Un’altra dipendenza è possibile

C’è un modo alternativo di combattere la droga, educando alla libertà. Viaggio nella cooperativa Pars per capire che cosa non va nel ddl Cannabis legale in discussione alla Camera da ieri. Basta osservarci vivere un momento per capire che siamo sempre dipendenti da qualcosa. Ma questo è un bene.
Un’altra dipendenza è possibile

La Prevenzione Assistenza Reinserimento Sociale è una rete d’opere gemmate dalla coop nata nel 1990 per occuparsi di dipendenze (nella foto LaPresse, un sostinitore della legalizzazione della cannabis

Abbiamo un problema mostruoso con le droghe. Nel 2014 la Direzione Nazionale Antimafia rileva un mercato di cannabis da 200 dosi/anno per italiano (compresi vecchi e bambini) e ammette “il totale fallimento dell’azione repressiva, nella letterale impossibilità di aumentare gli sforzi.” Per risolvere il problema, è stato presentato il ddl Cannabis Legale che non sembra un fulmine di guerra sotto nessun profilo (e non promette bene l’appoggio di deputati e senatori che diedero luce verde a Stamina, “frode senza valore scientifico e abuso dei malati”, secondo Elena Cattaneo).

 

Qualche settimana fa sul Foglio Luca Bizzarri ha fatto due osservazioni incontestabili: il proibizionismo non funziona e la droga è diffusa perché il problema è la dipendenza – allineandosi in certo modo alla sapienza della Chiesa. Anche lei dice che l’uomo è fatto, anzi per esser precisi dice proprio che è strafatto, perché creatura: il suo essere è dipendenza pura (basta guardarsi vivere un paio d’istanti per sentirlo, e senza droghe né mistiche che stimolino esperienze extracorporee: solo osservando e riflettendo). Sì, la differenza c’è: per Bizzarri la dipendenza è la peggior nemica, per la Chiesa è la migliore amica – ma, viv’Iddio, almeno lui ci prova a guardare la nostra vitaccia e rileva il dato che la dipendenza c’è e agisce. S’è pensato che avesse ragione da vendere sulla diagnosi e torto marcio sulla terapia: il proibizionismo non serve, ergo legalizzare; la dipendenza ci costituisce, ergo ucciderla. La dipendenza è la persona, però, e legalizzare è inefficace almeno quanto proibire. Ma se tutte le opzioni falliscono, cosa funziona nella lotta alle droghe? Bizzarri tocca la necessità: educare alla consapevolezza. Quindi, con un divino pizzichino di fiducia, s’è pensato che sarebbe bello scoprire come fanno le comunità di recupero che funzionano a trasformare la tossicodipendenza in beneficodipendenza. E, con un divino pizzichino di speranza, s’è pure pensato che si può vincere il mostro droghe se lo si affronta per quello che è: un problema educativo. Vasto programma? Vastissimo. Difficilissimo? Sì. “Ma… funziona?”. Funziona! Il 98,2 per cento di chi finisce i programmi PARS, per esempio, guarisce e non ricade. E così, con divini pizzichini su tutta l’anima, s’è preso un regionale a Roma e poi la corriera a Fabriano, risalendo l’Umbria e le Marche per arrivare in cima alla collina del Villaggio San Michele, dove i pizzichini evolvono in cazzotti.

 

 

La casa dei sogni su un fronte di guerra

 

