Quando il sisma fa politica

La storia dei governi italiani pericolosamente legata a quella dei terremoti. I sismi in Italia conducono a svolte politiche, mosse azzeccate e colossali errori. Legislatura dopo legislatura, grandi discorsi inutili.
Quando il sisma fa politica

Matteo Renzi, in visita alle zone colpite dal sisma, abbraccia un vigile del fuoco (foto LaPresse)

Trema la terra e trema anche il Palazzo. La storia d’Italia si fa e disfa con il terremoto, perché il disastro diventa fatto politico, la scossa si trasforma in assestamento di potere, il sussulto, il crollo e la ricostruzione sono fasi di governo e opposizione. Le catastrofi naturali nel nostro paese si risolvono in naturali cataclismi politici. E’ l’edificazione perpetua della nostra Repubblica a farsi e disfarsi sotto i nostri occhi con puntuale irregolarità sismologica. Chiedersi ora, tra le macerie fumanti, i calcinacci, il lutto, la morte, i soccorsi, i salvataggi, quali saranno i destini del governo di Matteo Renzi e del Pd, domandarsi cosa faranno i partiti dell’opposizione, quale sarà il loro comportamento istituzionale, immaginare quali pensieri si affollino nella mente di Silvio Berlusconi, è più che mai opportuno.

 

Ci pensi bene, Berlusconi, al che fare. Perché lui questa storia l’ha vissuta e cambiare linea su Renzi, riaprire la collaborazione con il governo, abbandonare il muro contro muro, in questo momento sarebbe un gesto politico serio, intelligente, costruttivo, per lui e per un’Italia ferita e impaurita dalla sua (ri)scoperta fragilità. Può farlo. Perché il terremoto è lo scatto sismografico della nostra storia politica. E’ la realtà a scrivere il copione. E’ la storia che si compie sotto i nostri occhi ad aprire uno squarcio nel buio, un bivio su una strada piena di macerie fumanti. Una possibilità: continuare come se nulla fosse successo o prendere atto che un paese fragile non può proseguire sulla strada del rancore e del logoramento politico. Segnali. Il bel titolo impaginato ieri dal Giornale (“Forza italiani. Forza Renzi”) oggi è un incoraggiamento, forse è un segno diverso per il domani.

 

Il governo Renzi ha davanti un quadro pieno di punti interrogativi: l’Europa deve risolvere i guai della Brexit; Clinton o Trump, la corsa alla Casa Bianca sarà una conferma più o meno marcata del neo isolazionismo americano, la crisi del medio oriente bussa alla nostra porta con la potenza della guerra e i numeri inesorabili della demografia, la produzione in Europa (e soprattutto in Italia) si sta raffreddando, il referendum costituzionale è incerto e una vittoria del No sarebbe un salto nel buio dell’instabilità. E il terremoto. La devastazione. Il campanile di Amatrice è fermo, è un memento, chiede una risposta. Alle 3.36 del 24 agosto ha ruggito il terremoto, distruggendo paesi e seppellendo corpi, anime, storie, italiani. No, non è tutto come prima. Ci pensino bene, Renzi e Berlusconi.

 

Che fare? Se ci voltiamo indietro, se tiriamo fuori dal nostro archivio le carte parlamentari, la cronologia degli eventi, allora tutto questo prende forma, ha un senso, lascia sul tavolo opzioni e scelte. Anche il non decidere in questi frangenti diventa un inesorabile decidere. I terremoti in Italia conducono sempre a svolte politiche, mosse azzeccate e colossali errori. Non sarà una commissione d’inchiesta o di indagine sul terremoto a risolvere la partita politica. Ne abbiamo avuto tante: Belice, Friuli Venezia Giulia, Campania, Basilicata, Sicilia, Abruzzo. Legislatura dopo legislatura, un rosario di riunioni, audizioni, battaglie di fazione, grandi discorsi che non hanno cambiato quasi nulla nel modo di costruire, di prevenire, di edificare, di vivere e capire il territorio italiano. E la politica.

 

Nel 1980 Enrico Berlinguer ruppe la linea di solidarietà nazionale con la Democrazia cristiana. Il calendario segnava la data del 28 novembre, cinque giorni prima in Irpinia e in Basilicata era venuto giù tutto. Decimo grado della scala Mercalli. Novanta secondi. Trenta chilometri di profondità. Duecentottantamila sfollati, novemila feriti, tremila morti. Ore 19:35 del 23 novembre 1980. Terremoto. E caos. La portata del disastro fu sottovalutata. I soccorsi arrivarono agli sgoccioli, in pesantissimo ritardo. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini atterrò sul “cratere” il 25 novembre, vide l’immane distruzione e il giorno dopo in un’edizione straordinaria del Tg2 fece un discorso durissimo: “Sono tornato ieri sera… dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica… Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò… A distanza di 48 ore non erano giunti in quei paesi gli aiuti necessari… Ho potuto constatare che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci… Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi…”. L’intervento di Pertini conduce alle dimissioni (respinte) del ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Ma la strada del governo della Balena bianca è segnata. Il presidente del Consiglio è Arnaldo Forlani, la Dc è sepolta dalle critiche.

