Rimpatriare i radical chic, non solo quelli di Capalbio. Parola di sindacalista

Interviene Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl: "L’accoglienza è un dovere e proprio per questo va coordinata, gestita e organizzata. A Capalbio ci sono i radical attempati, ma i radical più furbi che li criticano non sono sempre migliori".
Rimpatriare i radical chic, non solo quelli di Capalbio. Parola di sindacalista

Un gruppo di migranti a Como (foto LaPresse)

Come sostiene seriamente anche Giorgio Barba Navaretti, e come ha scritto sul Foglio oggi Roberto Cicciomessere, ci sono ragioni molto serie, economiche e sociali, affinché il nostro paese non sia un luogo da cui scappare (vale sia per italiani che per migranti) e si occupino i rifugiati in lavori di pubblica utilità e si inseriscano in percorsi di formazione come avviene in tutto il Nord Europa. Cose di buon senso insomma, ma quest’ultimo in Italia pare saltato, nella morsa tra populismo xenofobo e radical chic. In cui i radical arrivano sempre in soccorso della destra xenofoba.

 

Quella sinistra balneare di Capalbio che si oppone con due ricorsi al Tar all’accoglienza di 40 rifugiati è il più grande assist al lepenismo nostrano. Ma Capalbio ormai contiene i radical attempati, quelli meno capaci di governare le scivolate dovute al sole ferragostano. La geografia balneare radical è più diffusa, le enclave sono più a sud, a Ginostra, in alcune masserie nel Salento e altrove… e soprattutto in barca a vela, lontano dai poveri. La cosa più bella è leggere gli altri radical più furbi criticare i radical d’antan. Un mondo che giustamente ha scritto fiumi di analisi contro la concentrazione dei migranti nelle banlieue ma che poi li vuole lontani dal loro giardino. Quel mondo per cui guai se capitano più di due extracomunitari nelle classi scolastiche dei loro figli, “rallentano lo svolgimento del programma”. Che sostiene la scuola pubblica, per poi mandare i figli in quella privata. Sono "cittadini del mondo", ma scelgono a servizio nelle loro case, secondo i trend, le etnie considerate “accettabili” e che seguono mode stagionali, tema di cui discutono nelle loro feste, come se si trattasse dell’affidabilità di un’autovettura.

 

Gli stessi che all’inizio degli anni '90 organizzavano le raccolte fondi per i malati di Aids, dopo i primi morti nel mondo di Hollywood ma che poi alzarono le barricate contro il grande Mons. Luigi Di Liegro contro l’apertura di una casa famiglia per malati di Aids nel parco di "Villa Glori", ai Parioli. Sulle barricate si distinsero importanti giornalisti e politici radical. Insomma, siamo ancora alla piorrea dello studente estremista barbuto che aveva convinto l’operaio Gian Maria Volontè (ne "La classe operaia va in paradiso" di Elio Petri) a non dar retta al sindacato e a puntare dritto sulla rivoluzione. Come è noto, una volta licenziato, il problema gengivale dell’estremista prevalse sul bisogno di occupazione dell’operaio. Insomma un mondo che punta dritto a rendere “ascoltabili” le boiate di Salvini. Lo stesso che lo ha reso celebre ospitandolo in tutte le trasmissioni, perché è “contro il Governo”, prigionieri della malattia infantile che fa credere che tutto ciò che si muove è di sinistra. Che parla di “interesse generale”, di “bene comune”, ma a cui il più piccolo sacrificio riduce un’autostrada, in una superstrada, poi in una piccola strada statale (tra Genova e Roma, proprio li a Capalbio, ciò accade).

 

Sono quelli che hanno sempre le posizioni più radicali e candide insomma, finché non li riguardano direttamente. Quelli che in molte redazioni e università ci spiegano che abbiamo fatto accordi sindacali al ribasso(senza averli mai letti), che sono riusciti a spiegare, in questo Paese, che i compromessi e le mediazioni, sono brutte parole, che esprimono cattive commistioni e non il sale della democrazia contro i fanatismi. In fondo, proprio il radicalismo disimpegnante dei 5stelle spiegano l’infatuazione della sinistra balneare per i grillini. Un mondo che si parla addosso che scrive cose che leggono solo loro, in dibattiti tra loro stessi, nati già finiti.

 

Lo aveva già capito Lenin: alla sinistra è mancato Francesco D’assisi, o anche molto meno, un po’ di coerenza e meno ipocrisia. Voler bene alle persone più che alle proprie idee dovrebbe essere il faro di un progressista. Specie quando non si hanno più idee e la fatica di pensare è stata sostituita dall’esercizio pigro dell’opinionismo reazionario. Un mondo che pretende di certificare periodicamente cosa è di sinistra, ma che è la causa dell’inadeguatezza della sinistra e di alcuni eccessi del renzismo. Ma in fondo è un'élite che sembra tutta uguale, che può essere sia di destra che di sinistra e che ha bisogno di far sapere a tutti che esiste e che invece andrebbe "rimpatriata" rapidamente da nuove generazioni, meno ipocrite, che si riprendano presto il paese.

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