Se il rischio zero non esiste, cosa fa l’Italia contro il terrore?

Numeri, strategie, rotte, espulsioni, indagini e politiche sull’immigrazione. Una sbirciata utile al dibattito parlamentare su cosa fa e non fa il nostro paese per prevenire il jihad.
Se il rischio zero non esiste, cosa fa l’Italia contro il terrore?

Foto LaPresse

Pubblichiamo un estratto del dibattito parlamentare sull’attività antiterroristica e sull’accoglienza dei migranti portato avanti dal governo, svoltosi venerdì 29 luglio al Senato durante un question time con il ministro dell’Interno Angelino Alfano

 

Alfano: “La prima considerazione che mi sembra doveroso fare in quest’Assemblea è che il nostro momento storico ci consegna un contesto di sicurezza che esclude il rischio zero. Quindi, se l’obiettivo che ci si propone è azzerare il rischio, a mio avviso siamo fuori dal contesto di questo tempo. Noi possiamo gioire ed essere orgogliosi dei risultati fin qui ottenuti, ma non possiamo negare che il rischio ci sia. Dunque, tutta la nostra attività è finalizzata a un solo obiettivo: comprimere il coefficiente di rischio. Noi lavoriamo per diminuire il rischio, nella consapevolezza che grandi democrazie occidentali, democrazie non occidentali e non democrazie, sono state colpite in ogni parte del mondo.

 

La seconda considerazione, che mi sembra importantissima, riguarda il tema della prevenzione. Noi abbiamo ottenuto importanti risultati in materia di prevenzione. Ma la prevenzione rappresenta qualcosa, anzi, direi la cosa più faticosa e grigia che esiste nel sistema della sicurezza. Perché? Se il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti interviene in questa sede, vi viene a comunicare che ha inaugurato un ponte, che concluderà un’opera o taglierà un nastro. Se noi dobbiamo lavorare sulla prevenzione, dobbiamo dire la verità, e cioè che la prevenzione ha come obiettivo il non far verificare qualcosa: non realizzare un qualcosa, ma – lo ripeto – non far verificare qualcosa.

 

Dunque, l’obiettivo che ci proponiamo ogni giorno è che non accada nulla. Il minuto e il giorno in cui non è accaduto nulla –fortunatamente ciò si è sempre realizzato in Italia – nessuno può dire che è stato merito del nostro lavoro, perché non c’è alcun nesso matematico, scientifico, logico e causale che possa dimostrare che tutto quello che abbiamo fatto è la radice essenziale e il motivo unico per cui non si è verificato nulla.

 



 

Cosa abbiamo fatto noi? Dal 1° gennaio 2015 a oggi – oggi inteso in senso letterale – abbiamo controllato 160.593 persone sospette, 346 navi e oltre 34.371 veicoli, selezionati attraverso una scrupolosa attività di osservazione e, quindi, non sorteggiati a caso. Abbiamo arrestato 549 persone ed eseguito 2.859 perquisizioni su soggetti ritenuti contigui ad ambienti dell’estremismo religioso. Abbiamo indagato in stato di libertà 884 persone ed eseguito 102 espulsioni di soggetti evidenziatisi per il grado di radicalizzazione o per il sostegno ideologico alla jihad e 8 di questi provvedimenti hanno riguardato imam.
Su questo argomento tornerò a breve, dopo aver detto che esattamente ieri è stato rimpatriato, essendo stato espulso per motivi di sicurezza nazionale, un marocchino di venticinque anni, Kachmat Najib, indagato per aver scaraventato per terra danneggiandolo, lo scorso 12 luglio, un crocifisso di legno all’interno della Chiesa di San Geremia, nel centro storico di Venezia. In seguito ai fatti, questo marocchino era stato ricoverato al reparto di psichiatra del nosocomio di Venezia e rimpatriato alla frontiera, all’aeroporto “Marco Polo Tessera” di Venezia, con un volo alle ore 20,55 diretto a Casablanca, in esecuzione di un mio provvedimento. E’ stato espulso un altro cittadino marocchino, Briji Salah, di sessantanove anni, arrestato il 1° gennaio 2015 per il reato di danneggiamento aggravato per aver fatto irruzione nella chiesa di Cles, inveendo contro i fedeli e urlando espressioni di avversione alla religione cattolica. Il suo profilo di pericolosità è stato confermato da evidenze di intelligence che lo hanno indicato come inserito nella comunità islamica trentina e attestato su posizioni palesemente radicali. L’Arma dei carabinieri lo aveva già proposto per l’emissione del provvedimento di espulsione da parte del Ministro dell’interno per motivi di sicurezza dello Stato e, poi, è stato espulso per misure di sicurezza dall’autorità giudiziaria con un provvedimento dello scorso anno. A seguire, è stata eseguita l’espulsione. Questo per dire che la nostra attività di prevenzione ha realizzato questi risultati.