La Prevenzione Assistenza Reinserimento Sociale è una rete d’opere gemmate dalla coop nata nel 1990 per occuparsi di dipendenze: tre strutture residenziali di recupero da 61 posti; tre centri diurni da 30; una coop d’inserimento sociolavorativo; 3 comunità per minori; due centri su disagio scolastico e disabilità/difficoltà d’apprendimento; una coop agricola; una scuola di musica; una associazione per le arti e la musicoterapia; e, ovviamente, un campo da calcetto. 250 tra educatori, medici, psicologi, maestri d’arte e laboratorio. Sì, più che una rete assomiglia a un casino, d’accordo: però, invece di produrre rumore, la PARS produce musica. Non solo per le orecchie, ma per gli occhi, la mente, l’anima: è un “casino armonico”. Il San Michele è un pezzo di questo incatalogabile casino: 6 case, 1 auditorium da 200 con pianoforte e camino, 1 struttura da 20 per doppie diagnosi (tossico+psichico), 1 laboratorio lavorazione frutta, frutteti, fragoleti, vigne, apicoltura. Una bellezza incredibile, profumata, curata, rigenerante… soprattutto strana, e non si capisce perché. In queste sei case coi mattoni tra il rosso e l’ocra che cambiano colore a seconda del sole, abitano sei famiglie normalissime, di quelle tipiche italiane, che gridano “solo l’Ikea / c’avete solo l’Ikea”, quando battiamo la Svezia, che seguono gli exit poll, che parlano sempre di cosa cucinare ma in lingua pre MasterChef, che rimproverano i figli universitari in altre città che non rispondono a 108 chiamate manco fossero stati travolti da un terremoto in Bhutan e, alle 2:48 am di 2 giorni dopo, scrivono “tutto ok”, che fischiettando cercano di convincere il canarino a uscire dalla gabbia consultando tonnellate di tutorial su YouTube, che fanno grigliate (uomini) e ferocissime serate di burraco (donne).

 

 

E lì accanto, 104 passi, una casa a tre piani zeppa di drogati. Una situazione surreale, illogica: costruire casa, il sogno degli italiani, su un fronte di guerra – come fossero andate ad Aleppo, oppure Homs. E stanno lì, e curano i feriti. Non quadra molto: è un posto da sogno E un ospedale da campo?!? Poi vengono vertigini quando si realizza che il core business di queste famiglie non è l’ospedale da campo, ma vivere la vita, ognuno in casa sua ma assieme: amore, lavoro, figli, nipoti, cibo, amici, passioni (molta musica: pianoforti, violini, chitarre, trombe; molte moto: Guzzi e Ducati, vecchie Vespe; molti libri; poche bici). Di tutti, solo tre si occupano della comunità: gli altri, mogli mariti amici figli, aiutano ma sono insegnanti musicisti medici tecnici ingegneri. Le convulsioni arrivano invece quando si realizza che questa bellezza è strana perché non è tipo resort o Architectural-Digest, per ospiti paganti o fotografi, ma è per te che arrivi chiunque tu sia, una bellezza a portata di mano, contrappuntata da mille richiami d’uccellini, di bambini, di pianoforti e violini che ci danno dentro tutto il pomeriggio con Dvorjak e Mozart e Piazzolla. Poi ci si arrende: quel che si vede è lontano anni-luce sia dall’area concettuale di “progetto” che da quella di “improvvisazione”, sembra invece ben piantato in quella zona perturbatissima dove l’area concettuale di “caso” si sovrappone a quella di “destino” facendo impazzire tutti gli strumenti – tipo l’isola di “Lost”, solo che questa è “Found” e non è un’isola. C’è un “disegno intelligente”, questo sì, ovunque ti giri lo trovi, ma non è il disegno di qualche intelligentone. E’ fatto usando gente non proprio stupida, questo no, ma di sicuro è gente normale, si direbbe quasi… deludente. Gente qualunque. Che fa il 98,2 per cento di successi terapeutici.

