I terremoti (e i rimedi) degli altri

Il Giappone su tutti, e poi la California, il Cile, la Cina. Perché prevedere un sisma è impossibile, ma limitarne i danni è una scienza esatta
I terremoti (e i rimedi) degli altri

In Cile un gruppo di persone cammina su un ponte percorso da una crepa causata dal terremoto del 2014

Dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia, sui media italiani sono comparse considerazioni come questa di Oscar Giannino: «Oltre al dolore per le vittime e alla solidarietà per tutti i colpiti, la prima reazione è quella dell’insofferenza, nel pensare che Paesi del mondo interessati da analoghi rischi tellurici da decenni hanno messo in atto una vera rivoluzione nell’edilizia, mentre da noi ci si continua ad affidare al fato» [1].

 

Ancora Giannino: «Un esempio di quanto amara possa essere la conseguenza del nostro incredibile atteggiamento nazionale: tra il 14 e il 16 aprile scorso la prefettura di Kumamoto in Giappone è stata colpita da un terrificante sciame di scosse telluriche, oltre mille, con le due punte massime a 6,2 e 7 di magnitudo. L’area interessata dal sisma ha oltre due milioni di abitanti, di cui 800mila nel solo capoluogo Kumamoto. Eppure le vittime furono solo 49» [1].

 

È innegabile che ci siano Paesi ad alto rischio sismico – come appunto il Giappone, gli Stati Uniti, la Cina o l’Iran – che hanno saputo organizzare e strutturare negli anni un programma di prevenzione che permette di limitare i danni o comunque affrontare nel miglior modo possibile eventi che, è bene ribadirlo, non sono in nessun modo prevedibili. Il punto è: l’Italia può imitarli? [2].

 

Marine Denolle, sismologa dell’università di Harvard, ha spiegato a Elena Dusi: «Previsione, nel nostro campo, è ancora una parola tabù. Immaginiamo di avere un bicchiere pieno d’acqua fino all’orlo e di aggiungere altra acqua, una goccia alla volta. Come facciamo a prevedere quale goccia farà tracimare il bicchiere? Con i terremoti il discorso è simile. Le forze e gli stress in azione sulle faglie sono altissimi, ma basta una piccola alterazione per scatenare una scossa. I segnali che potrebbero essere interpretati come precursori sono rari. E vengono puntualmente osservati solo dopo il terremoto» [2].

 

Al momento conosciamo quali sono le faglie attive e questo ci permette di dire dove si concentra il rischio sismico. Ancora la sismologa Denolle: «Con il tempo stiamo diventando sempre più bravi a determinare quanto – se mai colpirà – un terremoto potrà essere forte. Alcune aree come Los Angeles e Tokyo sono studiate benissimo, e da decenni. Lì siamo in grado di determinare la violenza di un’eventuale scossa molto meglio rispetto ad altre zone. Ma siamo sempre lontani dal livello di precisione desiderato» [2].

 

Il Giappone – che si trova sulla cosiddetta “cintura di fuoco”, la catena di vulcani e linee di faglia che si incrociano sul bacino dell’Oceano Pacifico – è un paese in cui si registrano fino a duemila terremoti l’anno, e ha città densamente popolate. La combinazione di questi due elementi fa sì che migliaia di persone rischino di perdere la vita per una catastrofe che potrebbe arrivare in qualsiasi momento [3].

 

Un terremoto di magnitudo 7 direttamente sotto l’area metropolitana di Tokyo, la metropoli più grande al mondo, è uno «scenario altamente imminente» che potrebbe uccidere 23mila persone, stando al rapporto sulla gestione delle catastrofi in Giappone nel 2015 dell’ufficio di gabinetto nipponico [3].

 

Il governo metropolitano di Tokyo qualche mese fa ha pubblicato un manuale di trecento pagine per preparare i suoi 36 milioni di abitanti alla catastrofe. Giulia Pompili: «Tutti i nuovi edifici sono costruiti secondo rigorosissime regole antisismiche. Ma un terremoto del nono grado sulla scala Richter, secondo un paper dell’ufficio di gestione dei disastri del governo, se colpisse Tokyo potrebbe fare ventitremila vittime e oltre 850 miliardi di dollari di danni. Prepararsi al peggio è sempre meglio di niente: nel manuale ci sono i consigli di Mamoru, un pupazzetto che spiega tutto, da come comunicare senza la rete cellulare a come depurare l’acqua e creare un water dal nulla. Tutti i giapponesi hanno uno zainetto sempre pronto per l’evenienza, con ciò che serve per resistere fino all’arrivo dei soccorsi. È sopravvivenza» [4].