 

Il senatore Pagliari parlava dell’integralismo religioso. Noi, come Governo, stiamo tenendo una linea che riteniamo giusta e anche utile: ossia, separare sempre chi prega da chi spara. Un conto è la preghiera, un conto è l’assassinio in nome di un dio che non ha autorizzato quella preghiera. Il nostro lavoro sta nel rendere efficace questa separazione.
Otto imam sono stati espulsi. Noi riconosciamo, infatti, il diritto alla preghiera. La nostra Costituzione lo riconosce, ma questo è un diritto naturale che viene prima ancora della nostra Costituzione. Ma se tu inneggi alla violenza, se tu fai una predicazione, magari anche antisemita, come frequentemente accaduto, tu vai fuori, perché quella non è predicazione ma un inneggiare a una violenza incompatibile con i valori della nostra Costituzione e delle nostre leggi. In otto casi si è verificato che noi abbiamo espulso imam.

 

Altra cosa è il ragionamento sulle moschee. Noi stiamo avviando ancora un altro lavoro, che è la costituzione di un consiglio per le relazioni con l’Islam, dove siedono per la gran parte uomini di cultura e intellettuali italiani che hanno studiato il mondo arabo e l’Islam in Italia, e, contemporaneamente, abbiamo incontrato i vertici delle comunità musulmane in Italia.
Dopo che questo consiglio per le relazioni con l’Islam ci ha fatto una proposta, li abbiamo fatti incontrare, sotto la mia presidenza, al Viminale. E’ venuta fuori l’ipotesi di realizzazione di un modello italiano di Islam che, ovviamente, non significa entrare nella dottrina di fede, ma significa dire basta agli imam fai di te; stop agli imam che arrivano in Italia avendo avuto una formazione radicale, e predicazione in italiano. E adesso stiamo lavorando per un qualcosa che sia condiviso dalle comunità musulmane, al fine di tracciare sempre di più i finanziamenti delle moschee.

 

E vado a descrivere l’utilità di tutto ciò, dicendo che non è certo conveniente dimostrare a un milione e seicentomila musulmani che sono rigettati dalla comunità nazionale. Farli sentire fuori dalla comunità nazionale alimenta quel clima di odio che è poi l’humus per atti violenti. Noi, infatti, stiamo portando avanti una strategia che attiva tutte le leve, perché non esiste una sola leva in grado di affrontare la questione. C’è la risposta militare, della quale si occupa la comunità internazionale. Noi facciamo parte di quella coalizione che lotta al terrorismo dal 2001. C’è la risposta di prevenzione e di intelligence. C’è la risposta legislativa. E c’è anche la risposta culturale, della quale ho parlato ora.

 

Dal punto di vista normativo, alcuni colleghi mi hanno fatto presente specificatamente il tema delle norme. Prima di passare a questo argomento, però, io dico al senatore Malan che è vero che ci sono state segnalazioni dei fedeli. E noi plaudiamo alle segnalazioni dei fedeli che ci consentono di procedere con gli arresti. Ma è altrettanto ovvio che, se io le dico che noi facciamo intercettazioni, arresti e perquisizioni, stia tranquillo che non arrestiamo individui sospetti solo perché ogni tanto qualche fedele ci fa la segnalazione. Quindi, la nostraintelligence antiterrorismo e quella delle forze di polizia è senz’altro al lavoro.
Passo all’altro argomento. Voi qui in Parlamento, nel 2015, avete approvato un decreto che sta funzionando, quello a cui faceva riferimento il senatore Mazzoni. Mi riferisco al fatto che i foreign fighter prima non erano una fattispecie punibile e ora lo sono. E dico che sta funzionando perché i magistrati hanno già applicato le norme. In caso contrario, non avrebbe funzionato, e avrebbe significato che ai magistrati quelle norme non servivano.

