Il sisma tra fato e santi patroni

Quella colpita il 24 agosto è un’Italia delle famiglie abituata da generazioni ad aiutarsi a convivere con la terra che trema. La ricerca del colpevole a ogni costo non può non tenere conto di tutta quella storia – di Nicoletta Tiliacos
Il sisma tra fato e santi patroni

I danni del sisma ad Amatrice (foto LaPresse)

Arquata del Tronto. E’ ancora lì, apparentemente intatta e in piedi, l’antica casa abbandonata di cui noi, arquatani oriundi o effettivi, dicevamo in continuazione che prima o poi sarebbe crollata in testa a qualcuno, se i frammentati e indifferenti proprietari non avessero fatto qualcosa. E’ ancora lì, dopo il terremoto di magnitudo 6 del 24 agosto scorso nell’Italia centrale, così come altre case fatiscenti o semplicemente molto vecchie di Arquata, certamente mai risanate secondo moderni criteri antisismici. Oppure naturalmente antisismiche, grazie a un’arcaica e perduta cultura delle costruzioni che si è sviluppata nel corso di secoli in questa parte del Piceno sovrastata dal maestoso monte Vettore, dove la terra balla da sempre. Sono totalmente o gravemente distrutte, invece, le abitazioni poste ai lati estremi del grande corpo di edifici affacciati sulla piazza e appoggiati ai lati del campanile. Che è rimasto in piedi, con l’immensa campana che appare come fissata nell’assurdo fotogramma di uno scampanìo silenzioso. Ora qualcuno dice che quel campanile, oscillando con la scossa tellurica, ha moltiplicato e scaricato l’urto del sisma sui punti estremi della fila di edifici, provocando lì i crolli più rovinosi e assassini. Quel qualcuno sostiene che probabilmente a causa di questo, in case pur consolidate poco tempo fa, sono morti la piccola Marisol, l’ottantaseienne Giulia e suo figlio Stefano, sessantun anni. E’ invece vivo per puro miracolo Rocco, che alle tre e trentasei del 24 agosto dormiva nella casa posta all’estremità opposta del gruppo di abitazioni a fianco del campanile. Lo ha protetto il suo letto: dopo un volo di decine di metri, con tutta la casa che veniva giù, quel letto ha creato incredibilmente lo spazio dove a Rocco, contuso ma vivo, è stato possibile respirare in attesa dell’arrivo dei soccorsi.

 

Pensieri febbrili, desolati, a volte deliranti, continuano a terremotare il cuore e la ragione dei sopravvissuti, dopo ciò che è accaduto ad Amatrice, ad Arquata, a Pescara del Tronto, ad Accumoli. Ti viene in mente, chissà perché, che sulla grande lapide dedicata ai caduti della Grande guerra, posta sulla facciata di quello stesso campanile che domina la piazza di Arquata, sono incisi i cognomi di tanti dei morti della notte del 24 agosto.

 

Ricordi anche la vecchia arquatana che, quando da bambini ci capitava di sentire il sussulto della terra, ci diceva che non dovevamo aver paura del terremoto, “perché a noi ci protegge sant’Emidio”. Si racconta ancora, a riprova della fede della gente del Piceno nel patrono d’Ascoli, di una donna sopravvissuta al terremoto di Avezzano del 1915 (che fece trentamila morti), e che fu estratta viva dalle macerie mentre gridava: “Sono ascolana! Sono ascolana!”.

 

Sembra di sentire i commenti: baggianate da preti di paese, superstizioni da beghine illetterate. Eppure, noi che veniamo da lì, sappiamo che il bello e il buono che quei luoghi rappresentano da millenni è una sola cosa con la fede e le tradizioni delle sue popolazioni, con l’attaccamento tenace, coltivato famiglia per famiglia e trasmesso senza interruzione, a una terra incantatrice, alle sue piccole e grandi chiese, alle feste popolari e alle usanze che non finiscono mai, nemmeno nelle giovanissime generazioni, di rinfocolare l’orgoglio di essere “di lì”. In un bel pezzo dedicato su Repubblica a quei luoghi, di cui era originario anche suo nonno, la scrittrice Melania Mazzucco ha parlato (con una singolare e imbarazzata acrobazia verbale) della “verticalità del rapporto tra generazioni” che in questa parte di Appennino, così come altrove in Italia, funziona bene ed è una ricchezza specifica da non disperdere. Sarebbe stato più semplice e più vero dire che quella è l’Italia delle famiglie. Famiglie in cui lo sguardo di ognuno è rivolto insieme al passato e al futuro, dove ancora ha un senso l’idea di cura reciproca e di cura delle tradizioni. Ci siamo stupiti e rallegrati tutti, sulla piazza di Arquata – pochissimi giorni prima del sisma si festeggiava il santo protettore, san Salvatore, che poi è Gesù Cristo – nel vedere due bambini, non più di sei e otto anni, partecipare come sbandieratori alla rievocazione storica in costume medievale. Nipoti di un arquatano, sono i più giovani allievi della scuola degli sbandieratori di Ascoli, città di una Quintana famosa in tutto il mondo, e mostrano già una perizia consumata e una passione commovente per quel che fanno. Che prezzo ha, una cosa del genere?  

 

Ora è arrivato, com’era prevedibile, il tempo della ricerca dei colpevoli. Sindaci, amministratori, costruttori, geometri, architetti, governi ladri… Un filone inevitabile, mediaticamente fruttuoso, che promette di fiorire alla grande nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Mi è capitato perfino di sentir dire che in una zona così sismica sarebbe stato doveroso imporre ai residenti di provvedere alle necessarie messe in sicurezza. Altrimenti, tutti via. Sorrido per non piangere, all’idea della donna di ottantadue anni che vive a Borgo di Arquata in un convento del 1200, trasformato in case di abitazione dopo l’Unità d’Italia. Una di quelle case l’aveva comprata suo nonno a fine Ottocento, lì quella donna è nata e lì ha vissuto negli ultimi vent’anni, dopo averne passati quaranta in Svizzera, a Berna, a lavorare come sarta delle riparazioni in un grande negozio di abbigliamento. E’ la sua unica casa. Molto amata, molto curata e costantemente risistemata per quel che consentono i suoi modesti mezzi (un altro pensiero di questi giorni: l’attenzione assoluta delle donne di quelle parti alla pulizia, al decoro, alla piccola bellezza quotidiana, e l’offesa terribile della distruzione). E comunque ora quella donna è sfollata ma la sua antica casa è lì, danneggiata ma ancora in piedi.

 

Non sono in grado di giudicare se davvero i centocinquantamila euro a disposizione fossero sufficienti a rendere efficacemente antisismico un edificio come la scuola di Amatrice, della quale tutti parlano come della pietra dello scandalo. Forse no, e allora qualcuno pagherà leggerezze, pastrocchi poco trasparenti, vendita di illusioni di sicurezza a buon mercato, ed è giusto che sia così. Ma disprezzare e ritenere irragionevole, escludendola del tutto, l’idea che nella tragedia giochi una parte principale ciò che gli antichi chiamavano fato, o fatalità, o furia incoercibile della terra, appare ai miei occhi, per quello che ho potuto vivere di persona, molto più insensato e superstizioso della fede nella protezione del santo patrono.

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