C'è il terremoto e tutto cambia. Per poco

Da Ventotene ad Amatrice, Renzi perde un po’ dell’eccessiva ambizione del politico e acquista un po’ del contegno del capo di una famiglia. Il Pagellone di Lanfranco Pace alla settimana politica.

C'è il terremoto e tutto cambia. Per poco

Matteo Renzi visita le zone colpite dal sisma (foto LaPresse)

Boato improvviso, paura, lutti, rovine e tutto cambia. Anche la politica. Renzi non è più il pallido rappresentante di un potere nazionale che si tira su per i capelli tra il vorrei ma non posso di Hollande e il potrei ma non voglio di Merkel che stanno affossando l’Europa (voto 2 al cosiddetto motore franco-tedesco e 3 a chi ha avuto l’idea bislacca di tenere un summit preparatorio di un altro summit a Ventotene dove cominciò un’Europa che però è già finita da un pezzo).  

 

Renzi perde un po’ dell’eccessiva ambizione del politico e acquista un po’ del contegno del capo di una famiglia chiamata a una prova difficile. Dalla portaerei sbarca in una sala operativa dove siedono tanti (troppi) capi struttura dei soccorsi. Ha ragione Bertolaso (voto 10): nelle emergenze i soviet plenari non servono, ci vuole una sola voce che coordini, valuti, smisti, dia ordini.

 

Dunque le insidie per il premier si allontanano, le trappole si allentano. Non è calcolo cinico: i grandi drammi trasformano la vita pubblica e i suoi protagonisti. Bush l’11 settembre volava in tondo con l’Air Force One senza sapere che fare: poi è diventato un altro, giusto o sbagliato non importa, comunque altro.

 

Berlusconi aveva trionfato alle elezioni del 2008 e incassato il successo di avere subito ripulito Napoli da montagne di rifiuti quando l’Aquila viene rasa al suolo dal terremoto. L’evento cambia le carte: il 25 aprile a Onna il fazzoletto bianco rosso e verde al collo il Cav. entra per la prima volta in sintonia con coloro che lo avevano combattuto aspramente e lancia un segnale forte di unità possibile. Prende decisioni rapide e applica idee innovative, poi finisce anche lui nel pantano delle regole sballate, della burocrazia, della periferia e di tutto ciò che anziché fare da cinghia di trasmissione sembra si diverta a gettare sassi nell’ingranaggio.

 

Anche il boy è partito con il piede giusto e soprattutto con la faccia giusta, lui che ogni tanto un problema di facies, di espressione ce l’ha. Ha parlato di "Casa Italia", di paese che ce la farà e in cui nessuno sarà lasciato solo, solo un breve cenno polemico alle "new ton" costruite all’Aquila: le casette a schiera del capoluogo abruzzese non avevano certo la pretesa di sostituirsi alla città storica ma solo di contenere i disagi avvertibili nelle tendopoli in alta montagna. Ricostruire non è mai facile, richiede tempo, tanto più dove è stata distrutta l’arte, la storia.

 

A prova del clima che sta cambiando, il titolo a tutta pagina del Giornale, “Forza italiani, forza Renzi”, preludio a un bemolle che il Cav. potrebbe mettere alla sua opposizione al premier.

 

Lasciando più sola la Lega che, checché ne dica il suo leader, non sfonda e non sfonderà mai, soprattutto al sud:  ad Acquaformosa (Cosenza) alla festa dell’accoglienza e dell’inclusione sui muri c’era una sola scritta “Salvini, nu’ tamarru 2.0”.  

 

Sotto un cumulo di detriti svaniscono anche le polemiche agostane, il burkini, le deportazioni di insegnanti, le gambe del ministro Boschi.

 

Il problema è che i climi cambiano spesso: come dire non cacciate via il naturale perché ritorna al galoppo.