 

Contemporaneamente, che le norme di prevenzione siano simili a quelle per i mafiosi significa dire ai sospettati che devono rientrare a casa a quell’ora, che non possono uscire da casa prima di quell’ora, che devono andare a firmare alla stazione dei carabinieri o al commissariato di polizia due volte al giorno. Li teniamo sotto controllo perché sono sospettati. Se fossero più che sospettati, sarebbero o arrestati o espulsi per motivi di sicurezza nazionale. Mi sembra abbastanza evidente. Abbiamo svolto un lavoro assolutamente efficace anche da questo punto di vista.

 

Il senatore Mancuso parlava della questione dei lupi solitari. Il punto è uno. “Charlie Hebdo”, gennaio 2015: obiettivo sensibile, ed era un luogo presidiato. Davanti alla sua sede c’erano le vetture delle forze di sicurezza francesi, in quanto era un obiettivo sensibile. Bataclan e lo stadio Saint Denis, e cioè il secondo attentato a Parigi del 2015: soft target, non un obiettivo sensibile, ma l’aggressione ai luoghi della nostra vita quotidiana. Cambia completamente il profilo. A Bruxelles si è colpita la metropolitana, esattamente come era successo a Madrid e a Londra. C’è un continuo cambiare schema di gioco. E potrei citare la spiaggia di Sousse in Tunisia.

 

Il nostro lavoro di prevenzione ci porta a esercitarci su tutte le piste e a non escluderne nessuna. E’ la ragione per la quale abbiamo fatto in contesti e situazioni complesse numerose esercitazioni antiterrorismo. Lo abbiamo fatto in funzione del Giubileo, dell’Expo e degli altri eventi. Nell’essere assolutamente occupati da e su questa vicenda, non dobbiamo sottovalutare il fatto che siamo un grande Paese nel quale fino ad ora la prevenzione ha funzionato e all’interno del quale abbiamo in questo momento in corso il Giubileo; abbiamo ospitato un mese fa la finale di Champions e concluso l’anno scorso l’Expo. C’è stato un altro evento ai Fori l’altro ieri di grande importanza. Stiamo reggendo, quindi, anche alla pressione di eventi internazionali che abbiamo fin qui protetto dal punto di vista della sicurezza con risultati eccellenti.

 

Vado a un altro ambito su cui sono intervenuti i colleghi della Lega e del Movimento 5 Stelle e, in parte, anche il collega dei Conservatori e Riformisti. Mi riferisco alle forze di polizia. Non tutti i presenti sono alla prima legislatura. Faccio appello a chi c’era nella precedente, ma anche questi tre anni non sono passati senza che la vostra memoria possa aver dimenticato quanto sto per dire. Nel nostro Paese c’è stato il blocco del turnover che – come accade spesso con gli anglicismi – è un meccanismo per non dire esattamente come stanno le cose. Nelle forze di polizia si andava in pensione e non si rimpiazzavano i pensionati. Da quando ci siamo noi con questo Governo abbiamo pian piano fatto passare ilturnover, cancellando definitivamente il blocco. Abbiamo eliminato il blocco delturnover e nell’anno 2016, per la prima volta dopo tanti anni, un numero esattamente pari al numero di coloro che andranno in pensione verrà riassunto. Sono cresciuti gli investimenti, che erano stati tagliati, sia per i cosiddetti consumi intermedi (benzina e tutto ciò che serve per gli approvvigionamenti quotidiani delle Forze dell’ordine) sia per gli investimenti strutturali. Nell’ultima legge di stabilità abbiamo previsto un miliardo su sicurezza e difesa. Sono, quindi, cresciuti gli investimenti; sono cresciute le assunzioni ed è stato stoppato il turnover. E la morale della favola è che sono diminuiti i reati. E’ il Paese delle meraviglie? No di certo, ma basta guardare quanto succede alle forze di polizia degli Stati Uniti e alle altre forze di polizia per dire che le nostre sono di eccellenza. E colgo l’occasione per ringraziarle. Con quei soldi abbiamo fatto coriandoli? No: 300 milioni sono andati per gli 80 euro alle forze di polizia; 150 milioni – a breve il Consiglio dei ministri ne stabilirà la destinazione di merito – vanno alla cyber security, perché puntiamo sul presidio fisico e tecnologico dei luoghi sensibili e non, e 50 milioni per le dotazioni tecnologiche e gli equipaggiamenti delle Forze dell’ordine.

