Come ti narro il Campo Dall'Orto

Narrazioni. Al plurale. La nuova fiction Rai (o sarà un reality?) “Campo Dall’Orto nel mirino” ha molte trame e molti possibili finali aperti. Dipende appunto da chi, e come, conduce la narrazione. Si può raccontare una prima storia. Quella dell’ex manager privato da un milione di euro.
Come ti narro il Campo Dall'Orto

Antonio Campo dall'Orto, dg della Rai (foto LaPresse)

Milano. Narrazioni. Al plurale. La nuova fiction Rai (o sarà un reality?) “Campo Dall’Orto nel mirino” ha molte trame e molti possibili finali aperti. Dipende appunto da chi, e come, conduce la narrazione. Si può raccontare una prima storia. Quella dell’ex manager privato da un milione di euro, uno dei più bravi sul mercato televisivo, l’uomo che inventò Mtv e cambiò look e mission a La7, che un anno fa ha accettato di diventare per seicentocinquantamila euro all’anno, e adesso glieli vogliono pure dimezzare, il direttore generale della Rai del nuovo corso di Matteo Renzi. Per “trasformare la Rai da broadcast a media company” (lo disse al Foglio), per “lasciare un segno nel futuro della Rai rigenerando la capacità creativa dell’azienda” (lo disse a Paolo Mieli).

 

Soprattutto, per riportare la Rai a essere la macchina narrativa dell’Italia che va, che riparte, come lo era stata nei decenni del boom. Non un organo di propaganda, questo no, ma nemmeno l’organo del Partito Rai, da trent’anni l’opposizione dei malmostosi. Stipendio straguadagnato, a riuscire nell’impresa. Dopo un anno, il racconto della Rai di Antonio Campo Dall’Orto ha qualche buco di sceneggiatura (ma chi non ne ha?) che, improvvisamente, tutti i critici hanno preso a segnalare. L’audience di “Politics”, gli stipendi dei manager finiti nel mirino di Raffaele Cantone, qualche gaffe comunicativa di troppo (la bestemmia di Capodanno, il putiferio malgestito dell’intervista al figlio di Riina: con Carlo Verdelli, che difese Vespa, lasciato da allora molto solo), le nomine dei direttori normalmente politiche, ma troppo politiche per un dg ingaggiato con l’incarico di togliere la politica. Lillo e Greg cacciati dalla radio dal nuovo direttore artistico Carlo Conti, e ripescati dalla finestra a furor di popolo. Soprattutto, pur con qualche bel successo di ascolti e di nuova programmazione, l’aria di un ritorno al passato che contraddice l’essenza della tv che CDO era venuto a incarnare: Michele Santoro, Pippo Baudo, gli speciali con Renato Zero e su Mina. Target non proprio da millennials. Ma basta questo racconto per giustificare la freddezza, diciamo, con cui Michele Anzaldi, deputato Pd e segretario della commissione di Vigilanza, parla oggi di lui? E la sensazione di assedio che improvvisamente lo circonda?

 

Poi c’è una narrazione di nemici. Ieri il Tribunale del Lavoro ha condannato l’azienda (su denuncia di Stampa romana e dell’Usigrai) per comportamento antisindacale in relazione al contratto stipulato da Gianluca Semprini per “Politics”. Poi c’è l’affondo di Cantone: e il tema della “trasparenza” è l’altra faccia, contraddittoria, del renzismo. Poi ci sono resistenze interne, evidenti. Non è ancora riuscito a mettere mano sulla governance di strutture fondamentali come Rai Cinema e Rai Fiction, 450 milioni di capacità di spesa annua, veri bastioni cultural-ideologici (molto più dei tg) su cui intervenire, casomai si volesse “cambiare segno” alla narrazione.

 

Corridoi labirintici, dentro la Rai. La cosa evidente è forse questa: CDO sta facendo esplodere una grande contraddizione interna. Da un lato, è arrivato come incarnazione di una legge di riforma Rai che ha trasformato il dg in un ad, l’uomo solo al comando, e che intende cancellare quell’“apparato di mediazione” che tradizionalmente regge il servizio pubblico in nome della “legge dell’invarianza” come la definisce acutamente Carlo Freccero. Per riformare l’azienda, è il mantra renziano, serve un Marchionne della tv. Ma questo “tutto il potere al dg” ha scatenato la resistenza non solo dei partiti che si sentono sottorappresentati alla gran tavola Rai, ma soprattutto della tecnostruttura e del mitico Partito Rai. Che non è tanto la sinistra Pd, ma soprattutto ex democristiano, ex margheritino (che poi è la provenienza di Anzaldi), più enricolettiano e franceschiniano che dalemiano. Un partito più vocato all’“apparato di mediazione” che al renzismo muscolare. E che, dall’interno (struttura, sindacato) e dall’esterno (Antonello Giacomelli, sottosegretario dello Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, renzian-franceschiniano, ha speso parole positive per l’azione di Cantone, che però rischia di essere una mannaia sulla Rai) sfrutta le mancanze di CDO e il tema trasparenza per frenare l’uomo solo al comando. Infine la narrazione di Renzi. In questo momento difendere la “sua” Rai della riforma e il suo dg, che pure gli ha garantito le nomine chiave, non è facile. Più che “Un uomo nel mirino”, il titolo sarebbe: “Il fuggitivo”.

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