Il tempo del dopo

I giorni del tormento, quando le azioni quotidiane sono sospese e tutto lo spazio è dei pensieri - di Annalena Benini
Il tempo del dopo

Alcuni sopravvissuti del terremoto ad Amatrice (foto LaPresse)

Questi sono i giorni del tormento. Per non poter fare più nulla, per non aver fatto abbastanza. Per stare lì, dentro o fuori la tenda, la palestra, il parco, gli uffici di soccorso, ad aspettare un cambio di vestiti, il caricabatterie del cellulare, una buona notizia, ma di quelle piccole. Sono arrivati gli animatori per i bambini. I vigili del fuoco hanno trovato le medicine dentro la casa distrutta. Troveranno il modo di far cominciare la scuola lo stesso, anche se non c’è più la scuola. C’è così tanto cibo, così tanta solidarietà, ruspe, motociclette, asciugamani, coperte, persone, che i camion non riescono  a passare, che le persone quasi litigano perché si intralciano a vicenda, e le buone intenzioni si scontrano con la realtà delle strade inagibili e dell’attesa. Tutti vogliono essere utili, fare molte cose importanti, non fermarsi mai nemmeno la notte: è fondamentale per addormentare il tormento e lo sciame delle altre scosse. Gli uomini, i mariti, i padri (e ci sono padri che hanno perso i figli, ci sono padri che sono riusciti a salvare un solo figlio) provano a trasformare le tende in quasi case, cercano seggiole comode, mostrano quanta più forza possibile, e poi al telefono con i parenti lontani piangono, ma di nascosto. Abbracciano un amico del paese, e restano dentro quell’abbraccio un po’ più a lungo, appoggiano la vita che resta sul petto di chi può capire fino in fondo che cosa significhi essere stati sbriciolati e poi miracolati dal terremoto. Così adesso, durante e dopo il riconoscimento dei morti, dopo il funerale di Stato, nei paesi del terremoto la divisione è netta: l’attività frenetica dei volontari, vigili del fuoco, funzionari, carabinieri, soccorritori esperti che continuano a fare paragoni con L’Aquila, anche dal punto di vista dell’organizzazione degli aiuti, e l’immobilità afflitta di chi non ha più nemmeno i piatti da lavare, o una lavatrice rotta che abbia bisogno di un tecnico, un divano sopra cui gettare la propria stanchezza, un negozio da aprire la mattina. Le cose non esistono più. Le azioni quotidiane sono sospese, ridotte al minimo (ma arrivano fino a quel massimo insostenibile del riconoscimento del corpo di una persona amata, o di una sua parte).

 

Tutto il tempo, adesso, appartiene ai pensieri: perché eravamo qui, quella notte, perché non ho ascoltato il batticuore che diceva: va’ a Roma adesso, non domani? Perché ho insistito per far restare mia nipote qualche giorno in più, perché sono vivo, io che sono vecchio, io che non voglio più niente ora che ho perso tutto. Una madre e una figlia sedicenne erano arrivate nella casa di Pescara del Tronto da Milano, alle dieci di quella sera, e Pierina, la madre, cinquantadue anni, si era accorta di avere dimenticato le chiavi. Non potevano aprire la porta, non c’era modo di entrare, avrebbero dovuto riprendere il treno, o andare a dormire in albergo, cambiare i programmi, che sfortuna. Invece si sono fatte prestare la scala da un vicino, hanno rotto un vetro, sono entrate in modo avventuroso, di certo allegro, trionfante, nella casa che dopo poche ore si è accasciata su di loro, come uno straccio pesantissimo e non le ha lasciate vivere più.

 

Nel tempo dei pensieri ognuno ripercorre all’infinito quegli istanti, e le ore prima, e tutti i possibili gesti che modificano un’esistenza (una coppia in vacanza aveva deciso di tornare a casa quella sera stessa, in anticipo, per portare il cane dal veterinario, e la casa è crollata ma il mondo è rimasto in piedi), e tutti si chiedono che cosa è stato, il destino o la natura cattiva, uno sbaglio, una colpa: la donna in fuga fin dal terremoto dell’Aquila, che aveva cambiato città e ha perso mercoledì scorso sua figlia di sedici mesi. Quando uno dei fortunati, che ha perso soltanto una casa e una storia, viene raggiunto dalla notizia (dopo il diabolico inganno delle non notizie) che hanno trovato morto anche l’amico d’infanzia con cui si era cenato in compagnia quattro ore prima e parlato delle prossime estati e poi buonanotte perché la sera ad Arquata fa freddo, allora l’istinto è quello di riavvolgere il nastro, tornare indietro, adesso correre là, a fare qualcosa, qualunque cosa. Anche solo passeggiare intorno ai nastri che bloccano l’ingresso alle zone rosse, e ascoltare per la millesima volta il postino dire: è come se fosse scoppiata una bomba da sotto. Anche per questo molti scelgono di restare, nonostante in tanti si offrano di ospitarli, di fare spazio a Rieti, a Terni, a Roma, in Sudamerica, a Londra. Perché al tempo dei pensieri serve avere accanto sguardi riconoscibili, con uguali assilli negli occhi.

 

Ad Amatrice le persone hanno bisogno di incontrare le persone che sono passate attraverso l’inferno, non quelle che arrivano linde e stupite: non è sopportabile una tranquilla, normale, compassionevole e altrui felicità, un salotto con le foto in cornice. Queste persone, nelle tende e sulle brandine e in giro a piedi per i paesi a cui ancora sentono di appartenere, e anche quelli che erano qui per pochi giorni soltanto, adesso sono un unico cerchio di sofferenza. Anche il barista di Rieti che stava lavando a terra quella notte, ha sentito il boato della terra ed è caduto su un gradino, adesso serve birre come prima ma senza staccare gli occhi dalla televisione: ha perso gli amici di scuola, i parenti, deve tenere aperto il bar ma tutta la sua vita adesso è là, e non sopporta di parlare con chi non capisce, non sopporta le risate e l’ubriachezza di chi crede di stare dentro un’estate come le altre.

 

Se bisogna incontrare persone tutte intere, adesso, nei paesi dove anche le strade sono crollate e ci vogliono ore e infiniti tornanti per arrivare, e di notte non si capisce più se finirà mai questo buio, è meglio che quelle persone indossino una divisa, un elmetto, una maglietta con su scritto: Protezione civile, o almeno “Save the Children”, è meglio che arrivino preparati e che abbiano un ruolo preciso, qualcosa da fare. Qualcosa da dare. Risposte, materassi, docce, bagnoschiuma, calmanti, aspirine, prese in cui infilare il filo di un telefono scarico, tempo e ostinazione per giocare con i bambini e farli divertire mentre la mamma guarda il soffitto della tenda e non vuole fare nient’altro. Nei paesi cancellati dal terremoto, in questi giorni e nei prossimi mesi di tormento, è il tempo soltanto di prendere. La maggior consolazione possibile dentro la rabbia e il dolore che cresceranno.

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