 

Vado alle conclusioni affrontando altre due questioni di merito. L’onorevole Mazzoni parlava della pista albanese. Noi ovviamente, per quanto riguarda la radicalizzazione, seguiamo tutte le piste. Non ci sfugge – è il motivo per cui abbiamo lavorato molto in quella zona – che quella è la vecchia rotta dei contrabbandieri e c’è il rischio che sia la rotta dei nuoviforeign fighter. La nostra attenzione è massima da questo punto di vista. Relativamente alle questioni che hanno riguardato le banche dati e quanto mi ero stato chiesto in merito alle stesse dal collega, siamo dell’idea che la nuova visione sulla sicurezza preveda l’esatto contrario dell’antica visione, che consisteva nell’acquisizione di informazioni riservate, tutela e difesa gelosa delle informazioni.

 

La nuova visione di sicurezza è innanzitutto fiducia e poi versare le informazioni nell’ambito del sistema delle banche dati (in primo luogo europeo) e far sì che questo avvenga da parte di tutti i paesi. Apparentemente ti spogli di un’informazione; nella sostanza, la versi in un contenitore dove troverai le informazioni degli altri e, quindi, saremo tutti più sicuri. Questa è una ragione per la quale, anche dal punto di vista della sicurezza, gli approcci divisivi dell’Europa non rendono più sicuro e difendibile il nostro Paese, ma lo rendono più debole e più solo.

 

Dal punto di vista normativo, noi abbiamo una legislazione che è all’avanguardia in Europa e nel mondo, perché deriva dalle direttive ONU, dalle direttive europee e dall’utilizzo di una serie di norme, chiamate "misure di prevenzione personale", che sono tipiche del nostro ordinamento giuridico, che ha conosciuto la criminalità organizzata. Quindi, anche se dal punto di vista normativo tutto è perfettibile, il nostro è un asset legislativo molto efficace.

 



 

Malan (FI). “Onorevole Ministro, il fatto di appartenere a una forza di opposizione non mi impedisce di esprimere apprezzamento per quanto lei ha espresso nella sua risposta e, per suo tramite, riconoscenza a tutti gli uomini e le donne che ogni giorno nelle nostre strade, in tutti i modi, in tutte le strutture, nella complessa attività che svolgono per prevenire il terrorismo, sono impiegati per difendere noi cittadini.

 

La invito certamente a continuare ad agire in tal senso, tenendo altissima l’attenzione e sapendo che in tutto questo c’è grande solidarietà, da parte di tutti gli italiani, verso coloro che hanno un compito così gravoso e importante.

 

Petraglia (Sel): “Signor Ministro, noi non siamo assolutamente soddisfatti, perché non ha risposto alle nostre domande.
Quindi, prendiamo atto del fatto che l’integrazione e la convivenza tra più culture non sono una priorità di questo Governo per prevenire il terrorismo. Sicuramente garantire il diritto alla libertà di professare la propria religione è importante, ma non può bastare.

 

Noi pensiamo che non si possa agire semplicemente in una logica securitaria, ma dobbiamo saper integrare gli interventi: quello delle Forze dell’ordine e dell’intelligence e quello della politica e dell’intervento legislativo per garantire uguaglianza. Questa è sicuramente per noi la strada da seguire per prevenire radicalismi e odio, e soprattutto per garantire la sicurezza dei cittadini a partire da quella delle Forze dell’ordine”.

 

Candiani (Lega): “Signor Ministro, l’enfasi con cui ha dato questa prima risposta non ci rassicura; anzi: troppo spesso, quando si mette grande enfasi nelle dichiarazioni, come lei ha fatto, si nasconde poi un vuoto operativo che ci preoccupa. La cosa che invece ci dà rassicurazione è la professionalità delle nostre Forze dell’ordine: ci sono uomini straordinari sulle strade, purtroppo spesso e volentieri - come sappiamo - lasciati ad operare scelte e ad assumere decisioni affidandosi solo al proprio giudizio per affrontare i rischi del combattimento del terrorismo. Noi vogliamo delle certezze, signor Ministro, e le certezze stanno nei numeri, ma non in quelli che ha dato lei: le certezze per i nostri cittadini stanno nel sapere che gli organici delle Forze dell’ordine sono pieni, che i concorsi vengono fatti, che vengono assunti agenti delle Forze dell’ordine e soprattutto che c’è un lavoro di intelligence che impedisce l’ingresso nel Paese ai terroristi, perché questo è quanto è avvenuto con l’attentatore di Nizza e questo non deve accadere in un Paese che protegge i propri cittadini.