 

Nella manovra di stimoli fiscali approvata mercoledì scorso dal governo giapponese – un budget addizionale di spesa pubblica da 4.520 miliardi di yen, circa 45 miliardi di dollari – 1.960 miliardi di yen andranno a misure di prevenzione sismica e di rilancio in seguito ai terremoti del marzo 2011 nel Tohoku e dell’aprile di quest’anno nella provincia di Kumamoto [5].

 

Il Giappone è poi all’avanguardia nell’educazione ad affrontare i disastri naturali. Carrer: «Diffusa, capillare e ripetuta fin dalle scuole elementari, con momenti culminanti come le esercitazioni di protezione civile di massa che si tengono ogni primo settembre. È la data-anniversario del grande terremoto del Kanto, che nel 1923 distrusse Tokyo e Yokohama provocando circa 140mila morti (anche in questo caso, non tanto per il crollo delle abitazioni, ma per gli incendi, favoriti dalla coincidenza con l’ora di pranzo). Oggi il primo settembre è il Giorno della Prevenzione dei disastri naturali, finalizzato a non far abbassare la guardia» [5].

 

C’è poi il fattore edilizio. Roberto Giovannini: «In Giappone i codici delle costruzioni sono periodicamente rivisti e aggiornati per tenere conto delle più innovative tecniche antisismiche. Tra queste, sistemi di molle o di cuscinetti che permettono alle strutture di assecondare i movimenti del terreno, e strutture molto elastiche che consentono ai grattacieli grandi ondeggiamenti senza arrivare a rotture strutturali. Ancora, appositi sistemi impediscono che rotture dei cavi elettrici o delle tubazioni del gas generino incendi o altri disastri: treni e metropolitane si arrestano subito» [6].

 

Imitare Tokyo non però così semplice. In Italia si cerca di preservare gli edifici storici e le città antiche, mentre in Giappone – dove da sempre gli edifici residenziali sono basati su materiali leggeri come il legno, che periodicamente per terremoti e guerre vengono distrutti – si preferisce buttar giù e ricostruire. In più, i governi laggiù spendono per ricostruzione, prevenzione e retrofitting antisismico risorse ingentissime, da noi impensabili [6].

 

Non la pensa così però Giannino: «In generale, la convinzione diffusa resta che noi abbiamo centri storici e piccoli paesi che sono il frutto di un’evoluzione bimillenaria, mica possiamo radere al suolo e ricostruire come fanno gli altri. È una convinzione sbagliata. L’alternativa irrazionale è tra radere al suolo e morire sfidando il fato. Quella razionale è tra il mettere finalmente mano a un enorme piano pluriennale di messa in sicurezza del patrimonio esistente sì, anche quello storico, di edifici che hanno uno, due, tre o quattro secoli e di radicale ottemperanza ai criteri antisismici per le costruzioni nuove [1].

 

C’è poi l’esempio della California che ha esperienza di terremoti al di sopra di magnitudo 6 e da decenni aspetta e si prepara per il cosiddetto «Big One». Dopo ogni terremoto gli scienziati della Us Geological Survey monitorano la reazione di edifici e strutture per rivedere e migliorare le norme di costruzione antisismica, racchiuse nello Uniform Building Code, un insieme di standard applicato in molti stati. La California Seismic Safety Commission pubblica a sua volta una guida alla sicurezza terremoto per i proprietari immobiliari. Il libretto deve essere consegnato dal venditore a chi compra una casa costruita prima del 1960 [7].

 

La California, subito dopo il Giappone, ha il sistema di allerta rapida più efficace. La sismologa Marine Denolle spiega però questo sistema è estremamente costoso: «Ci vogliono numerosissimi sensori distribuiti per tutto il paese e algoritmi precisi per interpretare questi segnali e inviare i messaggi di allerta. La California e ancora una volta il Giappone sono i paesi che stanno investendo di più per migliorare questi algoritmi. Ma prima che possano essere considerati sicuri e adottati dalle autorità pubbliche ci vogliono tantissimi test e validazioni. E se la scossa è vicina l’allarme può arrivare solo pochi secondi prima: utile solo fino a un certo punto» [2].

 

Anche la Turchia è un Paese ad alto rischio terremoti. Dopo il sisma di Izmit, che nell’estate del 1999 provocò nella periferia a sud di Istanbul oltre 17mila morti, sono stati avviati maxi-progetti di trasformazione urbana per sostituire o adeguare decine di migliaia di edifici a rischio. Nella metropoli sul Bosforo sono stati negli ultimi anni demoliti interi quartieri considerati a rischio. Fa da contraltare la cementificazione selvaggia che spesso lascia poche vie di fuga [7].

