Il terremoto colposo non sussiste

Bertolaso assolto sull’Aquila, ma il linciaggio ai suoi danni è prescritto.
Il terremoto colposo non sussiste

Guido Bertolaso (foto LaPresse)

Guido Bertolaso è stato assolto “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni. L’accusa si basava sulle comunicazioni della Protezione civile che non avrebbe previsto il terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. A suo tempo il clamore mediatico era stato immenso: nella ricerca di responsabilità per un evento naturale che non può essere previsto furono accusati tutti, dagli esperti di sismografia ai membri della Commissione grandi rischi. Alcuni erano stati condannati in primo grado a pene pesantissime, poi annullate nei gradi successivi del procedimento. Anche nel processo in cui era imputato, per Bertolaso l’accusa aveva chiesto una condanna a tre anni di reclusione, ma l’imputato, invece di puntare sulla prescrizione che sarebbe scaduta tra pochi giorni, ha rinunciato all’escussione di testi a favore per rendere possibile che si arrivasse a una sentenza di merito, che gli è stata favorevole.

 

 

E’ l’occasione per ricordare il clima di caccia alle streghe che caratterizzò le iniziative giudiziarie sul terremoto, il fango che fu gettato a piene mani contro la Protezione civile, le manifestazioni in cui si strumentalizzava cinicamente il dolore dei parenti delle vittime per rendere il clima ancora più rovente (vedi foto). Tutto il lavoro fatto per soccorrere le vittime e per fornire ai sopravvissuti alloggi in tempi rapidi fu prima ignorato e poi denigrato. Naturalmente all’assoluzione di venerdì non saranno dedicate le prime pagine dei giornali, dove invece campeggiarono per giorni e giorni le accuse, che solo ora, ma dopo sette anni, si sono dimostrate infondate. La stessa formula della sentenza, “il fatto non sussiste”, non si limita a chiarire che Bertolaso non ha avuto responsabilità, ma che il terremoto non è stato un “omicidio plurimo”, ma una catastrofe naturale. Questo rende ancora più netto il giudizio su un accanimento giudiziario (la Procura generale ha respinto per tre volte la richiesta di archiviazione) che trova origine solo in una volontà distorta, in una campagna mediatica che ha sfruttato l’emozione e il dolore per farne uno strumento dello strapotere di una magistratura giustizialista, per questa volta sconfitta, e dei suoi tanti corifei.  

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