Così a Milano è cresciuta una piccola Molenbeek, pronta a incendiarsi

Il “quadrilatero” di San Siro è divenuto terra di egiziani, donne velate e viavai sospetti. Una grana per Beppe Sala.
Così a Milano è cresciuta una piccola Molenbeek, pronta a incendiarsi

foto x1klima (via Flickr)

Milano. L’islamismo, si dice, nasce dall’odio che si crea soprattutto nei quartieri ghetto. Anche se non è vero (non sempre almeno) che i terroristi sono disadattati, e andare ogni volta a cercare le ragioni della “follia” dietro un attentato premeditato è un approccio sbagliato. Ma su una cosa tutti concordano: si deve evitare di creare quartieri a rischio come Molenbeek, in Belgio. In Italia si parla poco di un quartiere milanese, “il quadrilatero” della vecchia San Siro. Ma è qui, dove si possono vedere ad occhio nudo i guasti del multiculturalismo, che un difficile compito aspetta Beppe Sala. Il neo-sindaco ha dichiarato che le periferie saranno l’ossessione del suo mandato, e bonificarle il suo obiettivo.

 

A metà pomeriggio, nel quartiere popoloso e popolare della vecchia San Siro, a cento metri dallo stadio, sembra di stare (quasi) al Cairo. Le mamme velate (numerose col velo integrale: immagine mai vista fino a un paio di anni fa) affollano i marciapiedi di via Paravia con i passeggini, mentre i pochi abitanti italiani, in maggioranza anziani, scivolano via veloci, borbottando o in silenzio. Ormai nessuno conosce il numero reale dei residenti del “quadrilatero” – formalmente 12 mila, di cui 5 mila stranieri – perché moltissimi alloggi popolari, circa un migliaio, sono occupati abusivamente e sottoposti alle leggi non scritte del racket degli appartamenti sfitti. Qui si capisce fino a che punto si è spinta la deriva di alcune periferie milanesi. A resistere sono soprattutto gli anziani, pieni di diffidenza e rancore. Nella scuola elementare Lombardo Radice di via Paravia, su una media di 100 alunni, solo 10 sono italiani, il resto quasi tutti arabi, in maggioranza egiziani. Alcuni genitori italiani da anni sbraitano perché non riescono ad accettare di sentirsi stranieri nella scuola pubblica; altri alla domanda del cronista, scappano senza dire una parola. Esasperati per le risse a scuola, per i programmi didattici rallentati dai continui arrivi di alunni che non conoscono l’italiano, frequentano la scuola per qualche mese e poi spariscono. Esasperati per quella parola tanto abusata, integrazione, che non può esserci di fronte a una disparità numerica simile. Ogni volta che si invoca una bonifica per ristabilire la legalità in questo quartiere ghetto, si finisce con un nulla di fatto perché la sotto, in quelle cantine della case popolari, si trova di tutto. Troppo difficile intervenire ora, quando ormai nel quartiere si è imposto persino un regime di apartheid. “Gli arabi hanno provato a venire anche all’oratorio, ma li abbiamo cacciati a calci”, ci racconta un rabbioso adolescente italiano. E così nel parco giochi di piazza Selinunte i genitori italiani non si avventurano più. Perché la vecchia San Siro, costruita negli anni 40, è diventata un quartiere-ghetto invivibile, ci dicono tutti quelli che incontriamo.

 