 

 

Il “quasi nulla” del metodo

 

Cartello all’entrata: W LA COMUNITÀ. Cartello all’uscita: W LA LIBERTÀ. E’ una comunità che non lega a sé, lavora per aggiustare la persona ricostruendo i suoi legami col mondo. E’ feroce con la droga, ma non è un bunker: lo scopo non è proteggere, ma riaccendere e rilanciare nel mondo. Le sbarre, infatti, sono deliziose: solo alle finestre in alto, non alle porte (vattene quando vuoi, ma non farti male). La tromba delle scale compete con le scalinate di Versailles: è tutta sbarrata dal pavimento al soffitto, così non ci si butta di sotto, si può solo scendere o salire, ma in cima non c’è il soffitto, c’è una gigantesca finestra che sfonda il tetto e ti spara il cielo in faccia (vattene quando vuoi, oppure continua a salire e tornerai a riveder le stelle). Nei primi sei mesi il 50 per cento scappa, ma chi continua ha una possibilità di successo stratosferica. La PARS elaborò, con il dottor Mammana, un approccio integrato alla tossicodipendenza unendo due metodi allora considerati antitetici: socio-educativo e sanitario. Il drogato è coinvolto in tutte le dimensioni: fisica, psichica e soprattutto relazionale.

 

Oltre all’aiuto psicofarmacologico, che nessuno si sogna di demonizzare come in molte comunità, la regina della terapia è l’educazione alla relazione: la persona è messa al lavoro come fonte di relazione con le cose, gli altri e se stessa – che tra l’altro non sembrerebbe proprio una cosa solo per drogati, no? Quello del canarino, José Berdini, 57 anni, è uno dei fondatori che si fece tutte le droghe entro i 15 e si disintossicò a 27: “Ci vogliono almeno due anni per mettere assieme i pezzi, e ricostruire i punti di contatto prima di tutto con la famiglia e il posto d’origine”, racconta. “La loro vita deve riprendere dove si è interrotta. Abbiamo un obiettivo, da declinare caso per caso: la relazione, perché è tutto lì. Uscire da sé e ritrovarsi nell’altro. Le cose e gli altri sono invito a rispondere come fossero parte di te: così ti accorgi di te e del tuo desiderio infinito. Sembra niente, lo so: nemmeno noi ce l’aspettavamo, ma il successo è stato immediato. Funziona. Stabilisci una dipendenza sana con tutto, da riscoprire ogni volta: chi la prova, non la molla più”. Benedetta benefico-dipendenza, 98,2 per cento di successo è la quasi totale estinzione della domanda di droghe che nemmeno nel sogno più sfrenato di Marco Pannella.

 

 

Le falle del ddl Cannabis Legale, invece, sono un po’ grossine

 

Falla criminologica: non toglie mercato alle mafie, pace a Saviano. Borsellino la definì “un’idea da dilettanti della criminologia”. Legalizzare scatena il mercato illegale sulle categorie escluse per legge, i giovani, con un’offerta di sostanze escluse per legge, più micidiali. Raffaele Cantone: “Mi baso sulla razionalità: legalizzare le scommesse non ha danneggiato le mafie, ha allargato i loro interessi a quelle legali. Ora le mafie sono più ricche e i cittadini più dipendenti. Lo Stato non può proprio porsi la domanda: allora perché non legalizzare le mafie per utilizzare i loro metodi e arricchirsi?”. Falla economica: lo Stato non guadagnerà. Anche accettando l’idea un po’ schifosetta di usare i tossici per generare gettito fiscale, c’è un problema di model business: vendere in farmacia significa attivare linee di produzione per cui un grammo costa 3-4 volte quello del mercato nero, e ha per legge una bassa concentrazione di principio attivo. Cioè, in farmacia ti danno un prodotto che fa schifo e costa il triplo: un affarone, no? Sembra già di vederle, le file davanti alle farmacie come in Colorado. Approposito: là non li fanno, i soldi.

 

 