 

Morra (M5S): “Signor ministro, il governo ha seriamente valutato i rischi connessi alla criminalità interna ed internazionale, al terrorismo interno e internazionale di natura fondamentalista, oltreché, soprattutto, la potenzialità destabilizzatrice del fenomeno migratorio che interessa il Paese tutto, soprattutto in relazione ai mezzi finanziari effettivamente stanziati?
Sa, il governo, sa lei, Ministro, che siamo in guerra, come ribadito dal Pontefice appena ieri? Sa che l’immigrazione può essere, quando non regolamentata, non governata, non trasformata da semplice accoglienza fisica in vera integrazione culturale e sociale, un’arma potenziale per le organizzazioni terroristiche?

 

La Commissione europea, con specifico riferimento alla gestione italiana dei migranti, ha recentemente ribadito che «il numero di trasferimenti e di impegni rimane particolarmente basso se confrontato con il sempre maggior afflusso di migranti», rimarcando l’inadeguatezza degli organi preposti per la ricezione, l’identificazione e l’eventuale ricollocazione di immigrati in tempi certi e accettabili, così come descritto anche nell’ultima relazione della Commissione e che ci vede protagonisti di un rallentamento delle procedure che può essere disastroso in vista di un prevedibile incremento degli arrivi in Italia.
Si chiede, dunque, cosa il governo intenda fare al fine di: rendere rapido ed efficace il processo d’accettazione e di riconoscimento dei richiedenti asilo; coinvolgere gli altri Stati dell’Unione per una fattiva sinergia nel raggiungimento degli obiettivi posti dalla Commissione europea; di predisporre, con il supporto dell’Agenzia europea per la migrazione, le procedure di identificazione, gli eventuali ricollocamenti e rimpatri dei richiedenti asilo con tempistiche certe, oltre che rapide, e tabelle di marcia mensili e pubbliche; proporre la creazione di organismi specifici di controllo per l’impegno dei fondi stanziati a favore dei Paesi terzi, coniugandoli con piani di sviluppo locale, anche in relazione ai processi di democratizzazione dei Paesi di transito e di partenza, del rispetto dei diritti umani e del rispetto delle convenzioni internazionali; dotare le forze di pubblica sicurezza, cui si deve spesso riconoscere un impegno e una sensibilità superiori a quanto stabilito dalla semplice osservanza del contratto di lavoro, delle necessarie risorse, d’organico e strumentali, per affrontare l’immane tragedia migratoria che investe il continente e, in particolar modo, il nostro Paese, magari dirottando mezzi finanziari che rappresentano attrattiva per operatori improvvisati cui sovente le prefetture concedono in affidamento diretto la gestione di Centri di accoglienza straordinaria (CAS) che successivamente risultano chiusi dalle prefetture stesse o, peggio, da procure della Repubblica”.

 

Mazzoni (Ala): “Signor Ministro, premetto che l’Italia sta facendo il suo dovere salvando migliaia di vite in mare e ha anche ottemperato all’input europeo per l’identificazione (siamo ben oltre il 90 per cento). Il corto circuito che si verifica nell’accoglienza dei migranti è tutto europeo, nel senso che la relocation non sta funzionando, le cifre sono risibili (789 su 40.000, da quando fu emanata la direttiva europea), con un numero crescente di richiedenti asilo che vorrebbero considerare l’Italia un Paese di transito e che poi sono costretti a rimanere qui, per cui abbiamo l’intasamento del sistema SPRAR ed i CAS con le distorsioni che ha segnalato il senatore Malan.