Ma ciò che colpisce di più è l’immagine delle numerose donne che nel pomeriggio affollano il marciapiede con molti bambini. Tutte velate, molte con il velo integrale. E sono tutte egiziane, perché i marocchini preferiscono dedicarsi allo spaccio, alla birra, alla microcriminalità. Delinquenza, degrado, integralismo religioso. Il quadrilatero della vecchia San Siro è diventato una mini Molenbeek. Ne sa qualcosa Giovanna De Matteis, madre di alunno di quarta elementare, un solo compagno di classe italiano, che ha ingaggiato una battaglia per difendere, ci dice, il crocifisso e impedire che venisse accolta la richiesta di alcuni genitori di mandare alla scuola elementare le bambine con il velo. Una richiesta che indica il grado di radicalizzazione esploso in quartiere negli ultimi due anni. Non si poteva immaginare, prima, che la zona sarebbe diventato un ghetto arabo. Anche se da lì, nell’ottobre 2009, da una casa popolare di via Civitali un libico, Mohamed Game, uscì di casa con l’intenzione di far saltare in aria la caserma di Santa Barbara. L’ordigno rudimentale mal confezionato lo accecò e gli maciullò la mano. Allora si disse che era un lupo solitario, un kamikaze-fai-da-te (ma il suo complice era egiziano), solo un matto, ma il suo disagio mentale permise alla Digos di fare dei collegamenti con alcune reti jihadiste.

 

“I poliziotti vengono spesso ad annusare l’aria”, spiega la proprietaria del bar di via Paravia, che ha visto il quartiere cambiare e non se ne fa una ragione. E anche se non sa nulla di islam e islamismo, ha imparato riconoscere il marchio sulla fronte dei più osservanti. Quelli che pregano così tante volte inginocchiati verso la Mecca, battendo la testa sul tappeto fino ad avere in fronte quello che lei chiama con perfidia il marchio di Caino. “Al venerdì, per la preghiera collettiva, vanno tutti al Palasharp dove arrivano i fedeli della moschea di viale Jenner, ma io ho visto ogni tanto qualche gruppo infilarsi in uno scantinato”. Chissà se è vero, perché qui tutti parlano con la lingua infilata nei denti, senza mai esporsi con nomi e cognomi. I residenti italiani vedono le macellerie halal moltiplicarsi, una si chiama Al Jazeera, ci dicono che a volte capita di non poter entrare in un negozio perché “loro”, glielo vietano. “Per me i razzisti sono loro, non noi”, aggiunge ancora Giovanna De Matteis. Il neopresidente della lista Parisi, Marco Bestetti, annuncia al Foglio provvedimenti contro l’uso del velo integrale e bonifiche nelle case Aler, gli alloggi popolari. Grazie a un intervento delle forze dell’ordine. Ma gli abitanti non ci credono più. “Negli appartamenti, affollatissimi, c’è un transito di maghrebini difficile da controllare. Arrivano con una valigia, un numero di telefono, prendono le chiavi e si installano”, raccontano. “Vanno, vengono, viaggiano, compaiono, scompaiono. E quelli che ci fanno più paura sono quelli educati, silenziosi, che si muovono come fantasmi”, dice un’altra residente.

 

Alcuni vanno via, ma al loro posto arriva sempre qualcun altro a cui hanno lasciato la casa. Dietro via Paravia, un’ala della Lombardo Radice è stata data alla scuola privata italo-egiziana, la Nagib Mahfuz, dove si studia il doppio programma: italiano ed egiziano. Quando fu deciso, dalla giunta Moratti, il Comitato di quartiere San Siro si oppose con una petizione e il consigliere comunale del Pd Carmela Rozza protestò: “Trasferire la scuola araba a San Siro, dove vive una percentuale di immigrati dal nord Africa tra le più alte di Milano, significa portare avanti una precisa scelta politica, che è quella di dividere Milano in quartieri su base etnica”. Così è stato. Affermare che siamo in una Molenbeek potrebbe sembrare esagerato, ma se nessuno interverrà, lo diventerà. “Perché la delinquenza e il disagio sociale, mescolati all’integralismo religioso, sono una bomba innescata”, come ammette candidamente una giovane insegnante supplente di scuola elementare. Chi vive in queste strade usa spesso la stessa frase: “Siamo stati colonizzati”. Per la casbah che si espande, per il numero impressionante di donne con il velo e che non parlano l’italiano, per le risse, gli accoltellamenti, i furti, per i transiti sospetti di integralisti. Un problema urgente che il nuovo sindaco dovrà mettere nella sua agenda se non vuole ritrovarsi con una mini Molenbeek nella sua Milano.

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