 

In questo scenario di rovine, Berlinguer riunisce la direzione del partito il 28 novembre a Salerno. E’ accompagnato dal suo segretario, Tonino Tatò, da Gerardo Chiaromonte, Pio La Torre e gli altri dirigenti del partito. La rottura della collaborazione con la Dc è già decisa. Durante la conferenza stampa, Valentino Parlato, inviato del Manifesto, chiede a Berlinguer se dopo l’intervento del presidente della Repubblica il suo partito continuerà la politica di solidarietà nazionale. Il segretario del Pci risponde secco: “La Dc, avendo dimostrato di non essere in grado di guidare un’azione di rinnovamento della politica e dello stato, non è in grado di dirigere il governo del paese”. Sette mesi dopo Forlani lascia la presidenza del Consiglio e al suo posto a Palazzo Chigi arriva Giovanni Spadolini. La scelta di Berlinguer fu un errore. Era prematura, senza una strategia per il dopo. Forse neppure lui era davvero convinto del passo. Ma c’erano le perplessità di una parte del Pci, il ruolo crescente di Bettino Craxi, la marcia dei quarantamila della Fiat. Berlinguer era in difficoltà, rabdomantico, si sentiva accerchiato. Il terremoto, il fallimento dei soccorsi, la tragedia diedero al segretario l’occasione per rompere.

 

E’ lo stesso Valentino Parlato a rievocare quel giorno in un articolo pubblicato sul Manifesto nel 2004, in occasione della recensione di un libro di Massimo D’Alema (“A Mosca l’ultima volta”, Donzelli): “La politica della solidarietà nazionale logora il Pci e salta con l’uccisione di Moro. L’azione di Craxi si fa più insistente e pone problemi di scelta che dividono l’interno del Pci. Nel settembre del 1978 Luigi Pintor sul manifesto pubblica un articolo dal titolo ‘Chi ha paura di Bettino Craxi?’, che fu preso (anche al nostro interno) come un ammiccamento a Craxi e invece era il contrario: era il tentativo di governare il suo eccesso di protagonismo, nascente dal suo infimo consenso elettorale. Poi ci fu Berlinguer alla Fiat (piuttosto solo, io lo seguii in tutti i suoi comizi) e, quindi la sconfitta con la marcia dei 40 mila. Era l’ottobre del 1980. In novembre c’è il terremoto dell’Irpinia e la sera del 28 novembre Berlinguer fa la seconda svolta di Salerno. Ricordo, era sera, e nei locali della Federazione, Berlinguer che rispondeva ai giornalisti – c’era anche Giovanni Russo che ne scrisse in un suo libro –, sembrava un addolorato signore sulla sedia del dentista. Annunciò così – pur ribadendo la continuità con la linea precedente – che era finita l’epoca del compromesso storico e cominciava quella dell’alternativa democratica.

 

Con chi si potesse fare questa alternativa democratica non era affatto chiaro: con il movimento operaio, con gli onesti?  (…) A me parve – e credo anche a D’Alema - una fuga in avanti di un Berlinguer che restava profondamente convinto della linea del compromesso storico, la vera via italiana al socialismo. L’articolo 7 e tutta la Costituzione non era forse l’anticipazione di questa linea?”. Il terremoto, la politica. E’ l’eterno ritorno della storia. E dovrebbe insegnare qualcosa al presente. Andiamo indietro. Il 14 gennaio del 1968 un terremoto si abbatte sulla valle del Belice, in Sicilia. E’ l’inizio di una storia dove cronaca e politica s’intrecciano fino ai nostri giorni. Trecentosettanta morti, più di mille feriti e settantamila sfollati. E’ inverno. In alcune zone nevica. Un disastro. Gibellina è completamente rasa al suolo. Il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani vola in Sicilia. Ma c’è solo lui. I soccorsi non arrivano. La situazione precipita, scoppia il panico e un’ondata migratoria inimmaginabile oggi.

 

Secondo i documenti storici dell’archivio del ministero dell’Interno trentamila sfollati siciliani tra il 20 gennaio e il 6 febbraio 1968 transitano a Roma. Sono destinati al nord. Lezioni del passato. Il piano di intervento nel Belice fu di diritto e di fatto preparato dalla Regione Sicilia. Vi fu una discussione durissima, fu il Pci a proporre il “piano comprensoriale”, la Dc non era favorevole, ma lasciò fare per evitare una crisi politica, il governo guidato da Aldo Moro era già in crisi e in Italia si stava aprendo un’altra era, gli Anni di Piombo. L’allora ministro dei Lavori Pubblici Giacomo Mancini considerava – giustamente – quel piano un’ingerenza della Regione sui poteri statali. Il decreto arrivò solo a fine febbraio. I sopravvissuti furono sistemati in baraccopoli. Fu l’inizio di una catena di errori colossali. La ricostruzione nel Belice dopo 48 anni non è mai finita.

 

Il terremoto, la politica. Siamo di fronte a una catena di eventi che segna l’inizio e la fine di una serie di tappe del giro storico d’Italia. Sfogliate il calendario all’indietro. Piazzate le date sul sismografo, incrociatele con la politica. L’Italia del Boom chiude stancamente il suo ciclo con il terremoto del Belice (1968), si apre la stagione dello scontro ideologico a mano armata, con il terrorismo politico e la morte di Aldo Moro (1978), mentre il terremoto in Irpinia (1980), con i suoi ritardi, l’inefficienza e lo spreco della ricostruzione, sono forse un segnale premonitore, l’inizio del declino della Repubblica dei partiti. Scosse. Così la terra ha continuato a tremare e la politica a girare il suo film con voci asincrone. Il 26 settembre del 1997, lo sciame sismico attivo dall’estate in Umbria e Marche, colpisce al cuore Assisi con un terremoto di magnitudo 6. Crolla una parte della volta giottesca della Basilica Superiore di San Francesco. Muoiono sul colpo quattro persone che erano nella Chiesa per un sopralluogo. All’interno c’è anche un giornalista, riprende tutto, le immagini fanno il giro del mondo. Il sisma provocherà undici morti, cento feriti, ottantamila abitazioni danneggiate. In men che non si dica il governo di Romano Prodi finisce sotto tiro, l’opposizione chiede le dimissioni, si apre il can can sull’allarme mancato, la polemica sulle dichiarazioni del sottosegretario alla Protezione civile Franco Barberi, la gazzarra sul non aver previsto l’imprevedibile: la seconda scossa, il terremoto.

 

Sinistra, destra, cambia il governo, la terra sussulta, la scena si fa ancora più cupa. Così la terra ha continuato a tremare, la politica a girare il suo film con voci asincrone. Il 6 aprile del 2009 un terremoto colpisce l’Aquila: 308 morti, millecinquecento feriti, oltre sessantamila sfollati. Berlusconi è a Palazzo Chigi, ha largamente vinto le elezioni, il suo governo sembra destinato a navigare senza pericoli, ma da quel momento si innesca una battaglia politica feroce che non risparmia nessuno. Berlusconi il 25 aprile va a Onna, in Abruzzo, compie un gesto più che simbolico, celebra la Liberazione con i partigiani in un luogo ferito dal sisma. Il fazzoletto tricolore al collo. Le strette di mano e gli abbracci con i partigiani. Berlusconi pronuncia un discorso che Eugenio Scalfari elogia così: “E’ caduto il muro che aveva fin qui impedito a quella ricorrenza di diventare una data condivisa da tutti gli italiani. Il merito di questo risultato spetta a Silvio Berlusconi, al discorso da lui tenuto ad Onna e anche – diciamolo – a Dario Franceschini segretario del Pd, che con il suo pressante invito ha incitato il premier a render possibile un evento così importante”.

 

Sembra il preludio di una nuova stagione, la pacificazione, il paese normale, l’alternanza, ma improvvisamente parte la caccia all’uomo, il terremoto diventa uno strumento di lotta politica, seguono promesse mancate dell’esecutivo, la sciatteria istituzionale, l’opportunismo e cinismo dell’opposizione, il caso Noemi e il voyeurismo come arma di distrazione di massa. E’ l’inizio dei titoli di coda sul governo Berlusconi. Un cocktail micidiale. Nell’infuriare della battaglia, finiscono sotto inchiesta perfino gli scienziati della commissione Grandi rischi con la surreale accusa di non aver previsto l’imprevedibile: il sisma.
Basta voltarsi indietro, i fatti sono là, squadernati. E per questo i partiti devono interrogarsi e i leader decidere che fare del paese. Si allungano le ombre, la sceneggiatura è automatica, si sta impaginando un racconto surreale in cui si ripetono errori e orrori, visioni e previsioni impossibili: la magistratura ha aperto un’inchiesta per disastro colposo. Rieccoci. Il trionfo, la caduta. Il terremoto, la politica.

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