Giocheremo a calcio alla pechinese

Dopo l’Inter, anche il Milan diventa cinese. La fine dell’era Berlusconi e la campagna di Xi per conquistare il pallone mondiale.

Giocheremo a calcio alla pechinese

Amichevole pre campionato Inter vs Milan in Cina, a Shezehen, nel 2015 (foto LaPresse)

«Se ce l’avessero raccontato solo qualche anno fa ci saremmo messi a ridere e invece ora Milan e Inter, due squadre che hanno dominato a lungo il calcio internazionale e fatto incetta di trofei, sono di proprietà di cordate in parte di natura industriale e in parte finanziaria della Repubblica Popolare di Pechino» (Dario Di Vico) [1].

 

La rivoluzione cinese in Serie A è maturata in poco più di un mese. Il 28 giugno, l’assemblea straordinaria dell’Inter ha sancito il passaggio al Suning Commerce Group del 68,55% del club nerazzurro. Venerdì scorso, dopo due anni di altalenanti trattative, Fininvest ha sottoscritto il contratto preliminare per la cessione del 99,93% del Milan alla Sino-Europe Sports Investment Management Changxing, una società-veicolo dentro cui confluiscono una pluralità di investitori cinesi e che ruota attorno al fondo Haixia Capital, controllato dal governo di Pechino [2].

 

Il preliminare già altamente vincolante – con closing a novembre – è stato firmato in Sardegna, a Villa Certosa, alla presenza di Silvio Berlusconi. Il Milan è stato valutato 740 milioni di euro, compresi i debiti per 220 milioni, quindi numeri nella fascia alta dei multipli, se si pensa che la recente valutazione dell’Inter è stata di 500 milioni. Il pagamento a Fininvest avverrà tramite un anticipo di 100 milioni (con 15 milioni subito e 85 fra due settimane) e la parte restante al closing [3].

 

Il piano di investimenti prevede invece una somma di 350 milioni ripartita in tre anni: 100 milioni saranno disponibili a novembre con un prestito tra soci. È poi in programma a medio termine la quotazione in Cina [4].

 

Si chiude così, dopo più di trent’anni e 28 trofei vinti, l’era Berlusconi nella storia del Milan. Il nuovo presidente sarà Yonghong Li, tra i promotori dell’operazione già da due anni. Nuovo amministratore delegato e direttore generale dei rossoneri sarà entro dicembre Marco Fassone, già dirigente di Juventus, Napoli e Inter. Silvio Berlusconi avrà la carica di presidente onorario del club, mentre resta ignoto il futuro dello storico ad Adriano Galliani [4].

 

Ma chi sono questi cinesi che si sono presi il Milan? Carlo Festa: «La Sino-Europe Investment Management Changxing è una società veicolo costituita per l’operazione dove lead investor (cioè investitori principali con un 30% complessivo di quote) sono Haixia Capital, il fondo di Stato cinese per lo Sviluppo e gli Investimenti e l’imprenditore Yonghong Li, noto in Cina per aver acquisito diverse aziende. Haixia Capital, una società di asset management con circa 10 miliardi di dollari in gestione, è stata l’azienda scelta per entrare direttamente nell’operazione dal governo di Pechino, che puntava ad avere un ruolo nella cordata fin dalle prime discussioni con Fininvest» [3].

 

Marco Iaria: «L’uomo forte della cordata cinese è Yonghong Li, presidente di questa società-veicolo e azionista futuro del Milan (al 15%?). Al tavolo con Fininvest ha recitato un ruolo da protagonista, è in predicato di investire personalmente sul club, eppure si sa poco di lui. Yonghong Li è titolare della finanziaria Jie Ande, non compare nelle classifiche di Forbes e nemmeno nei principali motori di ricerca finanziari» [5].

 

«Nel fondo c’è anche il governo di Taiwan, e viene da sorridere a vedere Taiwan e Pechino investire insieme nel calcio», spiega Alberto Forchielli, presidente di Mandarin Fund e profondo conoscitore del mercato cinese. Il consorzio potrebbe vedere l’ingresso di altri soggetti nelle prossime settimane, forse Grs Capital e l’imprenditore delle rinnovabili Steven Zheng [6].

 

Il primo derby tutto cinese nella storia del calcio italiano andrà in scena il prossimo 20 novembre a San Siro. Come detto, infatti, il principale azionista dell’Inter dal 28 giugno scorso è Suning Holdings Group che fa capo al presidente Zhang Jindong. Si tratta di un gruppo con sede a Nanchino che fattura oltre 40 miliardi di euro, leader nel commercio dell’elettronica. Mentre il tycoon indonesiano Erick Thohir è rimasto per ora presidente con il 31% [5].

 

Stefano Scacchi: «Tre grandi squadre – Milan, Inter e Roma – in mano a proprietà straniere. E il Bologna, una delle provinciali più nobili, controllata da un imprenditore canadese. Quella che partirà tra due settimane sarà la Serie A più internazionale di sempre. Soprattutto per il ciclone cinese che ha cambiato la geografia calcistica di Milano. I nuovi ricchi asiatici si aggiungono a James Pallotta e Joey Saputo, proprietari di Roma e Bologna. Finora la frontiera della Serie A era questa: discendenti di emigrati italiani che hanno fatto fortuna in America e sono tornati per legare il loro nome al nostro calcio» [7].

 

Mario Sconcerti: «Al Milan dei nuovi cinesi si possono per ora solo fare gli auguri, quasi impossibile cercare di capirlo. Vorranno guadagnare o vincere? Il Milan diventerà per loro un affare di famiglia da conservare e amare o un tassello di altre operazioni globali? Pensano di rimanere a lungo o a fare il pieno e andarsene? Nessuno può dirlo seriamente adesso, capiremo in un paio di anni, come è stato per Thohir. È la conferma che il calcio ha un costo ormai insopportabile se mantenuto a lungo. I calciatori si prendono tutto. Più soldi arrivano nel calcio, e ne sono arrivati tanti negli ultimi vent’anni, e più aumentano i soldi dei calciatori. Se non si ferma questo gioco, non ci sarà mai un’industria del calcio e a turno dovremo tutti ricominciare» [8].

 

I due patron milanesi che hanno fatto la storia del calcio italiano e mondiale degli ultimi tre decenni, Massimo Moratti e Silvio Berlusconi, sono così usciti di scena. Marco Bellinazzo: «Il takeover cinese è costato 1,3 miliardi di euro (circa 600 milioni per l’Inter, tra equity value e indebitamento finanziario, e 740 milioni per il Milan). Più o meno la cifra impegnata da Moratti nella sua ventennale presidenza interista (mentre Berlusconi dal 1986 ha investito tra aumenti di capitale e prestiti 865 milioni). La crisi del Calcio italiano Spa è coincisa con l’espansione del Football cinese voluta dal presidente della Repubblica popolare, Xi Jinping, intenzionato a elevare la Cina al rango di potenza planetaria, ospitando e magari vincendo entro il 2050 una Coppa del mondo» [2].

Ingenti anche gli investimenti per rendere più competitivo il campionato cinese. Cecilia Attanasio Ghezzi: «Negli ultimi sei mesi, le squadre di prima categoria del campionato professionista hanno speso 330 milioni in giocatori stranieri di primo livello. L’equivalente cinese della nostra serie B ne ha spesi circa altri cento. Lo scopo è quello di attrarre campioni internazionali. Come hanno fatto il Jiangsu Suning, che questo inverno si è assicurato la presenza dei brasiliani Teixeira e Ramires, lo Hebei China Fortuna con Lavezzi e Gervinho o la follia fatta dallo Shandong Luneng per assicurarsi Graziano Pellè. Per ora l’effetto più sensazionale è stato l’accordo di quattro anni per la vendita dei diritti televisivi del campionato cinese all’azienda di Stato China Media Capital per oltre 1,1 miliardi di euro. Circa 30 volte di più rispetto all’accordo precedente» [9].

 

Nel frattempo si attuano le direttive emanate dal Consiglio di Stato cinese a marzo 2015: nei prossimi dieci anni il territorio cinese dovrà ospitare 50mila scuole calcio contro le 5mila attuali e si parla già di 70mila nuovi campi nei prossimi cinque anni. Nella città meridionale di Guangzhou è già attiva la Scuola internazionale di calcio Evergrande, attualmente la più grande del mondo, un investimento da oltre 165 milioni di euro [9].

 

L’espansione cinese nel calcio europeo è in corso da oltre un anno. Solo per citare due esempi: il gruppo Dalian Wanda di Wang Jianlin, tra gli uomini d’affari più facoltosi della Cina e grande amico del presidente Xi, ha comprato in pochi mesi il 20% dell’Atletico Madrid e Infront, tra i principali intermediari di diritti tv in ambito sportivo, è diventato il primo sponsor cinese della Fifa; il consorzio formato da China Media Capital e Citic Capital ha rilevato per 400 milioni di dollari il 13% del City Football Group, la holding fondata dallo sceicco di Abu Dhabi Mansour che controlla tra gli altri il Manchester City [9].

 

Non va dimenticato che, a differenza delle altre grandi industrie dell’intrattenimento, il calcio ha il suo baricentro in Europa. La Champions League è il trofeo più ambito dalle squadre e dagli investitori e oggi si svolge con una formula affascinante dal punto di vista agonistico ma irrazionale da quello economico. In soli 180 minuti una delle big può essere buttata fuori anzitempo dalla competizione privando quindi il cartellone dell’apporto pieno delle sue star. È chiaro invece che serve una recita più lunga per compensare gli investimenti a monte [1].

 

Di Vico: «Troppi segnali ci dicono che il calcio europeo si è messo improvvisamente a correre, che intravede la possibilità di una globalizzazione virtuosa, di entrare in nuovi ricchi mercati di consumo e ancora una volta la Terra promessa è la Cina. Il premier Xi Jinping tifa per il football perché lo considera una sorta di ammortizzatore sociale capace di creare valori patriottici e spirito collettivo in un’economia sviluppatasi rapidamente e il gruppo cinese Wanda che qualche mese fa ha acquistato la Infront (la società di diritti televisivi domiciliata in Svizzera) coltiva l’idea di una Superlega europea. Tutto si tiene, verrebbe da dire. Occhio, dunque, quest’anno alla tribuna d’onore di San Siro» [1].

 

(a cura di Luca D’Ammando)

 

Note: [1] Dario Di Vico, Corriere della Sera 6/8; [2] Marco Bellinazzo, Il Sole 24 Ore 6/8; [3] Carlo Festa, Il Sole 24 Ore 6/8; [4] Antonio Lusardi, MilanoFinanza 6/8; [5] Marco Iaria, La Gazzetta dello Sport 6/8; [6] Mariangela Pira, MilanoFinanza 6/8; [7] Stefano Scacchi il venerdì di Repubblica 5/8; [8] Mario Sconcerti, Corriere della Sera 6/8; [9] Cecilia Attanasio Ghezzi, La Stampa 6/8.

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