 

Le domande sono due, signor Ministro. Attualmente sono quattro i centri di prima accoglienza in cui si applica la procedura hotspot, ma ci arrivano segnalazioni di identificazioni avvenute secondo l’approccio hotspot in altri luoghi: o direttamente sulle spiagge o nelle piazze di città. Le chiedo: in questi casi le procedure vengono seguite alla lettera o sono improvvisate?
La seconda domanda è più importante: il Governo italiano si è battuto per superare la logica del primo approdo prevista dal Regolamento di Dublino III, che penalizza quasi esclusivamente l’Italia dopo l’accordo tra l’Unione europea e la Turchia, con la chiusura della rotta balcanica. Le chiedo: come giudica la proposta di riforma presentata il 4 maggio scorso dalla Commissione europea per rivedere il Regolamento di Dublino? È un passo avanti per l’Italia? Lei una volta disse: “Sta cadendo il muro di Dublino”; la mia impressione è che in parte sia caduto, ma che venga ricostruito con gli stessi mattoni”.

 

Alfano: Quando ho parlato di un rapporto con l’Islam in Italia ho voluto anche affermare esattamente la necessità di politiche che fossero di integrazione in quanto utili alla prevenzione della radicalizzazione. Quindi, l’integrazione serve anche sotto il profilo della sicurezza: più integrazione significa meno radicalizzazione e meno rischi di attentati. Provocare significa invece indurre all’odio nei confronti della comunità nazionale non è nello stile né nella linea politica di questo Governo.
La senatrice Petraglia ha detto che il sistema di accoglienza è frammentato. E perché? Perché ci sono vari livelli: c’è una prima accoglienza e poi c’è l’accoglienza più ampia, che deriva dalla circostanza di dover assistere durante la loro permanenza i soggetti che arrivano sul territorio nazionale con uno status di protezione umanitaria.

 



 

Il tema relativo ai controlli delle prefetture è molto importante: facciamo visite ispettive a campione; abbiamo bandi omogenei da parte delle prefetture; i centri vengono ispezionati e monitorati dal punto di vista degli standard dell’accoglienza anche in partenariato con le organizzazioni internazionali, multilaterali e con quelle umanitarie, come l’Organizzazione internazionale dei migranti, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNUR), che hanno piena possibilità di accesso a tutte le strutture del nostro Paese.

 

Voglio essere molto netto e chiaro. Noi abbiamo una linea, che è la linea italiana e la linea europea: tu scappi da una guerra o una persecuzione? Ti accogliamo. Tu non scappi da una guerra e sei migrante economico? Purtroppo non possiamo accoglierti e dobbiamo avviare le procedure di rimpatrio. Quando si parla di migranti economici, non si parla di terroristi. Almeno fin qui non abbiamo avuto questa prova. Se lei avrà occasione di andare a Ellis Island a New York, vedrà i 4 milioni di persone che non scappavano da una guerra in Italia, ma erano migranti economici e andavano in America. Sono migranti economici i nostri ragazzi che vanno a fare il pizzaiolo a Londra e vengono chiamati immigrati negli altri Paesi.

 

Il punto su cui ci dobbiamo intendere è che il nostro governo vuole rimpatriare i migranti economici, ma non perché siamo cattivi, perché non possiamo accogliere tutti: è il punto molto chiaro che ha sottolineato il senatore Mazzoni.
Abbiamo delle strutture dove prendiamo le impronte digitali e facciamo lo smistamento. Queste strutture si chiamano hotspot. Dall’hotspot il profugo esce identificato. Sto parlando di profughi intendendoli in senso atecnico e rispondo al senatore Candiani: il leader del suo partito dice spesso che il 2 o 3 per cento sono profughi. La sostanza della verità è che, nell’anno 2015, coloro che hanno beneficiato di una protezione umanitaria, sussidiaria o dello status di rifugiato, ossia di una delle tre o quattro categorie giuridiche che il nostro ordinamento conosce per proteggere le persone, sono stati circa il 40 per cento e quelli a cui le nostre Commissioni hanno dato il diniego sono circa il 60 per cento. I rapporti si sono invertiti, perché nel 2014 il rapporto era assolutamente capovolto.

 

Cosa intendo dire? Che a livello europeo ci si dice che il diritto di asilo e il diritto umanitario internazionale impongono di accogliere i profughi e di rimpatriare gli irregolari. Per rimpatriare gli irregolari occorre che un aereo parta e qualcuno, nel Paese in cui devono essere rimpatriati, lo faccia atterrare e se li prenda. Se non ci sono gli accordi bilaterali internazionali, i rimpatri non funzionano e, quindi, le persone devono essere tenute qui. Dove le dobbiamo tenere?

