sono sempre di più i professionisti e gli studenti che dai continenti tradizionalmente ricchi (Europa e Stati Uniti) si muovono verso i nuovi paesi ricchi, come Emirati, Arabia Saudita e India, ma anche verso paesi economicamente attrattivi ma politicamente o socialmente complessi, come la Nigeria o il Sudafrica. I cervelli non sono in fuga, ma in movimento. E possono muoversi grazie a un mondo globalizzato, in cui soprattutto i più giovani vedono opportunità, anche a costo di mettere da parte le proprie radici. Martedì scorso alla Camera un convegno organizzato dall’intergruppo parlamentare sull’innovazione tecnologica ha cercato di ribaltare il punto, provando a verificare un’ipotesi positiva: e se gli italiani che vanno a lavorare, vivere e studiare all’estero fossero di per sé una risorsa, senza doverli per forza trattenere? Tra gli organizzatori c’era Gabriele Caramellino, autore di “Italo Globali”, libro edito da Lupetti che cerca di spiegare proprio questo: l’italiano che va all’estero ha un modo che pochi altri hanno di guardare al mondo e alle opportunità che esso offre. “I giovani in particolare – dice Caramellino al Foglio – hanno una mentalità più aperta all’innovazione, sanno per esperienza che la dimensione locale non è più sufficiente a racchiudere la complessità del mondo di oggi”. Complessità che vogliono assaggiare, provare. “Vivono in un mondo connesso, in continua comunicazione, a differenza di certe istituzioni non considerano la vita a compartimenti stagni”.

 

Filippo Addarii ha lasciato l’Italia qualche tempo fa, a 29 anni. Oggi vive a Londra dove ha fondato e dirige la società di consulenza di affari PlusValue. Al Foglio si dice preoccupato del fatto che “l’Italia non riconosca le capacità di tutte queste persone che rappresentano le forze più dinamiche del paese e che, soprattutto i millennial, non hanno più alcun vincolo sentimentale con il paese d’origine”. I nuovi italiani, sono cittadini globali, “il paese deve smetterla con la retorica vetusta dei cervelli in fuga e del ritorno in patria. I cervelli si connettono, non si controllano”. Occorre dare strumenti nuovi ai giovani italiani, per poi mandarli nel mondo senza paura di perderli. Nel contempo aprirsi al mercato globale, puntando sull’innovazione: prima o poi torneranno. E se non lo faranno ne arriveranno altri, altrettanto validi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi