In difesa dei millennial

Zombie di internet, disinteressati al sesso, bamboccioni. Ci sono infinite variazioni sul tema, che funzionano tutte allo stesso modo: un esperto non-millennial prima dichiara che nessuno capisce i millennial e poi si accinge a spiegare che cosa sono secondo lui. Perché il sociologo collettivo non ci prende.
In difesa dei millennial

Una scena di Match Point, film del 2005 scritto e diretto da Woody Allen

Per anni ci avete dissezionato in tutti i modi possibili e nessuno di questi è stato gentile. I millennial, parola che identifica i ragazzi e i giovani adulti nati tra gli anni Ottanta e il Duemila, sono stati definiti bamboccioni, nullafacenti, inconcludenti, “sdraiati”, “la peggiore generazione”, incapaci, più attenti al mondo digitale che a quella reale, zombi da smartphone. Adesso ci dite anche che non facciamo più sesso, o non ne facciamo abbastanza, o non ce lo godiamo più, non si è capito. Il pretesto è un nuovo studio della rivista Archives of Sexual Behavior, secondo cui i millennial americani sessualmente inattivi sono il doppio rispetto ai giovani delle generazioni precedenti e hanno in generale meno partner. “Un nuovo studio” è il codice giornalistico che di solito introduce qualche trattatello sempreverde di sociologia spicciola, e quello sulla sessualità dei millennial, che trae i suoi dati da una ricerca governativa americana sui “morbid behavior” e che mette il sesso insieme al fumo, l’alcolismo e lo stupro, è un’occasione perfetta.

 

Ci caschiamo tutti nella sociologia spicciola, al bar come sui social network come sui giornali, non è questo il problema. Il problema è che di questa sociologia spicciola i millennial sembrano diventati la categoria d’elezione. Così i dati dell’Archives of Sexual Behavior diventano pensosi articoli su “i millennial non fanno più sesso” o “i millennial non riescono più a provare la magia del sesso”. Ci sono infinite variazioni sul tema, che funzionano tutte allo stesso modo: un esperto non-millennial prima dichiara che nessuno capisce i millennial e poi si accinge a spiegare che cosa sono secondo lui. I millennial non vogliono guadagnare soldi, i millennial hanno perso l’etica lavorativa, i millennial preferiscono stare a casa da mamma piuttosto che farsi una vita propria, i millennial non credono più a niente. Segue spiegazione, che quasi sempre riguarda, in ordine sparso: internet, smartphone, alienazione data da internet e smartphone, chat, generale indole passiva dei millennial, Pokemon Go.

 

Quasi sempre basta una ricerca di cinque minuti su internet per smentire il “nuovo studio” – o meglio, la sociologia da salotto che gli sta intorno – e anche in questo caso il gioco è semplice. Prendiamo per esempio uno studio del 2013 dell’University College London e pubblicato su Lancet, che ha analizzato a più riprese nel corso degli anni il comportamento sessuale di 15 mila uomini e donne inglesi tra i 16 e i 44 anni – dunque non solo millennial, tutt’altro. Risultato: quando una prima indagine è stata fatta nel 1990-1991, gli inglesi tra i 16 e i 44 anni facevano sesso cinque volte al mese. Quando lo studio è stato ricondotto nel 2010-2012, uomini e donne nella stessa fascia di età facevano sesso soltanto tre volte al mese. Un calo del 40 per cento! Per la stessa generalizzazione per cui 26 mila giovani americani possono diventare “i millennial”, 15 mila inglesi possono diventare “la gente”, ed ecco servito un altro allarme sociale: il mondo ha smesso di fare sesso, non solo i giovani. Segue dibattito sulla magia perduta dell’amplesso. Ok. Divertitevi, ma teneteci fuori. E magari il prossimo articolo sui millennial fatelo fare a chi ha compiuto diciotto anni dopo il Duemila.

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