Falla medica: la cannabis non è roba leggera. Distrugge l’equilibrio del cervello che produce naturalmente endocannabinoidi per controllare memoria, umore, dolore, intelletto, cognizione, psicomotricità; prodotti solo quando servono e in punti precisi, sono subito smaltiti. Il principio attivo della canna, il tetraidrocannabinolo, si diffonde invece in tutto il cervello e ci vogliono ore per smaltirlo: l’equilibrio salta. Danni: memoria, ideazione, volontà; stati psicotici (schizofrenia) e non psicotici (ansia e depressione), indifferenza, aggressività; dipendenza (provatissima, ma il massimo è in letteratura: avvolgersi nella gigantesca tessitura dell’Infinite Jest di Wallace per credere – attenzione: induce dipendenza!). E non ci sono santi, tutte le ricerche concordano sulla pericolosità: svedesi, neozelandesi, americane, olandesi, australiane; non vaticane, per capirci. Ah, la ciliegina: una canna equivale al potere cancerogeno di 4-5 sigarette, buona metastasi a tutti! Falla politica: la libertà non aumenta. Ignoriamo pure il troppo vintage Baudelaire (“un governo che ha interesse a corrompere i sudditi deve solo incoraggiare l’uso di droga”), ma buttiamo l’occhio all’up-to-date Paul Beatriz Preciado. Filosofo contrario all’identità di genere, da donna assume testosterone fuori da ogni protocollo medico non perché si sente uomo (era felice con Virginie Despentes, autrice di “Scopami”) ma per opporsi a ciò che considera violenza politica, e scrive un diario (“Testo Tossico”, Fandango 2015).

 

Premesso che qui si è pazzamente innamorati dell’irriducibilità ferita del dato, della bulgakoviana testa dura della realtà, dell’infrangibile sodezza dell’Altro, e che quindi s’è quasi sempre in dissenso con lui, non si può tacere la stima e l’invidia per chi ci mette non solo l’anima, ma tutto il corpo per sostenere le proprie idee. In questo desiderabile desiderio di sperimentare la liberazione, ha un’intuizione sublime: il mercato del farmaco e del porno sono dispositivi di controllo e sfruttamento delle masse (sì, un tantino marxiana, d’accordo, ma d’altronde nessuno è perfetto) e in tale “regime farmapornografico” il passaggio culturale dalla criminalizzazione alla legalizzazione delle droghe è solo un aumento della repressione attraverso l’intossicazione. Che, come eterogenesi dei fini, non è malaccio. Insomma, a una veloce analisi il ddl non appare una genialata; “Ma questo, tutto questo è accademia” se non si arriva al nucleo della quaestio: quello umano, cioè educativo.

 

 

“Awake my soul… Lend me your hand and we’ll conquer them all”

 

E’ tragico, ma è così: tutti i più raffinati strumenti medici, economici, criminologici, pedagogici, culturali e politici sono inefficaci senza una società adulta che possiede, nutre e trasmette un rapporto positivo con la realtà. La chiave di volta che regge tutto è solo la persona: bisogna appunto formarla, dice Bizzarri, o educarla, dice la Chiesa con maggior precisione. Educare è più esteso: la formazione offre strumenti, l’educazione innesca la persona (che se non ha strumenti l’inventa, mentre gli strumenti non inventano la persona). E non riguarda solo scuola e gioventù, ma la società tutta e tutti gli anni della vita (facile da vedere: quando si smette di crescere ci si sente depressi, mortissimi e infelici). E’ un aspetto che il proibizionismo sembra sempre considerare mera applicazione di valori – bleah! – e che fa incazzare moltissimo, molto più di tutte le ingannevoli proposte radicali della storia (su quelle giuste, no prob). Il problema è che nel nostro mondo iper-post-moderno liquefatto e disconnesso, ultranichilista e perciò ultraedonista, de-responsabile, niente spinge alla relazione costruttiva con la realtà: siamo prosciugatori di cose e persone (vedi gli horror di Walter Siti), ogni proposta è “fascismo dei consumi”, pura apparenza e sfruttamento, nessuna sorpresa che la gente aneli famelica alla sostanza (droghe, cibi, sessi, riconoscimenti, affetti, possessi, like). Oggi siamo pieni di voglie, ma privi di desiderio: siamo malati nel desiderio, che intorpidisce e si spegne (successo del Viagra docet).

