Tutta la vita che c’è in chi si fa accompagnare a morire senza eutanasia

Gli hospice e le scoperte fatte dentro a un corpo malato. Dove persone adulte già decise a farla finita, rinunciano a diventare una procedura svizzera da sbrigare in fretta e bene, e grazie a tutto il personale compiono l’ultimo pezzo di un percorso duro e doloroso ma inaspettatamente soddisfacente, felice, appagante.
Tutta la vita che c’è in chi si fa accompagnare a morire senza eutanasia

foto Surian Soosay via Flickr

Fatto 1. L’eutanasia sarà forse un diritto (molto forse), sarà forse dolce (moltissimo forse), ma di sicuro non è bella, lo dicono serenamente anche i suoi sostenitori.

 

Fatto 2. Dalla battaglia pro/contro eutanasia non uscirà vivo nessuno: non sarà uno stormo di procedure a salvarci, perché – si sa, da un paio di millenni almeno – la legge uccide. L’iperpotenza benedetta della medicina ogni santo giorno ci porta su aree incredibilmente complicate e del tutto insospettate sino all’altro ieri, la zona di fine vita sarà sempre più difficile da normare, e nessuna legge potrà sostituire il dispositivo terapeutico essenziale che rende la medicina un’arte che cura, cioè l’alleanza tra medico e paziente. Ogni legge che non nutra questa alleanza, uccide.

 

Fatto 3. Nell’occidente, sofferenza e morte non esistono, si vive come esseri immortali e quando arriva la mazzata che ci sveglia e dice che la vita sta per finire, allora la scelta logica è tagliare corto e buonanotte ai suonatori. Di solito, questo si pensa prima che succeda qualcosa di brutto, ma poi il qualcosa di brutto succede e spesso vengono fuori strane scoperte: “Se ti dicono che hai 5 anni di vita cosa fai? Per cinque Natali consecutivi a mia madre hanno dato pochi giorni di vita, poi quei giorni sono diventati anni e pure belli”. Claudia Tosi, regista tosta del documentario “The Perfect Circle”, che racconta la vita (sic) di due malati e i loro coniugi in un hospice (non è cattolica: ha presentato il documentario alla Camera con l’associazione Coscioni), nelle sue interviste fa sentire fortissima la sorpresa di aver trovato qualcosa di inaspettato, di cui bisogna parlare. Parrucchiere, pranzi in famiglia, chiacchiere in giardino: “Ci siamo divertite. Non eravamo ‘poverine’: ci siamo godute ogni secondo, amandoci molto, senza pensare alla morte. Prendersi cura di chi ha una malattia inguaribile è dolorosissimo, faticosissimo e provoca sentimenti contrastanti dei quali non sempre sei orgoglioso. Alla fine, però, ho ricordi bellissimi”. Il film non è riuscitissimo – fallisce quando cerca di spiegarsi tutto quel mistero con un panteismo insipido tipo siamo acqua all’85 per cento e quando si muore si torna in circolo (un po’ troppo asciuttina, come metafora), ma riesce quando guarda quel mistero senza invadere, con-vivendo tutti i momenti – ma chissenefrega, Claudia ha guardato dentro l’hospice per abbattere il muro di un pregiudizio: “Non si va lì per morire ma per avere la possibilità di riprendere a vivere quando sai che stai per morire.”

 

Dentro il corpo malato, dentro il dolore tuo e dei tuoi, dentro la morte, si possono fare strane scoperte. Solo che non se ne parla. Chi vive fino in fondo tutta la vita, fino alla morte, e chi li accompagna, sono uno scandalo che non si vuole guardare: alla larga dai morenti! alla larga!

 

Questo sì che è un vero peccato, perché succedono cose interessanti, che ci fanno fare un’esperienza e – guarda un po’ la stranezza della vita – ci fanno pure cambiare idea. Dire che la vita è sacra, ok, va benissimo, ma oggi è un termine che non rileva: per l’orecchio moderno, è come se saltasse l’audio, non si sente, non c’è campo. Come fare allora per collaborare al bene dell’uomo? Se si hanno argomenti, bisogna portare la sfida sul campo dell’esperienza: la vita è bella sempre, o no? (Non sembra anche a voi che solo a ipotizzarlo faccia già spavento?) Eppure il mondo è strapieno di promesse mantenute. Marco Maltoni è direttore Cure palliative Ausl a Forlì, si occupa di due hospice a Forlimpopoli e Dovadola: il lavoro che svolge col suo team è costruire “luoghi di vita nuova (sic, ndr) dove in alternativa all’eutanasia si proponga l’assistenza palliativa globale come una strada più possibile, più comprensiva, più totale”.

 

Varrebbe davvero la pena farsi un giro in questi hospice dove persone adulte già decise a farla finita, rinunciano a diventare una procedura svizzera da sbrigare in fretta e bene, e grazie all’accompagnamento di tutto il personale compiono l’ultimo pezzo di un percorso duro e doloroso, gonfio di tremenda maestà, ma inaspettatamente soddisfacente, felice, appagante.
Dice una paziente: “Qui ho vissuto delle emozioni così grandi, paragonabili solo alla nascita dei miei figli. Sto per morire ma sono felice. Uno pensa che io sia matta, ma forse sono vissuta per vivere una gioia così”. Se questa è la promessa, varrebbe la pena andare a scoprire la vita che ci scoppia dentro, no? E sono centinaia le storie come questa, tutte pazzesche (felice è una parola che ricorre, sorrisi, risate… tutta roba che non dovrebbe stare lì, eppure c’è). Il contributo che si può dare al bene dell’uomo è un’alternativa concreta, discreta, totale che risponda alla domanda di dignità che urla e canta 24/7 quando sei alla fine: ci sono luoghi dove questa dignità è protetta, sostenuta, curata, addirittura eccitata. In questo meraviglioso cambio d’epoca, le alternative si possono proporre solo facendo vivere e vedere la vita che fanno fiorire, come per esempio questi hospice. Bisogna raccontarli, farli conoscere. Così che qualcuno, davanti alla sua morte, possa almeno considerare l’alternativa e magari dire: “Sai che c’è? Non ho più voglia di morire in Svizzera, portatemi a Forlimpopoli.”

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