 

A partire dal devastante terremoto del 2003, in Iran norme più severe sono state introdotte per la costruzione di nuovi edifici, soprattutto a Teheran. Per ridurre i rischi nel 2010 il governo ha stabilito una serie di incentivi fiscali per spingere 5 milioni di iraniani a lasciare la capitale. Un’esercitazione su come reagire a una scossa disastrosa si svolge ogni anno in tutte le scuole, negli ospedali e in diversi uffici pubblici. Gli insegnanti, quando affrontano gli esami periodici per passare a livelli superiori di stipendio, devono saper rispondere anche a domande sulla prevenzione antisismica [7].

 

Perché i cileni non corrono quando c’è il terremoto? Roberto Da Rin: «Parrebbe una domanda antropologica. Invece è una questione da porre alla Protezione civile dei Paesi a elevato rischio sismico» [8].

 

Nel 2010, l’anno di un terremoto devastante in Cile, la Bbc dedicò un programma per capire le radici di questo aplomb. I punti chiave sono più o meno gli stessi riscontrati in Giappone: 1) Tutti i cileni sanno, fin da piccoli, che i terremoti saranno una costante della loro vita. 2) Nelle scuole e negli uffici vengono regolarmente simulate le evacuazioni, ordinate e sicure. 3) Gran parte degli edifici sono costruiti con norme antisismiche [8].

 

In Cina fu messo in piedi un vero e proprio piano nazionale per la previsione dei terremoti a metà degli Anni ’60, poi abbandonato definitivamente negli Anni ’90 perché non aveva portato alcun risultato significativo, eccetto che in un caso. Racconta Mario Tozzi: «Nel 1975 decine di microscosse di terremoto avevano convinto i sismologi cinesi che la provincia di Haicheng fosse minacciata da un terremoto: in quell’occasione si tenne conto anche di alcuni pretesi segni premonitori dati dagli animali domestici. Parte della provincia fu sgombrata e il sisma di magnitudo 7,3 Richter, che effettivamente arrivò, rase al suolo metà delle costruzioni. Diverse decine di migliaia di persone furono così salvate dal terremoto e in molti pensarono che i terremoti si sarebbero finalmente potuti prevedere. In realtà morirono comunque oltre 1.000 persone e i feriti furono quasi ventimila. E molto della presunta previsione fu dovuto a circostanze casuali, non sistematiche, circostanze che non si verificarono l’anno successivo, quando, nella regione di Tangshan, un forte sisma di magnitudo 8,3 Richter uccise ufficialmente 230.000 persone, realisticamente forse più di 500.000, il terremoto che in assoluto ha provocato più morti al mondo» [9].

 

Fra un anno nascerà la prima rete di satelliti dedicata allo studio dei terremoti, o meglio, allo studio di quelle correlazioni fra la variazione del flusso di particelle e dei campi elettromagnetici che si verificano nella magnetosfera attorno alla Terra prima e dopo gli eventi sismici. La speranza è di riuscire a prevederli con alcune ore di anticipo. Il progetto prenderà il via il primo agosto 2017 con il lancio del China Seismo-Electromagnetic Satellite. Ne seguirà un secondo nel 2019 e se i risultati saranno incoraggianti – cosa tutta da verificare – ne arriveranno altri fino a formare una costellazione di apparecchi orbitanti capaci di tenere sotto controllo il pianeta [10].

 

Al progetto su satelliti e terromoti stanno lavorando da un lato la China National Space Administration (Cnsa) e la China Earthquake Administration (Cea), dall’altro l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Jaime D’Alessandro: «Nessuno si sbilancia su questo fronte, a Pechino come a Roma mettono le mani avanti. Resta il fatto che in Cina abbiano deciso di investire milioni di dollari nel progetto coinvolgendo l’Italia» [10].

 

(a cura di Luca D’Ammando)

 

Note: Oscar Giannino, Il Messaggero 25/8; [2] Elena Dusi, la Repubblica 25/8; [3] Finbarr Flynn e Katsuyo Kuwako, Bloomberg 2/5; [4] Giulia Pompili, Il Foglio 2/8; [5] Stefano Carrer, Il Sole 24 Ore 26/8; [6] Roberto Giovannini, La Stampa 26/8; [7] Mario Tozzi, La Stampa 28/4/2015; [8] Roberto Da Rin, Il Sole 24 Ore 18/9/2015; [9] Mario Tozzi, La Stampa 26/8; [10] Jaime D’Alessandro, la Repubblica 25/8.

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