Terremoto e populismo fiscale

Il drammatico terremoto del centro Italia ci ha fatto scoprire tra le altre cose uno dei vulnus del nostro sistema fiscale: a oggi, solo le abitazioni principali beneficiano di un’agevolazione per le spese di consolidamento antisismico.
Terremoto e populismo fiscale

Vigili del Fuoco in azione ad Amatrice (foto LaPresse)

Il drammatico terremoto del centro Italia ci ha fatto scoprire tra le altre cose uno dei vulnus del nostro sistema fiscale: a oggi, solo le abitazioni principali beneficiano di un’agevolazione per le spese di consolidamento antisismico. Sono escluse le “seconde case”, cui appartenevano molti degli immobili distrutti dal sisma ad Amatrice e nelle altre località colpite. Giochiamo con la fantasia e immaginiamo che, nel dicembre del 2015, un oscuro parlamentare avesse presentato un emendamento alla legge di Stabilità per estendere il bonus fiscale anche alle seconde case. Ci sarebbe stata la levata di scudi contro quello che voleva premiare i ricchi: “Che se le paghino da soli le spese per mettere in sicurezza le loro ville al mare!”. Già, perché quando nel dibattito politico si parla di seconde case, si finisce sempre per dipingerle come residenze lussuose o comunque agiate e non – come spesso sono – le casette che i genitori lasciano ai figli nei paesi e nei borghi dell’entroterra. Amatrice inclusa. La demagogia contro la ricchezza è da sempre foriera di norme ipocrite e inefficienti che, allo scopo di far piangere i ricchi, piegano la razionalità e il buon senso, finendo per avere effetti collaterali e conseguenze nefaste.

 

Un altro esempio? Anni di retorica contro le “rendite finanziarie” hanno portato la tassazione sui rendimenti del risparmio dal 12,5 per cento al 20 e poi al 26 per cento. Uno pensa: “Colpiscono i grandi patrimoni!”. E invece la gran parte del gettito deriva dall’aggravio subìto dai conti correnti bancari, conti deposito, polizze vita, quote di fondi comuni, obbligazioni e azioni detenute da milioni di famiglie italiane. E non si dimentichi l’imposta di bollo sul risparmio, una piccola subdola patrimoniale che i veri ricchi pagano e dimenticano un secondo dopo, ma che i meno ricchi patiscono molto di più: chi possiede titoli per 10 mila euro è sottoposto ad aliquote identiche a chi amministra un portafoglio milionario di attività. Una delle caratteristiche del nostro tempo è l’elevata mobilità: i ricchi possono migrare più rapidamente dei poveri, portandosi con sé la propria fortuna. Chi non ricorda la tassa sugli yacht? La sua introduzione nel 2012 fece la fortuna dei porti turistici della Costa Azzurra, della Slovenia e della Croazia, dove trovarono riparo dal fisco rapace migliaia di barche italiane e straniere prima ormeggiate sulla nostra costa. Per fortuna è stata abolita. L’Italia non è peraltro l’unico paese europeo affetto da illusioni anti ricchezza: ispirato dalle idee di Thomas Piketty, nel 2012 François Hollande introdusse la famigerata aliquota del 75 per cento sui redditi superiori al milione di euro. Molti ricorderanno la fuga in Belgio di Gérard Depardieu o la rivolta del re del lusso Bernard Arnault, che indussero il governo francese a un inglorioso dietrofront.

 

D’altronde, inasprire la tassazione sul lusso provoca la distruzione del mercato del lusso stesso (di cui l’Italia è un produttore importante, peraltro). Il famigerato superbollo auto, introdotto nel 2011 dal governo Berlusconi e poi inasprito da Monti, è un’addizionale erariale a carico dei possessori di autovetture con potenza superiore a 185kW. Non solo non ha prodotto l’aumento sperato del gettito, ma ha provocato un calo significativo delle immatricolazioni, una conseguente riduzione delle entrate complessive (tra Iva, bollo e addizionali varie) e un aumento delle registrazioni all’estero. Lo schema si è ripetuto con l’abolizione dell’esenzione dal pagamento del bollo delle auto d’epoca: nel solo 2015, per dirne una, l’Automotoclub storico italiano ha perso 50 mila dei suoi 214 mila soci, che preferiscono vendere all’estero e registrare fuori confine il veicolo. Il maggior gettito si è ridotto a qualche briciola. Morale della favola: non è che sarebbe meglio, proprio allo scopo di finanziarie lo stato e le sue politiche di welfare e di redistribuzione, immaginare un sistema fiscale neutrale, che tassi ognuno secondo le proprie possibilità, ma senza tare ideologiche e forme di accanimento di classe?

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