Fine gogna mai

Non solo Capua. Nell’inchiesta sui “trafficanti di virus” c’era anche Romano Marabelli, scaricato dal governo nonostante una richiesta d’archiviazione. E l’Espresso continua a diffondere notizie distorte e insinuazioni infamanti. Pm, Espresso, grillini e il tritacarne politico-mediatico-giudiziario.
Fine gogna mai

Ilaria Capua, la virologa e deuptata di Scelta Civica prosciolta dopo 10 anni dalle accuse di traffico di virus, epidemia e corruzione

Roma. Il caso Capua non è ancora chiuso. L’inchiesta della procura di Roma, condotta dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e durata circa 10 anni, non ha finito di produrre i suoi effetti con il proscioglimento della scienziata e di altri 15 indagati, ma continua a tenere sulla graticola diverse persone. Una di queste è Romano Marabelli, per poche settimane segretario generale del ministero della Salute, prima della sospensione seguita alla campagna mediatica innescata dall’Espresso con la copertina sui “trafficanti di virus”. Anche se il castello di intercettazioni messo in piedi dagli inquirenti romani si è sbriciolato una volta arrivato al tribunale di Verona, la vicenda giudiziaria di Marabelli non è conclusa, visto che in questo procedimento monstre, suddiviso in quattro tronconi presso quattro diversi tribunali della penisola, la sua posizione è ancora pendente a Padova nonostante una richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero ormai 6 mesi fa.

 

Marabelli, che precedentemente era capo dipartimento della Sanità pubblica veterinaria del ministero, nell’inchiesta era stato indicato come una delle figura centrali di quella che l’Espresso aveva definito “la Cupola dei vaccini”, un’associazione a delinquere che avrebbe commesso contrabbando internazionale di virus, corruzione, diffusione di epidemie, abuso d’ufficio, turbativa d’asta e una serie infinita di reati finalizzati a favorire gli interessi commerciali di alcune aziende farmaceutiche in cambio di denaro. Secondo l’accusa il funzionario del ministero della Sanità, insieme ai suoi sodali, avrebbe autorizzato e imposto “la vendita di ingenti quantitativi di vaccino per la blue-tongue (una malattia dei ruminanti, ndr) non necessari al fabbisogno nazionale, ed in particolare della regione Sardegna, causando un danno patrimoniadi 2 milioni e mezzo di euro”. In pratica l’accusa era che il dirigente, insieme ad altri scienziati tra cui la Capua e funzionari pubblici, commerciava virus e autorizzazioni per diffondere epidemie o inventare false emergenze al fine di favorire gli interessi commerciali delle aziende farmaceutiche produttrici di vaccini, naturalmente in cambio di denaro.

 


Romano Marabelli


 

Ma una volta che il procedimento è stato trasferito a Padova per competenza territoriale, è stato lo stesso pm a chiedere l’archiviazione di queste accuse. Naturalmente bisognerà vedere se il gip confermerà la richiesta dell’accusa, ma qualche indicazione in tal senso viene dalla sentenza di Verona – quella che ha prosciolto la Capua – che si è già espressa sulle stesse vicende tenendo conto proprio della richiesta d’archiviazione di Padova. Ad esempio, prosciogliendo i presunti complici di Marabelli, il gup veronese Laura Donati scrive che “la lettura delle deposizioni dei testi di accusa è disarmente” in quanto le conclusioni degli inquirenti “si fondano sul contenuto di conversazioni telefoniche indirette e sulle indagini effettuate dai colleghi del Nas di Sassari”. Ma i carabinieri sardi hanno dichiarato “di non aver svolto alcuna indagine rispetto alle contestazioni” e che la richiesta di vaccini era partita proprio dalla regione Sardegna, quindi non derivava da accordi con funzionari del ministero: “E’ dunque palese che da questa dichiarazione lapidaria discende l’insostenibilità dell’accusa” per mancanza di prove. Anche negli altri capi d’accusa, in cui si contestano la corruzione, la tentata epidemia e altri reati, il gup di Verona ha sentenziato che “la formulazione dell’imputazione è di difficile comprensione”, “non vi sono riscontri alle intercettazioni telefoniche”, “le contestazioni sono generiche anche dal punto di vista temporale”. Il problema è che, nonostante questa sentenza e la richiesta d’archiviazione di Padova, Marabelli è sospeso dal ministero e senza stipendio da ormai quasi due anni, dopo essere stato trattato come un delinquente.

 

Quando nel maggio 2014 arrivò la nomina a segretario generale da parte del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, l’Espresso fece partire una campagna di stampa per chiedere la testa di colui che, insieme a Ilaria Capua, era ritenuto dal settimanale il vertice della “Cupola dei vaccini”. La campagna produsse gli effetti desiderati visto che Marabelli si sospese temporaneamente per “sollevare il ministro e il ministero da qualsiasi imbarazzo conseguente agli attacchi mediatici”. Come nel caso della Capua, dopo gli articoli della stampa, sono partite le richieste di dimissioni da parte della politica, con il M5s e Sel, nonostante Marabelli fosse solo indagato e non avesse ricevuto neppure l’avviso di garanzia. E così il governo ha lasciato cadere Marabelli nel tritacarne politico-mediatico-giudiziario, per assecondare gli umori giustizialisti. Nonostante al ministero della Sanità ci fossero tutte le competenze tecniche per valutare un’inchiesta in cui, secondo il gup di Verona, gli inquirenti hanno addirittura “costruito accuse del tutto prive di fondamento”, Marabelli è stato scaricato dal ministero, che da due anni l’ha lasciato a casa e si oppone a un suo ritorno.

 

Ma la gogna mediatica non è finita neppure per la Capua, anche dopo il completo proscioglimento: gli stessi giornali che l’avevano sbattuta in prima pagina come “trafficante di virus” continuano a diffondere notizie distorte e insinuazioni infamanti. L’Espresso, finito nel vortice delle polemiche dopo la sua copertina, scrive che non accetta “lezioni di buone maniere” dai “fogli da salotto”, di aver “solo riportato atti giudiziari” e fatto semplice cronaca senza “emettere sentenze”. Questo approccio quasi asettico cozza in realtà con i toni assertivi dei titoli: “Trafficanti di virus”, “Cupola dei vaccini”. Ma soprattutto contrasta con il trattamento ancora oggi riservato alla Capua, probabilmente colpevole di essere innocente. Lirio Abbate, autore dell’“inchiesta”, anziché dare ai motivi del proscioglimento lo stesso spazio riservato alle accuse (una cosa del tipo “fare cronaca” o “riportare atti giudiziari”), definisce la ricercatrice ora volata negli Stati Uniti “signora dei virus” e l’accusa di fare un business parallelo che “le rendeva, nel 2006, 700 mila euro l’anno”. E’ agli atti del processo che quei soldi non appartengono alla Capua, ma sono i ricavi che la virologa ha fatto incassare all’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie con convenzioni e sperimentazioni richieste da privati. Il laboratorio della Capua, come documentano i bilanci dell’Izsve, con queste “attività commerciali” ha prodotto in 5 anni ricavi per 2 milioni e mezzo di euro e utili per 1,2 milioni finiti nelle casse dell’Istituto e non nelle tasche della ricercatrice. Sarà una domanda da “fogli da salotto”, ma perché tutto questo accanimento nei confronti di persone innocenti?

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