 

Ecco perché un’eccellenza mondiale come la DNA alza bandiera bianca: il problema è la fonte. Solo se si riparte dal desiderio possiamo giocarcela, e vincere con qualunque mostro: occorre riaccendere il desiderio-motore del cuore che si butta nel mondo stabilendo un’interdipendenza positiva con le cose e gli altri, che nutre il desiderio e fa crescere la persona, un rapporto che ha il tono dominante dell’amore e della gratitudine, non del calcolo e del risentimento. Educare è rendere infiammabile il cuore e leggibile il mondo (anche il contrario funziona: sono entità che vivono solo in rapporto), accendere il cuore e (far) accedere al mondo, cuore e mondo come risposte di una presenza sempre nuova con cui stabilire una relazione amorosa, erotica e totale – tutte brutte parole, “che non devi usare mai se no ti scannano”, come dice Pennac in “Diario di Scuola”. Certo: per infiammare cuori e mondo bisogna averlo in sé, il fuoco, e per leggerli bisogna conoscere il loro linguaggio. Come si riaccende un cuore ingolfato? Françoise Dolto – genio della psicoanalisi che fondò la Scuola Freudiana di Parigi con Lacan, a 8 anni voleva già fare il “medico dell’educazione”,– chiama il percorso che ci rende soggetti “l’umanizzazione della vita”. Chi non la desidera, una vita più umana? Da lei viene un lampo, ma bello grosso, una cosa del tipo “il travolgente segreto che cambiò la vita” (attenzione: induce cadute dalla sedia). Un bel giorno, prese Gesù e lo mise sul lettino dello psicanalista. Quando tornò a casa, appoggiò la borsa davanti allo specchio e rimase così, a fissarsi. Dopo un attimo di silenzio, si disse: “Strano, questo Gesù è un maestro del desiderio e trascina in esso”. (“I Vangeli Alla Luce Della Psicoanalisi”, et al 2008). Non è formidabile? Fossimo in un comic Marvel, ora dovremmo costruire lo spazio per la massa grafica di: KRA-K-K-KABOOOM!!!

 

Posto che in questo malagevole cambiamento d’epoca un’invocazione così spettacolosa sarebbe ottima tra le litanie al Sacro Cuore e del tutto degna di una festa liturgica, un tale riscontro è sostanzioso per qualunque uomo e donna di buone volontà: occorre trovare “maestri del desiderio”, maestri perché testimoni che la durissima realtà è nel suo fondo positiva. Non sono i paraguru giornalistico-televisivi; i maestri sono facili da riconoscere: con loro si sta benissimo, accendono il cuore, non ti legano, se ne inventano di tutti i colori per farti crescere perché fanno il tifo per te, sono in continuo corpo a corpo con la vita. E stiamo parlando di gente qualunque, quasi deludente, che ‘nascosta in bella vista’ vive la vita unendosi in forme di mutuo aiuto (con orrendo ma utile tecnicismo si possono definire “convivenze educazionali” perché l’aiuto è sul desiderio e continuativo). La politica farebbe meno fatica e si divertirebbe di più se le valorizzasse come motori della ripresa. Non è un pippone utopico, sono fatti e risultati: è gente che si occupa di scuola, sanità, sport, associazioni, famiglie (ma Adinolfi&Friends free), accoglienza, integrazione, dialogo, coop, imprenditori, e pure srl. Sembra nulla, ma sono loro che stanno riparando il tessuto sociale, che hanno idee, che risolvono problemi, che lavorano non sulla tolleranza indifferente ma nella concordia partecipante: il mondo è grande e bellissimo, non sarebbe bello esplorarlo? non sarebbe fantastico uscire dai bunker e provare a conoscerci? Si potrebbero scoprire contributi civili tangibilissimi alla costruzione di un bene comune. Anche nella lotta alla droga. In fondo, basta un uomo (non) solo a uccidere il drago.

 

P. S. S’invitano alla PARS: Luca Bizzarri (ma solo se porta J-Ax e solo se J-Ax canta con noi), il ministro Beatrice Lorenzin, Massimo Bordin, Roberto Giachetti; e ovviamente i Mumford&Sons.

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