Ma quanto ci costa la giustizia che non funziona? Parla Nordio

Secondo il procuratore aggiunto a Venezia, “un impegno imprenditoriale che comporti il rischio di una qualsiasi conflittualità scoraggia qualsiasi proposito. E sapendo quanto il nostro paese potrebbe offrire in termini di competenze e capacità, la frustrazione è grande”.
Ma quanto ci costa la giustizia che non funziona? Parla Nordio

(foto LaPresse)

Come creare un ambiente pro-business in Italia? A Villa d’Este, sede del rituale Forum Ambrosetti, la domanda delle domande è affrontata attraverso l’analisi di due “nodi prioritari”: performance del sistema giustizia e lotta alla corruzione. “La durata eccessiva dei processi e il fenomeno della corruzione”, si legge nel rapporto curato dal gruppo di lavoro The European House-Ambrosetti, “rappresentano dei freni allo sviluppo economico e producono una riduzione della capacità attrattiva e competitiva del paese”. Alla ricerca, frutto di un percorso di confronto con la business community e gli stakeholder politico-istituzionali, hanno contribuito il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini e diversi magistrati, da Raffaele Cantone e Piercamillo Davigo, da Gherardo Colombo a Roberto Garofoli, da Mario Barbuto a Carlo Nordio.

 

Secondo i dati Ocse l’Italia si posiziona ultima tra tutti i paesi europei per durata media dei procedimenti civili. Il tempo medio per la conclusione di un procedimento nei tre gradi di giudizio è quasi 8 anni (2866 giorni), contro una media di 788 giorni nei paesi Ocse e un minimo di 368 in Svizzera. Se si considera la classifica Doing Business 2016 della Banca Mondiale, si scopre che alla voce “applicazione dei contratti” il nostro paese, con una media di 1.120 giorni per riscuotere un credito commerciale (circa 3 anni), si posiziona dietro agli altri stati membri europei (eccezion fatta per Grecia e Slovenia). 1.120 giorni è un valore quasi triplo rispetto a Francia (395), Germania (429) e Regno Unito (437). La giustizia inefficiente impatta negativamente sulla struttura dei costi delle imprese (per via dei maggiori oneri collegati a lentezza ed esborsi di natura legale), sull’allocazione e sul costo del credito (se il tribunale è lento, la sanzione è rinviata, e ciò incentiva comportamenti opportunistici da parte di cittadini e imprese), sulla vita stessa dell’impresa. La dimensione di un player economico, la capacità di entrare nel mercato e competere, la volontà di investire sono correlati negativamente alle inefficienze della giustizia.

 

Negli ultimi dieci anni gli investimenti esteri diretti in Italia, in percentuale sul pil, sono stati in media un terzo rispetto a quelli dei principali competitor europei. Citando Mario Draghi, il rapporto stima che i costi della giustizia che non funziona siano pari a oltre l’1 per cento del pil (22 miliardi di euro, per l’esattezza l’1,3 per cento del reddito nazionale). Ma allora, viene da chiedersi, perché un investitore dovrebbe puntare sull’Italia? Secondo Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia, “un impegno imprenditoriale che comporti il rischio di una qualsiasi conflittualità – dai ricorsi amministrativi alle cause di lavoro alle riscossioni di crediti – scoraggia qualsiasi proposito. E sapendo quanto il nostro paese potrebbe offrire in termini di competenze e capacità, la frustrazione è grande”.

 

Oltre che inefficiente, la giustizia italiana è a macchia di leopardo. I 139 tribunali mostrano risultati assai variabili per quanto riguarda numero di procedimenti e durata media. La quota di procedimenti ultratriennali varia dal 3,6 per cento del tribunale di Lanciano a un massimo del 57,6 per cento a Lamezia Terme. Il divario nord-sud vale fino a un certo punto: esistono eccellenze a Lanciano, provincia di Chieti, e a Marsala, nel trapanese. Il tribunale siciliano ha applicato il cosiddetto “metodo Strasburgo”, inaugurato a Torino dall’allora presidente del tribunale Mario Barbuto: la regola si chiama Fifo (First in, first out), la precedenza spetta ai fascicoli risalenti nel tempo, solo successivamente si affrontano quelli più recenti. Nel nostro paese circa il 27 per cento di tutte le pendenze riguarda procedimenti ultratriennali, ben oltre i “tempi ragionevoli” ex lege Pinto. “Questa pratica – si legge nel rapporto con riferimento al metodo Fifo – non sembra ad oggi essere adottata nella maggioranza dei tribunali italiani”.

 

Pur riconoscendo il primato nazionale nella produttività dei giudici, il rapporto individua “nella capacità di organizzare il lavoro uno dei punti deboli del sistema giustizia”. Un buon magistrato non è per forza un buon dirigente, per questo servirebbero corsi di formazione da estendere a tutti gli operatori del diritto, a ogni livello di anzianità. “Oggi”, prosegue Nordio, “si stanno introducendo criteri manageriali con qualche buon risultato. Tuttavia, anche aumentando al massimo la produttività degli uffici, accrescendo, poniamo, il numero dei provvedimenti di un 20 per cento, la situazione resterebbe critica a causa della mole di arretrato. Occorre adeguare i mezzi, cioè le risorse, ai fini, cioè all’entità del contenzioso. Questo si può ottenere o aumentando le prime o diminuendo il secondo. Per esempio, nel penale, introducendo la discrezionalità dell’azione penale. Ma le resistenze sono molte”.

 

La ricerca evidenzia il miglioramento conseguito all’affermazione del processo civile telematico (dal luglio 2015 a giugno 2016 avvocati e altri professionisti hanno eseguito quasi 7,5 milioni di depositi telematici, cui si sommano oltre 4 milioni di atti depositati dai magistrati). Un punto positivo è pure la creazione dei tribunali delle imprese, per cui si prevede un’estensione delle competenze alle controversie commerciali e industriali: in media, tra il 2012 e il 2015, il 72 per cento delle dispute aziendali è arrivato a risoluzione entro un anno. Quanto alla corruzione, l’Italia guadagna otto posizioni nell’indice di Transparency International ma rimane sessantunesima per livello di corruzione percepita. Nordio, pm della Tangentopoli del ’92 e dell’inchiesta Mose, invoca la riforma del reato di induzione indebita introdotto dal governo Monti: “La corruzione ha assunto nel tempo un carattere sistemico, gelatinoso, in cui è sempre più difficile distinguere il corrotto dal corruttore. Nell’induzione indebita corrotto e corruttore sono entrambi colpevoli e punibili. Pertanto nessuno dei due ha interesse a riferire al magistrato.

 

Per scardinare questa coincidenza di interessi va incriminato soltanto colui che riceve, il corrotto. Il corruttore non avrebbe neppure l’esigenza di un avvocato, sarebbe incriminato solo per reticenza se tace o non dice la verità”. Il rapporto del Forum Ambrosetti tocca pure la questione della domanda di giustizia, l’eccesso di litigiosità, i troppi ricorsi in Cassazione (il 64,2 per cento di quelli definiti lo scorso anno sono stati dichiarati inammissibili), il numero abnorme di avvocati… l’Italia ha quasi un quarto di tutti gli avvocati dell’Ue, nella città di Roma tanti legali quanti quelli della Francia intera. Un paese di azzeccagarbugli, dottor Pettola e dottor Duplica, con una certezza soltanto: la Babele giustizia.

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