 

Ecco, questo è il punto dove l’Europa rischia di collassare, perché se i centri dove trattenere questi migranti in vista del rimpatrio devono essere centri chiusi e, anno dopo anno, si sommano decine di migliaia di migranti che sono irregolari nella loro presenza sul territorio nazionale, è difficile immaginare centri chiusi che, per anni e anni, debbano trattenere queste persone se non funziona il meccanismo dei rimpatri. Questo è il punto di collasso possibile della strategia europea.
Noi ci stiamo battendo ma voglio essere molto chiaro: se voi chiedete al Governo di battersi in Europa per far pagare i costi della sorveglianza della frontiera, va bene; se chiedete a noi, come Governo, di batterci in Europa per sorvegliare quella frontiera con le navi europee, va bene; se chiedete di batterci per il ricollocamento dei profughi e perché questo funzioni, va bene. Se però ci chiedete di far morire qualcuno in mare, questo non è il tipo di scelta che la democrazia italiana può sostenere. Noi salviamo tutti e, dopo, chiediamo con efficacia se sono profughi o migranti irregolari. Se sono migranti irregolari, li mettiamo nel circuito del rimpatrio, se sono profughi no, in quanto li dobbiamo accogliere.

 

Cosa voglio dire con questo meccanismo dell’accoglienza? Noi abbiamo un sistema che, evidentemente, spende delle risorse nell’accoglienza. Come la storia ci dimostra, i ladri sono presenti nella sanità lombarda (così come in tutte le altre; penso, ad esempio, le pubbliche amministrazioni siciliane) e in tutti i settori in cui ci sono gli investimenti. I ladri sono come i topi e il formaggio: dove c’è il formaggio, cioè i soldi, i topi provano ad andarci dentro.

 

Noi facciamo monitoraggio e abbiamo un rapporto con l’Autorità nazionale anticorruzione. Abbiamo un rapporto molto serio anche con la magistratura italiana e le prefetture fanno verifiche e controlli. Lavoriamo per evitare che ci siano ladrocini.
Per quanto riguarda i punti deboli che sono diventati punti di forza, nell’ottobre 2013 c’è stata una strage in cui sono morte 300 persone. L’anno dopo, a causa dell’instabilità della Libia, 170.000 persone sono arrivate in Italia. Il sistema non era attrezzato e aveva due punti deboli. In merito al primo, il fotosegnalamento non funzionava perché non c’era una struttura preorganizzata, in quanto il 2014 è arrivato due mesi e mezzo dopo la strage di Lampedusa, avvenuta ai primi di ottobre del 2013.

 

Il secondo punto è che noi avevamo una ventina di commissioni per richiedere l’asilo. Cosa abbiamo fatto subito? Abbiamo potenziato il sistema dei fotosegnalamenti, arrivando a circa il 100 per cento. E abbiamo – anzi, avete, perché noi lo abbiamo proposto, ma sono tutte misure passate dal Parlamento – più che raddoppiato le commissioni per l’asilo, che sono passate da 20 a 50. E invece di fare come in un esame di maturità, con tutti i commissari che esaminano un solo migrante, abbiamo semplificato le procedure con esami one-to-one. Questo ha prodotto una straordinaria accelerazione del lavoro delle commissioni di asilo, che si è tradotto nel fatto che, ormai, quello che era considerato un punto debole è diventato un punto di forza.

 

Chiedo al senatore Morra di farmi pervenire il documento dell’Europa di cui ha fatto sfoggio in Aula, per sapere di chi sia. Io penso che l’Europa, nei nostri confronti, debba solo complimentarsi e ringraziarci per il lavoro svolto, e non abbia molto da censurare.

 

L’altra questione, a proposito dell’Europa, è che noi eravamo l’emergenza europea. Se però dobbiamo essere onesti intellettualmente, come il dramma che stiamo affrontando ci chiede, non siamo più l’emergenza dell’Europa. Di fronte alla Germania, che l’anno scorso ha accolto oltre 1.300.000 soggetti che hanno varcato la sua frontiera, noi siamo al livello dello scorso anno. E non siamo né il primo, né il secondo, né il terzo Paese europeo, a maggior ragione visto in base alla popolazione.