 

LA TERZA VIA ERA SMARRITA

 

Tony Blair ha ammesso che non capisce più gran che delle linee che guidano la politica contemporanea. E’ un fior di ammissione, che la terza via è smarrita. Dovrebbero rifletterci su il premier Renzi e gli oppositori interni, accomunati magari a loro stessa insaputa tra un passato non più proponibile e un futuro senza teorie scientifiche né ceti emergenti cui fare da legante sociale.

 

Essere di sinistra non è mai stato così cupo e difficile come oggi dove si è costretti su una posizione angusta a giocare sempre di rimessa.

 

Qualunque sia l’esito del referendum,  Renzi può dire di aver svolto il compito assegnatogli da Giorgio Napolitano nel miglior modo compatibile con le circostanze date. Per il resto dell’azione di governo, ha dato spesso l’impressione di avanzare a tentoni e con una visione del paese troppo mutevole per stabilizzare il consenso.  

 

I suoi oppositori nemmeno hanno dimostrato di aver grandi bussole in tasca. D’Alema voleva riformare il lavoro, di fronte ai quattro milioni di manifestanti schierati da Cofferati si ritirò con la coda tra le gambe. Veltroni gettò la spugna prima ancora di correre. Non si è mai distinta per coraggio la sinistra di derivazione Pci, Pds, Ds. I giovani della stessa filiera sono più vecchi dei vecchi del secolo scorso: i cortesi di buone letture come Cuperlo o gli enigmi come Speranza. Vogliamo discutere, dicono. Hanno qualcosa di originale e competitivo da dire su lavoro, economia, stato, welfare, rapporto tra iniziativa pubblica e privata?

 

MICHELE SERRA PILOTA

 

Il titolare dell’Amaca di Rep., nonché della rubrica "Per Posta" dell’Espresso e nel tempo libero fine analista di figli sdraiati (voto 9), è tornato sulla vignetta di Mannelli sul ministro Boschi pubblicata dal Fatto Quotidiano. Ha detto che considera ripugnante il dileggio e l’odio violento contro la femmina che osa comportarsi e vivere quanto a libertà personale e potere sociale alla stessa maniera dei maschi, vale per Boschi, dice, e ancora di più per Boldrini.

 

Però aggiunge che se è sbagliato criticare una donna perché è donna altrettanto sbagliato è non criticarla per lo stesso motivo: il razzismo finirà quando si potrà dare dello stronzo a un nero anche se è nero.

 

La prende dall’alto e alla larga il buon Serra. Qui la questione è molto più semplice. Mannelli (voto 2) ha torto perché  “lo stato delle cos(c)e” è un tipo di umorismo che risulta penoso già alle elementari. Ecco: la satira se non fa ridere fa letteralmente cagare.  

 

RAGGI CIECA

 

Se fosse stato un complotto come dice la senatrice Taverna (voto 4) si può dire che è riuscito perfettamente:  messa alla prova dei fatti è evidente che la Raggi ‘gna fa, dimostrando che i 5 Stelle non hanno alcuna idea di chi sono, di chi vogliono essere e dove vogliono andare.

 

Ma non ci fu complotto, solo follia del centro destra e automutilazione del Pd. Dunque ha ragione il grande governatore campano Vincenzo De Luca (voto 9) a dire che il sindaco di Roma è una bambolina imbambolata.

 

Non è nemmeno più questione di Ama, Atac e stipendi e composizione del gabinetto e Olimpiadi del 2024 e altre commendevoli quisquilie che attanagliano la giunta e complicano il rapporto già psicanalitico con direttori di vari ordine e grado: in due mesi ha pienamente dimostrato a chi vuole vedere che i 5 Stelle al di fuori della palla pericolosa dell’onestà non hanno nulla da dire.

 

Non sanno, non vedono, non concepiscono. Non sono niente, non hanno niente. Nemmeno la forza d’animo di dire chiaramente: vogliamo mandarvi a piedi, vogliamo vedervi decrescere, diventare individualmente e collettivamente più poveri, mangiare a chilometro zero, in un ambiente sano. Tutti felici e onesti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi