Non solo Amatrice. Il metodo Big Society può ricostruire tutto il paese

“La società esiste, ma non è lo stato”. Riscoprire la sussidiarietà, tra fisco e Leone XIII – di Luciano Capone
Non solo Amatrice. Il metodo Big Society può ricostruire tutto il paese

Un gruppo di soccoritori ad Arquata. Proseguono le operazioni di soccorso e accoglienza (foto LaPresse)

Roma. “Il cambiamento che offriamo è dal big government alla Big Society”. Così recitava il Manifesto conservatore del 2010 con cui David Cameron divenne premier britannico. La visione del welfare fatta di un passo indietro della presenza statale a favore di un maggior attivismo dell’associazionismo compariva già cinque anni prima, quando nel suo primo discorso da leader dei Tory Cameron cercò di superare la tradizione di un partito percepito come disinteressato ai problemi sociali (“La società non esiste”, è la frase a cui ancora oggi viene inchiodata l’immagine di Margaret Thatcher), con una terza via: “La società esiste, solo che non è lo stato”. La Big Society prevedeva alcune riforme come la devoluzione dei poteri dal centro alla periferia, il supporto economico all’associazionismo e al volontariato, maggiore trasparenza degli enti pubblici e poteri di controllo per le comunità, ma soprattutto si basava su un cambiamento culturale: non più una società dipendente dalle autorità e dalla burocrazia, ma una società in cui le persone sono libere di mettersi insieme per risolvere i problemi e migliorare la propria comunità. “Possiamo chiamare ciò liberalismo, responsabilità, libertà. Io preferisco chiamarla Big Society”, disse in uno dei suoi primi discorsi da premier. Cameron non è riuscito integralmente nel suo processo di riforma ma, come abbiamo osservato sul Foglio, le immagini dei soccorsi dopo il terremoto, la solidarietà e il sacrificio dei volontari, dimostrano quanto questo approccio possa essere dirompente in Italia, dove c’è un grande capitale sociale represso e sottoutilizzato.

 

Quando Cameron lanciò nel Regno Unito l’idea della Big Society, in tanti la giudicarono come una trovata ipocrita per coprire e giustificare i tagli alla spesa pubblica e la politica di austerity. Alle critiche Cameron rispose che, in quella situazione economica, chiunque avrebbe dovuto fare austerity: “Non è meglio, se dobbiamo fare tagli alla spesa pubblica, cercare allo stesso tempo di favorire una società più forte e più grande?”. E quella dell’Italia è la stessa situazione del Regno Unito, con la differenza che, oltre ad avere meno margini sia a livello di politica monetaria che fiscale, abbiamo un apparato statale molto più costoso di quello britannico e un welfare ancora più inefficiente, incapace di dare risposte ai giovani, ai poveri, ai disoccupati, alle persone più disagiate. Dall’altro lato la società italiana ha un potenziale in gran parte inespresso, soffocato dal peso dello stato e dalla pervasività della burocrazia. Ad esempio l’Italia un tasso di partecipazione a iniziative di volontariato tra i più alti al mondo, ma è pressoché assente la filantropia, ceduta forzatamente allo stato e schiacciata dal peso del fisco. Basterebbe alleggerire il carico burocratico e fiscale per le 6.220 fondazioni bancarie, aziendali e familiari, che gestiscono un patrimonio di 80 miliardi, e incentivare le donazioni per rendere anche questo settore più dinamico.

 

Non mancano i buoni esempi, come il “cinque per mille”, destinato su indicazione dei contribuenti alle associazioni del terzo settore che si occupano di volontariato e ricerca scientifica. Si pensi poi alla storia della Protezione civile, che nei decenni si è forgiata di catastrofe in catastrofe integrando nell’organizzazione il mondo del volontariato. Su questo campo gli italiani non hanno molto da imparare dai britannici, ma potrebbero farlo dal governo di Londra, prendendo spunto da iniziative come il National Citizen Service che ha aperto le porte del volontariato a quasi 300 mila sedici-diciassettenni, oppure come l’Academies act 2010, che ha permesso in pochi anni la nascita di oltre 400 scuole fondate da genitori, insegnanti e associazioni no profit. Ce n’è anche per chi in questi giorni ha avanzato proposte bizzarre come il sequestro del jackpot del Superenalotto da destinare ai terremotati: il Regno Unito non butta i soldi dei giochi nel calderone della fiscalità generale, ma destina gran parte di quei soldi allo sport (vedi i successi delle Olimpiadi) e alle “good causes”. La National Lottery, in 20 anni, ha speso 35 miliardi di sterline in 490 mila progetti per salute, cultura e ambiente. E lo stesso approccio, quello del passo di lato dello stato e in avanti della società, può essere applicato in altri campi, consentendo di liberare le tante energie imprigionate e soffocate. Si chiama Big Society ma si può tradurre con sussidiarietà, è un concetto a noi familiare e storicamente presente nella nostra cultura. Nella “Rerum Novarum” Papa Leone XIII la spiegava così: “Non è giusto che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può”.

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