 

Dico poi al senatore Liuzzi che noi non abbiamo constatato l’enorme spostamento di flussi dalla rotta balcanica. E siamo contenti che ciò non sia avvenuto e che ci sia stato quell’accordo, proprio per il tema della rotta balcanica che è dei foreign fighter. Noi, a disagio della Puglia e a maleficio della Puglia, avremmo infatti potuto avere uno spostamento che, invece, non si è verificato, anche grazie all’accordo con la Turchia.

 

Avviandomi alla conclusione, rispondo alla senatrice Guerra, che è stata peraltro la prima a intervenire. Ringrazio, naturalmente, anche gli altri senatori che mi hanno rivolto domande, come i senatori Mancuso e Liuzzi, che ho peraltro già citato. E rispondo invece al senatore Malan assorbendo la sua domanda nella risposta relativa ai controlli delle prefetture.
Senatore Malan, noi abbiamo i controlli delle prefetture, il controllo della magistratura e anche delle forme di partenariato per i controlli dell’Agenzia dell’anticorruzione. Se vi sono punti specifici e ulteriori oltre quelli citati nel libro, li segnali. È chiaro che le procedure di trasparenza sono degne delle nostre prefetture. Noi abbiamo un sistema di controllo efficiente. Poi, il ragionamento che ho fatto poco fa, del topo e del formaggio, appartiene a tutti gli investimenti che ci sono stati nel nostro Paese. Noi ancora paghiamo i conti di appalti che ci sono stati quindici anni fa, con processi di corruzione.
Rispondo alla senatrice Guerra sul tema molto delicato dei minori non accompagnati. I minori non accompagnati affaticano molto i nostri Comuni, soprattutto per quanto riguarda quelli siciliani. Il dramma, infatti, è nei Comuni siciliani, ed è inutile fare ragionamenti nazionali su questo argomento. La equa distribuzione ha funzionato, ma non vale per i minori non accompagnati. Sicilia e Reggio Calabria sono i luoghi in grande sofferenza.

 

L’articolo che correttamente la senatrice citava relativamente al decreto enti locali serve per alleviare i Comuni. Prima di uno sbarco, non ci arriva una telefonata per avvisare che sono stati prenotati diecimila posti per il week end. Parli anche con il presidente dell’ANCI Sicilia o con i sindaci dei Comuni siciliani: se arrivano diecimila profughi e sono molti i minori non accompagnati, i Comuni non sono in grado di affrontare l’emergenza.

 

Abbiamo quindi previsto la valvola di sfogo dei 50 posti in emergenza – lei ha certamente ragione sul fatto che non possono rischiare di diventare permanenti – proprio per consentire loro la possibilità, attraverso le prefetture, di non prendersi tutti i minori non accompagnati. Fermo restando che dobbiamo essere anche molto onesti al riguardo: un conto è il bambino di quattro, sette o dieci anni, che è minore non accompagnato; un altro conto è un ragazzo, alto un metro e novanta e che afferma di avere diciassette anni, ma che non dà l’impressione di essere debole e indifeso. Quindi, abbiamo una serie di problemi che sono reali e altri che lo sono per la qualificazione giuridica che riconosce la maggiore età in Italia a diciotto anni ma che, dal punto di vista della sostenibilità dell’urto dell’arrivo in Italia dopo quel viaggio, ci hanno preoccupato meno, per le ragioni che ho appena illustrato.

 

La rete del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) ci può assicurare l’assistenza diffusa. Al riguardo, fuori da ogni ipocrisia, se i Comuni aiutano, essa funziona; se non lo fanno, non funziona. Stiamo lavorando con l’ANCI per realizzare l’equa distribuzione su scala regionale. Per far calare dalla scala regionale a quella locale (8.000 Comuni) l’equa distribuzione, ci serve l’aiuto delle istituzioni locali. Se con l’ANCI funzionerà l’accordo, contando su 8.000 Comuni, il nostro sistema di accoglienza non farà fatica a far sì che ogni comunità regga un peso sostenibile, se i migranti vengono distribuiti equamente. Se in una Regione mandiamo il giusto numero di migranti, ma al suo interno molti Comuni non collaborano, si determinano delle disfunzionalità.

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi